Il suicidio
di
beppino
Riferimento alla lettera:
Buongiorno, anche io penso che il suicidio sia una cosa buona, in un certo senso. Da tre anni, ci sto pensando, e ho già fatto quattro tentativi. Per me, la morte rassomiglia a un riposo, perché come lo dice un autore francese, "vivere, è soffrire". Io di fronte alle difficoltà...
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Marquito sono d’accordo con te ,a me hanno salvato la vita ,anche se hai tempi che furono li ho usati per togliermela.. :-).La persona depressa ha bisogno di psicologi ,psichiatri, psicofarmaci ,certamente queste cose sono legate alla tua voglia di darti un’altra opportunità. Non sai mai cosa c’è dietro l’angolo perchè non provare ?? Io pregavo la sera di non svegliarmi la mattina ora prego il contrario ,prendo le medicice puntualmente ,non sono rimbambitta come effetti collaterali ,mi amo ,vivo la mia vita giorno per giorno ,ho imparato ad amare le persone e anche una persona anche se mi hanno fatto del male ,provo soltanto pietà perchè non stanno serene come me.Sapeste quanto è bello uscire e sentire le persone che ti incontrano dirti Marina sprizzi serenità da tutti le parti !!!Io godo di ciò. Sono fiera di me .Già un’altra volta dissi : se i psicofarmaci servono per farmi stare così ..bè amo questa dipendenza da loro che sia falsa o vera ,io continuerò a prenderli .Sono passati 5 anni da quando è iniziato tutto ,ma devo devo dire che la mia vita è iniziata 2 anni e mezzo fà ,quando ho incominciato seriamente questo percorso di rinascita .Questa rivoluzione della mia persona è dovuto in parte anche a questo sito ,si proprio quì dove èro in discussione con tutti ho litigato con tutti ,perchè io avevo soltanto in mente la mia depressione e il mio egoismo ,ma sopprattutto era un’altra Marina che non voleva lasciarmi uscire fuori .Quì ho trovato persone che non mi hanno incitato al suicidio anzi piano piano siamo diventati anche amici virtuali e devo dire un grazie a tutti loro non faccio nomi ,rischierei di dimenticarmene qualcuno ,ma uno più di tutti sì DAGO44 un grazie particolare .Ho divagato un pochino ma volevo dire a tutti che darsi un’altra possibilità nella vita è nostro diritto a dispetto di tutti .un saluto a tutti .
anche se non ho aggiunto più commenti ho parzialmente continuato a seguire le varie lettere di questo forum. LUNA: non è semplice saper ascoltare la propria voce, spesso può capitare di ascoltarci in un filmato, e provare anche un po di imbarazzo a pensare che sia la nostra voce, gli attori quando recitano devono essere capaci ad ascoltare la propria voce, e non è semplice, ma è un esercizio fondamentale per diventare attori, bisogna saper recitare ed essere spettatori di se stessi, nonostante ciò attore penso di esserlo stato nel palcoscenico della vita, non credo in un palcoscenico di teatro. Per quanto riguarda le sedute da uno psicoterapeuta, io per tre anni ci sono andato, e ormai e il secondo anno che non ci vado più, non penso che sia inutile andarci, ma non penso nemmeno che sia sufficiente; andare da uno psicoterapeuta può aiutare a capire certi meccanismi della mente, magari a riconoscere l’origine di alcune sofferenze, o il significato di alcune sensazioni, emozioni o sogni, in alcuni casi può addirittura aiutarti a riconoscere dei campanelli di allarme quando si sta per entrare in un tunnel di depressione, ma dalla mia esperienza posso dire che non ti fornisce le capacità per gestire determinati stati d’ansia, determinate crisi di depressione, quindi magari capisci il motivo o cosa succede nella tua mente quando sei depresso, ma appunto a che serve capire se poi comunque non sei in grado di gestirlo e sei incapace di controllarlo tanto da andare a cercare la morte? a questo punto alcuni potrebbero pensare che gli psicofarmaci possano essere la soluzione, ammetto che dopo uno dei diversi tentativi di suicidio, ho preso per un po di tempo degli psicofarmaci, si è vero magari in quel periodo non ho avuto degli attacchi d’ansia da tentare certe cose eppure mi sentivo tremendamente vuoto, incapace di provare emozioni, incapace di sognare, incapace di amare, semplicemente e lucidamente vuoto, e inoltre avevo sempre sonno, e allora mi ricordo che mi ponevo diverse domande quando andavo al tabacchino, ammetto che pure io sono un drogato cronico di sigarette, però la mia attenzione si focalizzava nelle tane persone che arrivavano a spendere grosse cifre (parlo anche 80 euro) in gratta e vinci, persone che si vedeva che erano pure in condizioni economiche molto disagiate, e magari preferivano non mangiare, o non portare soldi alla propria famiglia, per drogarsi di gratta e vinci, possibilmente erano persone lucidissime che non fanno uso di sostanze
stupefacenti, eppure mi domandavo essere delle persone normali significa questo, smettere di provare emozioni, sensazioni e magari anche sogni che non sia quella di spendere un sacco di soldi in gratta e vinci? dopo un po di tempo ho abbandonato per sempre gli psicofarmaci, a dire la verità da un po di tempo non faccio uso più di nessun farmaco, anche quando magari ne avrei bisogno, ma questa è un altra storia. Per quanto riguarda certi stati depressivi, io penso che non si possa mai veramente uscirne fuori, è come l’eroina, molte persone per fortuna sono riuscite con aiuti diversi a uscirne fuori e non bucarsi più, eppure il pensiero rimane nella testa, quello non si può cancellare, e basta un momento di crisi, una scintilla come la scomparsa di un amico, che riprecipitare nel tunnel è un attimo. Una cosa simile secondo me accade almeno in me, basta solo una scintilla. Bisogna imparare a convivere con la propria mente e non è assolutamente semplice. Ora mi sento molto debole, con la testa e con il corpo. Ieri ho studiato nei dettagli il mio progetto, ho studiato vari posti, tentando di capire quali fossero le altezze di questi posti, quali sono più facilmente raggiungibili, e in quali posti vi sono le maggiori probabilità di non farcela. Poi ieri sera il mio progetto è (momentaneamente?) fallito. Ora mi sento troppo debole per ritornarci. Troppo stanco. Ecco se c’è una parola che descrive come mi sento è stanco e debole. Non ho fatto sogni strani eppure ho smesso di credere in tante cose; leggevo in una statistica che più del 60% delle persone che tentano il suicidio poi muoiono effettivamente di questa causa, continuo a ripetere certi momenti si possono anche superare, ma i pensieri,i sogni alcuni incubi, i ricordi, quelli sono indelebili, ed aspettano il momento più opportuna per devastare la mente. Io sono stanco e credo che nel più profondo di me non ho completamente archiviato l’idea di ieri.
Volevo dedicare le ultime righe che ho a disposizione per fare i miei più grandi auguri a tutte le lettrici e scrittrici di questo forum, AUGURI, io penso che la festa delle donne dovrebbe essere 365 giorni all’anno, tuttavia alcune feste sono importanti sia per ricordare, sia per dire che bisogna fare ancora molto per tutte le donne di tutto il mondo.
L: hai scritto durante un attacco di panico, di ansia generalizzata, e nel momento in cui i tuoi pensieri negativi e la tua ansia erano a palla. Che la cosa sia durata tre minuti o tre giorni questo è.
E mi auguro che adesso la tua ansia sia scesa.
Una specificazione in breve: una delle ragioni per cui la nostra voce ci sembra strana quando la sentiamo registrata è anche che in quel caso la sentiamo con le orecchie, mentre quando la emettiamo dalla bocca la sentiamo anche attraverso il nostro corpo. Per precisare che non è solo un effetto speciale ultravivace o la questione che siamo suonati. Tutte le persone che sentono per la prima volta la loro voce registrata provano quell’effetto, tantopiù perché quando parliamo pensiamo a parlare quando ci ascoltiamo registrati, essendo appunto spettatori/ascoltatori, la nostra è un’attenzione diversa, per cui cogliamo anche di più le nostre pause, il fatto che parliamo veloci, che abbiamo un certo accento.
Mi viene in mente, a proposito della voce, un esercizio riguardo il canto: una volta ero ad uno stage in cui si lavorava con la voce, provando ad usarla in vari modi diversi e ad usare la respirazione. Ad un certo punto la tipa dice: cantate. Molti stonano. Lei dice: invece di pensare a fare bene provate a fare il peggio possibile. Il paradosso era che, persa l’ansia da prestazione, ed eliminato un certo imbarazzo di cercare bene per forza, molti erano più intonati di quando cercavano di far bene.
Non c’entra, ma forse anche c’entra con il potere che abbiamo anche di farci del male. Anche di credere che qualcosa che potrebbe farci bene non ci fa un c..... Magari mentre diciamo che odiamo gli psicofarmaci perché sono una cosa passiva però trattiamo le sedute dallo psicologo o psichiatra allo stesso modo: non funzionano, perché non siamo disposti a metterci in gioco manco un po’. Siamo disposti a metterci in gioco per farci del male e pensare con quale corda possiamo strozzarci meglio, a dire che non valiamo un c.... o che il mondo pullula di teste di c...., ma disposti ad una sana autocritica, costruttiva no. E’ vero, la depressione è una merda, ma è verissimo ciò che dice Marquito, l’ostinazione a non curarla è più merda ancora.
E si può essere ostinati a non curarsi anche andando da cento psicologi o prendendo cento pastiglie. Mi ripeto, ho rispetto per chi sta male, e conosco il meccanismo, ma tra i meccanismi c’è anche il dire: sto male e le persone non mi capiscono, non prendono atto che sto male (vero,
accade, e fa malissimo) ma anche mordere chi invece ha capito benissimo come stai, magari soprattutto perché ci è passato in prima persona, cerca effettivamente di darti una mano come può e usa le sue energie in modo empatico e trattarlo con supponenza: solo io so quello che sento, ma cosa vuoi capirne tu? solo io so quello che sento e so che non c’è rimedio, quindi il fatto che tu dica che c’è, che sei stato male ma ora stai meglio mi fa solo incazzare. Anzi, sai che ti dico? mentre dici che tu stai meglio adesso ti dirò io che invece la tua è solo illusione. Vedrai se non ho ragione io che tra un po’ starai di nuovo peggio… e se così non fosse allora è perché TU non stavi male davvero, come sto invece male IO.
Il fatto è che si diventa egocentrici, e malati anche di una falsa empatia. Un’empatia per cui si soffre per tutto il mondo, ed è vero, non dico di no, un’empatia per cui non si può sentire una notizia al telegiornale senza sentirsi piegati in due, ma poi non ci si accorge di come ci si comporta sull’uno a uno, che sia in una stanza o anche sulle pagine di un forum.
Si sta a dire che il mondo è egoista ma si rifiuta l’empatia vicina o anche sulle pagine di un forum, magari arrivando pure a dire: trovi che io ti abbia risposto male? non lo sai che sto male? e poi a te chi te l’ha chiesto?
In realtà invece di incensare la morte, e di fare il club di chi preferisce l’arma nera o l’arma bianca, il cianuro forse varrebbe la pena di ASCOLTARE L’ALTRO. Attenzione, non ascoltare l’altro nel senso che dà lezioni, ma ascoltare le emozioni dell’altro: le emozioni di una persona che come Marina dice: a me sta servendo fare un percorso, io vedo dei risultati. E capire che la questione non è che sta facendo un elogio degli psicofarmaci o della psichiatria, ma sta cercando di dire altro, come sta lei. Io, mi ripeto, lo so che il depresso non lo fa apposta a vedere/non vedere se stesso e gli altri in un certo modo. E’ ovvio che non lo fa apposta. Ma la verità è che spesso il depresso comincia a mettersi sulla strada di un miglioramento reale nel momento in cui si rende conto che anche gli altri possono essere fragili, emotivi, avere paura, che non è che ha una sorta di immunità depressica per cui può sparare in faccia alla gente o per non farlo deve chiudersi in un bunker atomico o nella morte. Bensì forse deve accettare il fatto che, pur avendo sofferto immensamente, ha gli stessi diritti e doveri degli altri, di costruire, non sottrarsi e non distruggere.
MARQUITO: @Queste stupide crociate contro gli psicofarmaci sono estremamente deleterie e procurano danni molto maggiori dei cosiddetti “effetti collaterali” da voi paventati. Ci sono milioni di persone depresse che potrebbero salvarsi se avessero l’umiltà e l’intelligenza di curarsi, ma voi li terrorizzate a morte facendogli credere che gli antidepressivi sono il demonio.
MARINA: @La persona depressa ha bisogno di psicologi ,psichiatri, psicofarmaci ,certamente queste cose sono legate alla tua voglia di darti un’altra opportunità. Non sai mai cosa c’è dietro l’angolo perchè non provare ?? Io pregavo la sera di non svegliarmi la mattina ora prego il contrario ,prendo le medicice puntualmente ,non sono rimbambitta come effetti collaterali ,mi amo ,vivo la mia vita giorno per giorno ,ho imparato ad amare le persone e anche una persona anche se mi hanno fatto del male ,provo soltanto pietà perchè non stanno serene come me
Sono passati 5 anni da quando è iniziato tutto ,ma devo devo dire che la mia vita è iniziata 2 anni e mezzo fà ,quando ho incominciato seriamente questo percorso di rinascita .
Questa rivoluzione della mia persona è dovuto in parte anche a questo sito ,si proprio quì dove èro in discussione con tutti ho litigato con tutti ,perchè io avevo soltanto in mente la mia depressione e il mio egoismo ,ma sopprattutto era un’altra Marina che non voleva lasciarmi uscire fuori.
Alle volte abbiamo passato una vita o comunque molto tempo a stare male, ma quando un percorso di recupero richiede un certo tempo non siamo disposti ad avere pazienza. Io non considero un’entità miracolosa la mia strizzacervelli, che in due battute, nella vita, ho frequentato (e non perché io sia dovuta tornare da lei perché aveva fatto male la prima volta, ma perché io ero pronta, la seconda volta, ad affrontare un nuovo capitolo… le cose che avevo “visto” ed elaborato nel primo capitolo della mia terapia non sono mai andate perse, sono tutte cose che mi sono servite e non in maniera astratta, ma pratica, per conoscermi meglio e vivere meglio e sciogliere degli automatismi ecc, idem la seconda volta) ma la considero un importante supporto nel mio percorso per stare meglio, per affrontare periodi di difficoltà e di confusione e malessere. La considero una persona mi cui mi sono fidata (e ho fatto bene) per guardare cosa mi stava succedendo non solo attraverso la mia ansia e le mie più radicate convinzioni limitative su me stessa e ciò che davo per scontato nel
Una cosa di cui sono certa (di certezze ne ho ben poche…) è che, spesso, chi sta male al punto di vedere la morte come unica soluzione, non vuole assolutamente ascoltare le esperienze altrui. O, meglio, si rifiuta ostinatamente di comprendere le ragioni per cui Tizio racconta il proprio percorso e Caio dettaglia gli sviluppi di una terapia o di un certo trattamento. E’ come infastidito dai miglioramenti altrui, crea una sorta di lega unicamente con chi sventola la bandiera con il simbolo della morte, evita accuratamente tutti gli altri e, nei momenti di maggior energia, s’imbestialisce con chi sta meglio e lo dice (lo scrive in questo caso). E in genere conclude i propri interventi con un “intanto non cambio idea!!!” che assomiglia parecchio allo sbam di una porta sbattuta in piena faccia.
Ne sono certa perchè l’ho fatto anche io. Se poi si tratta di una imbestialitura dettata dall’invidia o dal rancore che si prova per il traditore della Dea Morte è tutto da vedere.
Ciò che so è che ci si arrocca nelle propria postazione con un egoismo che fa a pugni con quel “sentirsi piegati in due” per le disgrazie che infestano il mondo.Ciò che so è che non si vuole stare a sentire nessuno se non chi può farti compagnia nel viaggio verso la distruzione.
Chi sta meglio viene visto come un crumiro che forza un picchetto di scioeranti all’ingresso di una fabbrica, un disertore che abbandona il campo di battaglia, un traditore che molla i compagni di viaggio nel momento cruciale.
Si creano due gruppi: chi sta meglio (o vuole credere di stare meglio volendo stare meglio) e chi è impantanato e non riesce ad uscire dal pantano.
Ed è la situazione più paradossale a cui si possa assistere…..
Siamo tutti sulla stessa barca.
Alcuni si stanno imbarcando sulle scialuppe di salvataggio, altri restano abbarbicati alle transenne del pontile, altri si imbarcherebbero sulla scialuppa se non si sentissero incatenati al pontile. Altri sono già a terra e smanettano per aiutare i naufraghi.
Ognuno ha un proprio percorso, ha un proprio metodo, ha una propria proposta che non è nè un consiglio nè, tantomeno, un ordine.
Ma volte il “buon suicidio” ti viene quasi strappato di bocca…..a volte assisti a scene assurde in cui la cecità impera, in cui il non voler vedere le cose positive e l’essere cecchini nel beccare le cose negative lascia a bocca aperta.
Io sono maestra nel farlo.
Ed ogni volta mi do dell’imbecille da sola. E sapeste quanto sono contenta di
questo riuscire a darmi dell’imbecille da sola!
Mi inciampo tutti i giorni in quell’autolesionismo che mi ha avvelenato l’esistenza.
Tutti i giorni.
Faccio sforzi bestiali per pensare che c’è un cielo al di sopra delle nuvole.
E non sempre riesco a pensarlo da sola. Spesso mi occorre qualcuno che mi indica il cielo con un dito (e per fortuna che non sono la scema che guarda il dito). Un qualcuno che mi elenca le cose positive perchè non sono in grado di vederle. Però voglio vederle. Anche se non le vedo. E’ questo il mio passo in avanti. Aver scoperto di voler avere una volontà (scusate il gioco di parole) che non pensavo di poter volere.
Poi (spero) verrà il recupero di una sorta di autostima, poi verrà la possibilità di non ammorbare l’esistenza altrui con le proprie insicurezze e le proprie ricadute. Con il tempo, però. Senza fretta. Con tutto il tempo che occorre, quel tempo che ci si vuole negare e, a volte, ci si nega.
E con le giuste terapie. Poco importa se per terapia si intendonoo psicofarmaci, sedute dallo psichiatra, tisane, partecipazioni a gruppi di pensiero new age etc etc etc. Ognuno ha il proprio modo e, logicamente, umanamente, difende il modo in cui ha raggiunto una sorta di serenità.
Io, ad essere sincera, non riesco a vedere i farmaci come i mostri magnacervello.
Dipende dal motivo per cui li si assume. Per stare meglio, per rimbambirsi in attesa della fine o per farla finita…..
Cara Marina, più di un anno fa ho invidiato la tua capacità di incazzarti digitando una trentina di punti esclamativi :-), vedevo questo gesto come un rigurgito di energia che pensavo di non possedere. E te l’ho scritto (tu ti sei ncazzata ancora di più :-).
Penso a tutti quelli che scrivono qui e non ne vogliono proprio sapere dei percorsi altrui. A quelli che domandano lumi (o aiuto) per morire quando, per morire, se veramente lo si vuole, non occorre molto….e lo fanno quasi come se volessero sfottere chi si prodiga per dare una mano e, alla fine, si sente preso in giro e deriso come l’imbecillone di turno. Penso a quelli che pur avendo la luce davanti si ostinano a dire “se vedo la luce è perchè sono in grado di distinguerla dal buio. E se so cos’è il buio è perchè lo conosco bene!!! Ergo sto o sono stato al buio…..vedi che sono sfigato!!!!”. Penso a chi è seduto e non riesce ad alzarsi ma forse non vuole (come è successo a me) perchè il Male NON muove il mondo….ma da molta più sicurezza.
rapporto con la mia vita e gli altri. Anche con i meccanismi degli altri che mi erano nocivi.
La considero un supporto fondamentale perché, per quanto io sia una persona intelligente e dotata di una capacità analitica non da buttare, mi ha permesso di guardare di me cose che io non ero in grado di vedere neanche se mi fossi impegnata ai massimi livelli, cosa che, peraltro, quando stavo più male facevo, ma andando in implosione. Il che comunque mi ha permesso di avere più presenti le mie risorse oltre al mio malessere e i miei limiti, e di conoscermi meglio, non attraverso le etichette e giudizi, miei e degli altri, ma anche di rispettare i miei stessi limiti.
Io riconosco quanto la terapia mi sia servita a volte anche in cose apparentemente minimali. Riconosco che in certi periodi la terapia non mi è apparentemente servita a niente, ma non perché non servisse di per sè, ma perché io la vivevo come puro sfogo, cosa che peraltro, razionalmente, non mi è mai piaciuta. Ma la pressione mia era tale che non potevo “lavorare” su di me. Quindi in quel senso serviva, perché evidentemente ne avevo bisogno, dello sfogo, ma il risultato era imparagonabile a quando riuscivo a “lavorare” sulle cose veramente. Dunque mi chiedo, quando leggo “la terapia non mi è servita a niente” se le persone, forse, anche, siano riuscite a concedersi di portarla avanti oltre la fase dello sfogo che serve, ma in cui le cose sembrano muoversi meno (anche se si muovono). Descrivere nel dettaglio un percorso terapeutico personale è impossibile. Così come non potrei descrivervi nel dettaglio questi ultimi anni, al centro dei quali io sono stata in terapia. E mi è servita, anche se io stessa riconosco delle mie resistenze. Allo stesso modo, poiché paradossalmente, è stato nei due anni clou del mio malessere che io non sono potuta andare in terapia, riconosco che se sono riuscita a superarli senza una completa distruzione e riuscendo in qualche modo a reggere è stato anche per delle chiavi che la terapia in precedenza mi aveva dato. Quindi da parte mia, per mia esperienza personale e per l’esperienza di moltissime persone che conosco, mi sento di dire che serve. Che serva pure solo in certi casi ad aiutare a convivere meglio con delle predisposizioni ansiose o compulsive, ma permettendoti una migliore qualità di vita e di cercare di prevenire il fatto di uscire con una gola debole in mezzo al gelo polare. Mi pare valga la pena comunque più che darsi per vinti a priori.
Se c’è una cosa che mi dà fastidio sono i pregiudizi, i luoghi comuni, le frasi insensate ripetute a pappagallo per convincere sé stessi di essere nel giusto. Prendiamo quello che ha scritto Tracy a proposito degli antidepressivi:
“I farmaci non risolvono i problemi; ti danno solo una sensazione di falso benessere”.
Innanzitutto vorrei capire cosa distingue un “vero” benessere da un “falso ” benessere. Se il benessere procurato dai farmaci è “falso” perché ottenuto artificialmente, allora siamo di fronte a un ragionamento circolare, che è come dire a una petizione di principio. Un discorso analogo si potrebbe fare riguardo all’affermazione secondo cui “i farmaci non risolvono i problemi” (come fate a sapere che la depressione non sia di origine organica, nel qual caso un antidepressivo rappresenterebbe proprio la soluzione del problema ?).
Sarebbe magnifico se potessimo fare a meno degli psicofarmaci; sfortunatamente, in alcune circostanze, questi ritrovati della scienza si sono rivelati assolutamente indispensabili. Demonizzare gli antidepressivi è un comportamento scriteriato e irresponsabile, così come sarebbe irresponsabile prescriverne ai pazienti una dose eccessiva.
Dopo il mio secondo tentativo di suicidio sono stato sottoposto a un trattamento massiccio e estremamente invasivo. Sapevo perfettamente che ci sarebbero stati degli effetti collaterali; ero perfettamente consapevole dei rischi connessi con questo tipo di terapia; sapevo anche che avrei potuto sviluppare una certa dipendenza e che questo fatto, in un futuro ancora lontano, avrebbe comportato ulteriori sforzi e ulteriori sacrifici. Eppure, ogni santo giorno, mi recavo all’Istituto di Neuroscienze per farmi somministrare le mie meravigliose flebo (l’ho fatto per tre mesi, in un periodo in cui alzarmi dal letto mi costava uno sforzo sovrumano, prendendo due autobus per arrivare a destinazione perchè purtroppo non guido l’automobile, e durante quei tre mesi non ho mai saltato una singola seduta). Perché l’ho fatto ? Perché non c’era più nessuna alternativa. Il livello di serotonina presente nel mio liquido cerebro-spinale era spaventosamente basso e tutte quelle flebo, assieme alle compresse e alle pasticche, mi avrebbero permesso di uscire fuori dal pozzo e di affrontare i miei problemi con maggiore serenità. Una volta superata l’emergenza gli psicofarmaci sono stati gradualmente ridotti, fino a raggiungere la dose di 1 sola pasticca.
Il punto dolente è che spesso il dolore è talmente acuto che la nostra volontà, ovvero la capacità di vedere, viene annullata. Annullata dall’insicurezza, dalla paura di non riuscire o perfino di riuscire.
Io son passato per quasi tutti gli stadi di sofferenza che la depressione può portare: disturbo ossessivo compulsivo, ansia e fobia sociale (quella che mi attanaglia ora), disperazione cosmica, pessimismo filosofico, schifo del mondo, fallimenti, frustrazioni.
Eppure c’è sempre un vago senso di colpa perchè sento di non riuscire ad apprezzare la vita come converrebbe. Poi però, quando vorrei farlo, so di avere troppe ragioni per non farlo.
Una di queste è la paura. Paura di tutto.
Anche di andare in un supermercato a fare la coda e trovare una cassiera che ti risponde male e sentirsi una merda. Paura che capiti qualcosa anche se non capita niente, ma sapendo che potrebbe capitare a me come a tutti.
Paura della solitudine, ma anche di non saper gestire i rapporti. Paura di avere paura e di essere o troppo remissivo o troppo aggressivo. Paura di perdere persone a cui tieni o di tenerti quelle di cui te ne freghi.
E’ la Solitudine che genera la Paura. E’ la Paura che genera Solitudine.
Per poi vedere un raggio di Sole e sentirsi in colpa perchè, in fondo, sono fisicamente sano, tutto sommato ho una famiglia, due gatti meravigliosi, un tetto sulla testa.
Credo che la ricetta per vincere la paura sia l’Amore. ma l’amore è raro, rarissimo. Forse è solo un’idea, o un qualcosa che capita come fosse un gratta e vinci.
Quanto ci sarebbe da dire sull’Amore. E sulla solitudine e la paura. E sul suicidio, che potrebbe essere una soluzione, ma che genera una fottuta paura.
Ora sono in terapia, da una psicologa che mi piace molto. Forse troppo; e questo potrebbe essere fonte di guai. Guai del tipo: un inaspettato, non voluto e inatteso colpo alle endorfine. Insomma, è una mia coetanea molto, troppo carina e interessante. Forse è solo una sciocchezza la mia, ma fa pensare: ché anche quando si ha un contatto con una persona che ci fa stare bene, ecco che scatta la fregatura. Per ora vado alle sedute e mi sento meglio e probabilmente le mie endorfine rimarranno a posto loro. Prendo anche dei farmaci e devo dire che su di me sembrano non avere alcun effetto, nè positivo, nè negativo. Nel senso che ho molta difficoltà a valutare il loro apporto.
In questo momento non sto bene e non ricordo l’ultima volta in cui son stato bene, forse all’asilo.
Ma all’asilo le nuvole erano bianche, il cielo azzurro, la mamma mi proteggeva e mi bastavano i miei giocattoli. O forse no; forse già allora soffrivo. Non saprei. Nel dubbio preferisco ricordarla come una stagione felice :-).
Son passati oltre 25 anni da allora. E la parola “suicidio” mi torna in mente ogni giorno, anche solo per studiarlo, per considararlo cercando di conoscerlo.
Alla mia psicologa ho detto che probabilmente è così che morirò, magari tra 60 anni, ma è così che morirò. Forse no, non lo so. Ma penso al suicidio come ad una opzione mia e solo mia. Mandare tutti a quel paese, senza retorica, senza una spiegazione da dare.
Forse imparerò a convivere con me stesso e con questo mondo marcio e mi farò una ragione del silenzio di Dio (a meno che una volta tanto non si faccia vivo).
Non so, e non so neanche se rispettare di più chi vive e soffre fino all’ultimo o chi si è ammazzato e ha pagato completamente il suo debito.
Io so solo che ci sarebbe bisogno di Amore, ed è merce rara. Di Pace (che dell’amore è il terreno fertile) e vedo solo una lotta tutti contro tutti. E poi solitudine, incomprensione e ignoranza. Con qualche sprazzo di luce ogni tanto e qualche pepita d’oro che ti fa dire:”Andiamo ancora un po’ avanti”.
Ok, andiamo ancora un po’ avanti.
EME: ciao cara 🙂
come sempre non usi mai le parole a vanvera (scusa anche tu il giuoco di parole).
Quando ancora non sapevo che tu eri tu il tuo modo di parlare delle cose è stata una delle ragioni per cui sono rimasta. E non sapevo nemmeno che tu eri tu, che eri qualcuno che conoscevo già, con cui, in qualche modo, avevo già guardato delle cose trovandomi in sintonia. Insomma, ero priva anche di qualsiasi pregiudizio positivo nei tuoi confronti. Eppure ti ho… sentita. Ho sentito una naturale aggregazione verso di te.
Allora mi viene da dire, a chi dice che il mondo è cieco, sordo, muto, stronzo, e che non sente e non capisce che forse invece ci può sentire e che quello che diciamo o ci diciamo, quello che ci trasmettiamo e trasmettiamo qualcosa fa, nel bene o nel male. Che se partiamo dal pregiudizio che nessuno ci caga fino a spingerlo in un articolo indeterminativo, in un aggettivo, nella punteggiatura potremo diventare, per chi ci legge, qualcuno da non ca..... Ma magari per difesa e non per mancanza di empatia.
Anche se l’altro è aperto. E non è che non ci cagherà perché stiamo male, o perché dobbiamo sempre essere allegri e vivaci come delle soubrettes, o perché ci sentiamo giù e abbiamo paura, o perché ha letto il nostro curriculum vitae che dimostra un fallimento totale sin dal primo giorno di asilo poiché esso viene allegato ad ogni post, ma semplicemente perché NOI stiamo dicendo: NON TI CAGO IO.
E’ vero, a volte questa lettera sembra viaggiare su due binari distinti. E quando qualcuno che non parla solo della morte come liberazione si rivolge a chi invece lo fa non viene considerato o viene trattato con un’oppositiva sufficienza. Beninteso io non penso che mi si debba rispondere, non mi offendo, penso che le simpatie e le antipatie si realizzano in modo spontaneo, però non posso fare a meno di notare che ci sono persone che hanno detto che il mondo è indifferente ma io a loro ho risposto e loro a me no. E se io fossi una persona che soffre se non le viene risposto? c.... miei. perché io non sto così male da dire che voglio morire e quindi, automaticamente, io sono meno sensibile e più difesa. Io posso anche restare male, che tanto poi così male non mi fa. Sto su un forum che si chiama il suicidio perché non ho un c.... da fare o perché sono come quelli che vivono in una villa con piscina con 15 servitori e un vitalizio ma ogni tanto, perché mi pare bello, porto in parrocchia un paio di gonne che non metterebbe neanche uno
spaventapasseri.
Ora, io sono perfettamente d’accordo con EME quando dice che ciascuno fa il suo percorso a modo suo.
@Poco importa se per terapia si intendonoo psicofarmaci, sedute dallo psichiatra, tisane, partecipazioni a gruppi di pensiero new age etc etc etc. Ognuno ha il proprio modo e, logicamente, umanamente, difende il modo in cui ha raggiunto una sorta di serenità.
Perché il senso di serenità è reale. Un conto è l’esaltazione per cui puoi anche mangiare un panino di chiodi e con gli occhi spiritati dire: a me mi piace.
Un conto è la sensazione di serenità.
E anche se quando ti sale l’ansia ti sembra di non averla mai provata dal 1848 in realtà l’hai provata, non ci sono c.... che tengano. E la sensazione di serenità che hai provato l’ha provata anche il tuo fisico, il tuo pancreas, il tuo fegato ecc ecc ecc. Fossero pure 30 secondi sono guadagnati.
nella fase più acuta del mio malessere io abitavo con un’altra person per un periodo. Mi era già capitato di vivere con altre persone, ma non stavo così male. Belle esperienze che al di là ricordiamo come positive. Anche prima avevo problemi, ansia e stavo male, ma riuscivo a contenere la cosa, a uscire per non caricare gli altri, a farmi chilometri di camminate, a crearmi dei diversivi, fosse pure andare in auto a fare la montagnetta di sigarette. Anche a condividere. Ero riuscita persino a scappare da una brevissima convivenza con una pseudo amica che era in realtà molto più fuori di me e che mentre ero a pezzi mi tirava dei numeri da circo lei perché cercava di usare il fatto di avermi fatto un favore per tre giorni come se io fossi diventata di sua proprietà. Ma dicevo, in quell’altra ancora coabitazione io ero a pezzi. E l’altra persona cominciava alle 8 del mattino a cercare di portarmi fuori di casa a fin di bene. E trovava un muro pazzesco. Quando ce la faceva capitava che io veramente stessi un po’ meglio. Ma il giorno dopo ricominciava la stessa storia, avevo tutte le migliori ragioni per non farcela e per dimenticarmi che mi era servito. Non mi era mai capitato in vita mia. Io di solito ero sempre uscita grazie alle mie energie. Ora non bastava neppure che un’altra persona tentasse di darmi un positivo calcio in culo. Io ho detto a quella persona di lasciar perdere perché era inutile. Volevo la mia libertà di scegliere e rendermi conto che non riuscivo ad usarla per farmi del bene era deleterio. Però è da lì che si parte, da lì sono ripartita. Da quella voglia di recuperarmi per ME.
LUNA ciao ,io sono stata 2 volte in una clinica pschiatrica la prima volta 3 mesi la seconda un pò meno ,mi ci portavano perchè io mancavo agli appuntamenti settimanali ,quindi veniva tutto di seguito la cosa ricoveri coatti.Dico 2 anni e mezzo fà perchè ho trovato questo sito e quì mi potevo anche se incazzandomi rapportare con le persone come me che volevo suiscidarsi (sono diventata anche anoressica per togliermi di mezzo ) ,capire cosa c’èra di sbagliato in me il perchè mi stava accadendo ciò,ma non trovavo le risposte ,e così continuavo a sprondare sempre più giù .Poi ho conosciuto quì una persona che ha creduto in me ,la prima persona che mi ha capita e da lì è scattato tutta la mia risalita ,non mi giudico guarita ,ho sempre paura che sia un sogno ,ma voglio vivermelo. Eme i miei punti esclamativi non erano altro che aggressività ,rabbia,amarezza, frustazione ,e chi più ne ha ce ne metta di tutta una vita di merda … 🙂 tempo fà chiesi alla mia psicologa : dottoressa vedo la gente intorno a me che è cambiata !! lei mi rispose no Marina sei tu ad esserlo!! éra vero!! Ora voglio raccontarvi una storia . Andrea leggi bene è specialmente per te .Una ragazza depressa e bipolare come me ,mia amica anche se può essere mia figlia ,dopo ricoveri ,medicine ecc.ecc.finalmente ha incontrato un ragazzo che l’ha capita non l’ha giudicata ,che le ha voluto bene che l’ha amata per quella che era .Le paure erano tante ,aveva paura che un giorno l’avrebbe lasciata ma questo non è accaduto,mi diciva sempre non avrò mai una vita normale e io naturalmente cercavo di darle il mio supporto ,ma stavo male anche io ,quindi capendoci ci aiutavamo a vicenda.Poi lei incominciò a stare bene voleva un figlio (nel frattempo anche io) lo pschiatra incominciò a scalarle i psicofarmaci ,è rimasta senza prenderli per un anno ,un anno d’inferno ma doveva disintossicarsi .Le hanno dato l’ok per un figlio è rimasta incinta ,paura sopra paure minacce di aborto io sempre lì vicina io e il suo compagno ,casa sua era diventata la mia ,lei più depressa che mai (ma non poteva prendere nulla) io forte perchè dovevo farle coraggio.Tornavo a casa la disperazione più assoluta mi stava portanto un’altra volta nel baratro della depressione ,ad un certo punto mi sono fermata un attimo a riflettere sulla mia vita .Marina mi sono detta calma stai dando troppo stai sfruttando tutte le tue energie ancore deboli calmati!!.. Così mi armata di una serenità che non sò dove l’ho presa e l’ho
aiutata per tutto il tempo della gravidanza .Ieri ha partorito una bambina ANITA mi ha voluto lì ,abbiamo pianto come 2 ragazzine ,le ho detto ce l’abbiamo fatta tesoro e lei con un filo di voce mi ha detto grazie ,ti presento tua nipote perchè tu hai fatto quello che mia sorella non ha fatto per me.Ora perchè ho raccontanto questa storia non lo sò ,forse per dire che non tutto è perduto ? o perchè sono felice ? o perchè se si vuole una cosa anche se nessuno crede in te ce la si può fare? date una risposta voi io me la sono data a modo mio .
L’insensatezza della vita è un problema con cui tutte le persone intelligenti sono costrette a fare i conti. La maggior parte degli esseri umani vive la mancanza di senso come un incubo, come una condanna, come una condizione penosa da cui evadere a ogni costo il prima possibile. E’ per questo che la gente è così assetata di certezze. E’ per questo che si aggrappa a Gesù, a Marx, a una qualsiasi dottrina politica o religiosa. E’ per questo che si abbarbica a dei dogmi assurdi con tanta intransigenza e con tanto fanatismo. Quelli che sono meno suggestionabili, che non riescono a abbandonarsi alla fede perché non sanno rinunciare all’uso della ragione, vengono assaliti da un senso di nausea e di vuoto. Si sentono completamente spiazzati; completamente spaesati. Avrebbero bisogno di credere in qualcosa ma non ci riescono. Si abbandonano all’alcool, alla droga e alla depressione più nera; poi, un brutto giorno, incominciano seriamente a meditare il suicidio.
Ma ci sono persone che vivono l’insensatezza della vita in un modo completamente diverso. Non la vivono come una condanna ma come una sfida e un’opportunità. Se la vita avesse un senso, se la direzione da seguire fosse già prefissata, all’uomo non resterebbe proprio niente da fare. Potrebbe solo obbedire o ribellarsi (personalmente mi sentirei soffocare). L’insensatezza della vita permette all’uomo di dare sfogo alla sua creatività. Attraverso l’Amore, attraverso la passione, attraverso la fantasia, ciascun uomo può attribuire alla propria esistenza il significato che vuole.
Athos, secondo me hai scritto una lettera bellissima. Traspariva sincerità e mi ci son ritrovata. Però c’è anche tanto e tanto pessimismo e forse dovresti accentuare di più la tua potenzialità di persona intelligente.
MARINA: @Tempo fà chiesi alla mia psicologa : dottoressa vedo la gente intorno a me che è cambiata !! lei mi rispose no Marina sei tu ad esserlo!! éra vero!
queste tue righe mi hanno commosso, di affetto e di empatia. con un sorriso perché questa è una verità bellissima che quando la scopri… Sì, si sente che sei felice, che vivi emozioni belle ed è bello leggerti, sentirti.
Non è un sogno, è il tuo presente. Non si può fingere di stare bene, di provare cose che prima non si riusciva a provare, di piangere di commozione, di sentirsi in comunità con gli altri in un certo modo. Non si può fingere di volersi più bene come racconti ora tu, è tutto vero. E non è neppure che devi stare sempre bene, perché nessuno vive una vita fatta solo di emozioni perfette. Ma forse il discorso è poter avere tutta la gamma di emozioni, di nuovo o anche alcune per la prima volta. E sapersi ascoltare come magari prima non si era fatto mai. Sono tanto contenta per te, Marina, che tu abbia la tua tavolozza di emozioni, emozioni, desideri fatta di tanti colori a disposizione.
Ti ringrazio del tuo post 🙂 un bacio
ATHOS: ovviamente rispetto il tuo pensiero, è il tuo, sono le tue considerazioni per te stesso. Comunque nel tuo post hai descritto così bene i circoli viziosi di queste brutte fazende…
Io ricordo la mia infanzia come un periodo felice, anzi, la mia primissima casa l’ho sognata per anni, e me la comprerei, tanto ricordo sensazioni tipo quelle che descrivi. ma al contempo ricordo già che presto mi facevo molte domande, che ero molto sensibile a tante cose. Che coglievo forse anche troppe cose. Mi è rimasto impresso per esempio un compagno di classe della prima elementare, di cui non so il nome, che mangiava il suo pane con formaggino all’intervallo. Mi ricordo solo questa immagine ma nella mia mente è: era fragile, c’era qualcosa di triste in lui. Chissà come sta oggi. Oppure in lui riflettevo certe mie fragilità.Sarà pure che io ho cambiato, molto piccola, da case, scuole. E ho vissuto, nel mio piccolo, queste cose come sradicamenti importanti. Tempo fa ho incontrato una mia compagna di classe della seconda scuola. Lei ha di me un ricordo di una persona fortissima, un metro e quello che era allora di personalità trascinante mentre io mi ricordo me come un agnellino spaurito che aveva pure una specie di orticaria da stress. a 9 anni. E mi ricordo ancora quanto soffrivo per certe uscite della maestra (che per certi altri versi mi ha insegnato un sacco di cose utili
”ma anche mordere chi invece ha capito benissimo come stai, magari soprattutto perché ci è passato in prima persona, cerca effettivamente di darti una mano come può e usa le sue energie in modo empatico e trattarlo con supponenza: solo io so quello che sento, ma cosa vuoi capirne tu? solo io so quello che sento e so che non c’è rimedio, quindi il fatto che tu dica che c’è, che sei stato male ma ora stai meglio mi fa solo incazzare. Anzi, sai che ti dico? mentre dici che tu stai meglio adesso ti dirò io che invece la tua è solo illusione. Vedrai se non ho ragione io che tra un po’ starai di nuovo peggio… e se così non fosse allora è perché TU non stavi male davvero, come sto invece male IO.”
Ci tenevo a chiarire alcune delle mie riflessioni esposte nella precedente lettera, io credo che il nocciolo del discorso non sia stare male, stare meglio, chi sta più male, stare male davvero o no, si rischia così di fare il famoso esempio il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno? Voglio fare una premessa, io auguro a tutte le persone che conosco e no di stare bene, di essere felici e sopratutto di riuscire anche con l’aiuto di persone (che si conoscono personalmente o no) a superare momenti difficili, e quando sento che una amica che ha passato un periodo di crisi, ora sta meglio, non può che riempirmi il cuore di gioia. Detto ciò voglio però anche dire che la mente è così affascinante per la sua complessità, io sinceramente ho difficoltà a credere a delle persone che dicono di essere sempre felici, così come quelle che dicono di essere sempre tristi, la nostra mente, secondo me, è un minestrone di tante emozioni, a volte si sta male, poi si sta bene, a volte si è tristi, a volte si è felici altre volte ancora si è incazzati, altre volte si è innamorati. Io penso che sia assolutamente umano passare da dei momenti in cui si sta bene a momenti in cui si sta male, non voglio affermare che la vita è fatta solo di sofferenza, ma che comunque non siamo dei robot e bisogna accettare l’esistenza di dei momenti di sofferenza. L’argomento del quale, appunto, volevo riflettere è come si affrontano i momenti (che uno spera sempre che non ci siano) di sofferenza. I momenti in cui si sta male con il corpo e la mente. Penso che ognuno reagisce in modo differente alla sofferenza sia fisica che della mente, e il discorso secondo me è appunto come ci si comporta in questi momenti. Quando parlavo della mia esperienza con una psicoterapeuta non volevo assolutamente dire che è stata un
fallimento totale, anzi ho detto che è stata per me un esperienza molto utile e importante che mi ha aiutato a capire tantissime cose, appunto a capire certi meccanismi che si innescano nella mente in certi momenti d’ansia, a capire l’origine di certe sofferenze, tutte cose che comunque ho scritto nella precedente lettera. Ma per la mia esperienza personale mi è mancato in questi anni di psicoterapia la capacità, non di analizzare, ma di riuscire ad affrontare determinati stati d’ansia, riuscire appunto nei momenti di sofferenza a non farsi travolgere completamente, questa è una riflessione sulla mia esperienza. Riguardo all’uso o no di psicofarmaci, io nelle mie lettere descrivevo appunto la mia esperienza e le sensazioni che provavo quando ne facevo uso, credo che ognuno sia padrone del proprio corpo, ed è in grado di capire se quel metodo lo può aiutare a superare determinati stati o no o addirittura gli reca danno, chi ritiene appunto che l’uso di tali farmaci gli da del benessere penso che non deve porsi alcun problema, chiaramente sotto la supervisione di un medico, a continuarne a farne uso, finchè lo ritiene necessario. Il fatto che io ho provato determinate sensazioni quando ne facevo uso non significa che tutti abbiano o provino le mie stesse sensazioni. Infine riguardo al mio fallito progetto, preferisco per svariate ragioni di non parlarne. Ci tenevo, comunque, a chiedere scusa se qualcuno si è sentito scosso o anche ferito per le parole che ho usato, e ci tenevo anche a ringraziare tutte le persone che con le loro opinioni mi hanno aiutato a riflettere, non pensiate che le vostre parole siano rimaste inascoltate, mi hanno dato in un momento difficile che sto attraversando una grossa mano, un grosso aiuto, GRAZIE.
Per cui, secondo te, l’insensatezza permette la vita in quanto modulo creativo?
Potremmo discutere dell'”incertezza” della vita, ma non di un senso dell’insensatezza. Già, perchè se è la mancanza di senso a dare sfogo attraverso l’amore alla creatività, allora la mancanza di senso diventa l’epifania di ogni cosa ovvero ne dà il senso.
Insomma, io preferirei un mondo degno di essere vissuto. Amore e Conoscenza dovrebbero esserne il Senso primo e ultimo.
Ma dove sono?
ma che peraltro era tremenda… lei diceva: non dire che non ce la fai se prima non provi! e questa, francamente, è una cosa che mi è servita.
Però, esempio cretino, mia madre (che peraltro è insegnante pure lei) mi metteva un maglioncino sopra il grembiulino in modo che io potessi toglierlo se avevo caldo ma tenerlo se avevo freddo (viste le grandi manovre, altrimenti con quel c…o di grembiulino… che roba orrenda,tra parentesi, per uno spirito anarchico come il mio). La maestra un giorno davanti a tutti mi dice che non si mette il maglioncino sopra (e fin qua…) ma aggiunge: perché lo metti, per far vedere che hai un maglioncino bello? per far vedere che hai soldi? (tra parentesi ma quali soldi? avevo genitori giovanissimi che si stavano appena costruendo la vita). Una cazzata eppure io sono stata malissimo: e mica per la faccenda che pareva che io volessi mostrare. No, sono stata malissimo per la mia mamma. per la mia mamma che mi aveva messo un maglioncino per amore e cura e questa stronza di maestra si inventava una versione brutta e cattiva di un gesto d’amore. (oh, mica ho mai detto che sono a bolla, eh, ragazzi :PPP).
Athos, se ti può consolare io alla mia strizzacervelli per un certo tempo ho dato del lei (io che do del tu a tutti, praticamente) perché mi piaceva e avevo paura di affezionarmi a lei. Di affezionarmi tipo una mamma o una sorella maggiore o che ne so. Le davo del lei per mantenerMI le distanze.
MARQUITO: ora forse (probabilmente) dirò una cazzata colossale: ma la depressione non rimbambisce? La depressione non ha effetti collaterali, anche sul fisico? la depressione non genera dipendenze a sua volta e che manco hanno effetti curativi? non riesce a creare persino un “finto” (ma così maledettamente vero) malessere? (finto nel senso che ci fa percepire una strada come una montagna, un incontro banale come un esame di stato ecc ecc).
Quando guardo se lo yogurt è scaduto mia nonna mi dice: però poi fumi 40 sigarette?
Allo stesso modo persone che pensano alla morte e si rimproverano di non sapersi ammazzare abbastanza velocemente hanno paura che un farmaco abbia effetti collaterali? Una mia conoscente sui 50 anni, medico, per anni è stata male fisicamente senza riuscire a capire perché. Finalmente lo ha capito e gli antidepressivi (ne ha provati un paio e li ha dosati bene) a quanto ho capito tengono a bada il suo disturbo come la pastiglia quotidiana per la tiroide. Rispetto a prima è dinuovo lei, e non certo per falso benesser
@ Athos:
Caro Athos; se hai voglia di discutere con me, e di farlo in modo sereno e costruttivo, la cosa può soltanto rallegrarmi; ma perché rivolgermi un messaggio acefalo, senza neanche indicare il nome del destinatario ?
Devo dire che mi fa un certo effetto sentirti parlare con tanto trasporto di Pace e di Amore (ci avevi abituato a ben altri toni, a ben altri accenti …). Sperando che non si tratti della solita goliardata o dell’ennesimo camuffamento del dottor Jekyll, che dismette momentaneamente i panni di Mister Hyde, rispondo con molto piacere alle tue osservazioni.
Ci sono persone che soffrono di claustrofobia e persone che soffono di agorafobia. Le prime sono insofferenti di ogni vincolo e di ogni costrizione; credono nella relatività dei valori e non sopportano di essere ingabbiate in un qualsiasi sistema etico, religioso o metafisico. Amano e rispettano la complessità della vita; amano la vita proprio per quei motivi che la rendono insopportabile alla maggior parte della gente. La amano perché è variegata, multiforme, iridescente, cangiante … la amano perché è mutevole, effimera, misteriosa … la amano soprattutto per la sua inesauribile ricchezza … la amano perché cambia continuamente aspetto a seconda del punto di vista da cui la si osserva. Per queste persone l’insensatezza della vita rappresenta un grandissimo pregio (quando parlo di “insensatezza” mi riferisco alla mancanza di un senso preciso, che ci viene imposto dall’esterno una volta per tutte). L’insensatezza è ciò che ci permette di creare nuovi valori e nuove prospettive (i nostri valori, le nostre prospettive).
Gli altri (che sono la maggioranza) non sono in grado di sopportare l’insensatezza della vita. Percepiscono la mancanza di senso come assenza e vuoto; non come un’opportunità offerta a ogni singolo individuo per sprigionare liberamente la sua creatività. Hanno disperatamente bisogno di aggrapparsi a una qualche certezza e quando non la trovano si sentono inevitabilmente risucchiare nell’abisso.
L’insensatezza della vita non deve essere necessariamene considerata un disvalore. Se la si considera in una certa prospettiva, essa può perfino rappresentare un valore. La cosa potrà apparirti sorprendente, ma ci sono dei momenti in cui l’insensatezza della vita mi appare addirittura come il suo maggior pregio. Se il senso dell’esistenza ci fosse già dato; se la direzione da seguire fosse già tracciata, mi sentirei precisamente come un topo in gabbia.
Segue:
Spero soltanto di essermi espresso chiaramente e di non essere stato totalmente frainteso. Lo ribadisco ancora una volta: quando parlo di “insensatezza” mi riferisco alla mancanza di un senso univoco, oggettivo, universale e valido per tutti (tipico il caso della religione). Quando parlo di “creatività” mi riferisco alla facoltà più preziosa che ciascun uomo reca in sé: quella di imprimere alle cose la propria personale prospettiva; il proprio personale punto di vista, la propria personale interpretazione del mondo e di inventarsi, in totale autonomia, il proprio personalissimo senso della vita.
@ LUNA:
Altro che sciocchezze … dici delle cose incredibilmente sensate; delle cose che condivido al 200%. La carenza di un neurotrasmettitore come la serotonina provoca gravissimi effetti collaterali . Non solo la persona è depressa, ma è oggettivamente incapace di analizzare la realtà in modo sereno e equilibrato. E’ aggressiva, spesso violenta, soffre di disturbi ossessivo-compulsivi, di terrificanti sbalzi dell’umore e qualche volta anche di dismorfofobia … E’ veramente incredibile che una persona che si trova in questo stato abbia paura ad assumere uno psicofarmaco … una medicina che riporterebbe il suo livello di serotonina su dei valori accettabili, rendendola più lucida, più serena, più costruttiva; in una parola più equilibrata e più sana.
Io credo che alla base di tutto ci sia un vecchio pregiudizio secondo cui tutto ciò che è “naturale” è buono e tutto ciò che è “artificiale” è cattivo. Seguendo questa logica aberrante si arriva all’assurdità di considerare il virus migliore del vaccino, la depressione migliore dello psicofarmaco, la malattia migliore della salute.
L: @Io penso che sia assolutamente umano passare da dei momenti in cui si sta bene a momenti in cui si sta male, non voglio affermare che la vita è fatta solo di sofferenza, ma che comunque non siamo dei robot e bisogna accettare l’esistenza di dei momenti di sofferenza.
Ma forse il nocciolo non era anche questo, L?
Cioè forse può darsi (ti chiedo, eh, se sia così) che la tua esperienza con la psicoterapeuta ti sia servita anche a reagire diversamente prima e dopo gli stati di ansia rendendoti conto che esiste anche ciò che non li riguarda e che ha valore di realtà?
Forse non mi spiego bene.
Peraltro capisco bene quello che vuoi dire, ma penso che ci sia anche una differenza tra dire: io sono sempre felice, ho raggiunto una perfezione emotiva e dire: un tempo la depressione, o uno stato d’ansia persistente o un esaurimento nervoso mi faceva stare male non in maniera semplicemente reattiva (cioé, è una bella giornata o neutra, ma ad un certo punto magari qualcuno mi risponde male, non riesco a trovare parcheggio, calpesto una cacca di cane e provo delle emozioni negative, oppure ho un pensiero di un certo tipo che mi preoccupa, in maniera anche preponderante, per un certo periodo, ma al contempo le mie altre “funzioni emotive”, seppure distratte da questo problema contingente, rimangono inqualche misura attive di fronte a stimoli di un certo o altro tipo… lo so che detto così magari non si capisce bene, spero di sì)ma costante, io ERO la mia depressione e basta, io ero schiavo della mia ansia in un modo che mi invadeva la vita, io provavo uno stato di malessere costante, adesso invece sento di nuovo un certo equilibrio in me stesso, posso arrabbiarmi, dormire, piangere, ridere, provare antipatie o simpatie, scegliere di dire sì o dire no non in base alla mia ansia ma in base ad un mio sentire… ripeto, forse non mi è facile spiegare la differenza, ma quando Marina scrive: sono felice, io immagino che lei dica: sono serena. E per una persona che è stata male avere una base di serenità interiore è una forma molto viva di felicità, con tutto che nella quotidianità possono esistere vari livelli di frustrazione. Ma se la frustrazione è una tortura interna diventa preponderante anche rispetto a ciò che succede all’esterno. Non importa che ci sia il sole o che piova, o meglio se piove puoi essere ancora più giù di tono, ma se c’è il sole non fa differenza ecc ecc.
Personalmente quando sono uscita dal mio periodo buio anni fa sono stata felice, ero felice
grazie a tutti i partecipanti a questo thread. mi state aiutando tanto.
io mi arrampico sugli specchi. sto chiedendo aiuto a tanti (psichiatri, psicologi etc) ma la mancanza di denaro fa si che possa appoggiarmi al momento solo alla ASL e sono in attesa che arrivi il mio ‘turno’…
nel frattempo vorrei tanto poter contare su questo aiuto.
la mattina vivo di confusione mentale e paure – sono sotto elopram da 3 mesi (dopo averne fatto uso in passato per 3 o 4 periodi…) e tuttavia stento a vedere benefici.
ho una fottutissima paura, anche se cerco di ritirarmi su ogni sera (la mattina è impossibile)…
ho perso il mio amore che mi ha lasciato (forse a causa della mia depressione) – il mio lavoro è superprecario, sono in una casa che devo lasciare e non so come farò a pagarmi gli affitti nel futuro…
ho tanti amici che mi amano, e una sorella e genitori amorevoli, ma a volte inconsapevoli delle dipendenze che ho ereditato da loro (dipendenza dal sostegno degli altri e incapacità di contare su me stessa)…
vorrei tanto poter star bene- adoro la vita eppure ho terribilmente paura di continuare a farmi del male.
ho quaranta anni e mi sento fragile come una bambina di tre anni…
anche delle piccole cose, e sì, proprio FELICE, e allo stesso modo non tutta la vita era perfetta, tuttavia mi riconoscevo e mi sentivo di nuovo la capacità anche di affrontare la frustrazione in modo completamente diverso rispetto al periodo precedente.
Per inciso ho anche lavorato in un posto in cui c’era anche molta aggressività. ma se un anno prima ciò mi avrebbe travolto, anche se riconoscevo ovviamente che non era una cosa piacevole avevo delle difese certamente più adeguate e anche potevo prendere delle decisioni emotive e pratiche in modo più lucido. Ciò non significa che io fossi perfetta o che fosse diventato perfetto il mondo, nè che le mie emozioni fossero solo positive, ma se prima il mio problema era, per fare un esempio banalissimo: azzo, mi hanno invitato a fare una cosa al settimo piano di un palazzo senza poter usare le scale e quindi il fatto di dover prendere quell’ascensore diventava preponderante, centrale, angosciante e diventava cagione anche di fobia sociale, in un certo qual modo poi invece ero in grado, per lavoro, di andare in un posto assolutamente claustrofobico per i miei precedenti criteri e di pensare invece a cosa stavo facendo e dov’ero cioè concentrata sul presente reale, su me e gli altri, non solo sulla mia angoscia.
Esempio personale ovviamente, non universale: quando io ho avuto gli attacchi di panico, molti anni fa, per molto tempo non avevo idea di cosa fossero, sapevo che mi facevano stare malissimo, mi spaventavano ed ero in loro completa balìa. Anche perché un attacco di panico ci spaventa a tale punto da farci andare in ansia generalizzata per il timore che si ripresenti. entriamo nella dinamica dell’evitamento ecc ecc. Inoltre io facevo un’enorme fatica per contenere l’ansia. Contenermi nel timore di avere un attacco di panico mi faceva pensare che avrei potuto avere un attacco di panico in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Inoltre non sapevo da dove venissero gli attacchi di panico, e quindi per me ero andata fuori di capoccia e basta, alla totale mercé di quello scassamento anche fisico così forte. E io non sono andata da uno psicologo, mi ci ha spedito un altro medico. Ma andarci mi ha fatto capire un sacco di cose per cui non solo gli attacchi di panico sono scomparsi ma ho comunque anche un rapporto diverso con la mia ansia, che può presentarsi nei momenti di maggiore stress, e i limiti che mi impone. ma forse anche una capacità diversa di sapere quando posso superarli.
LUNA:”Allora mi viene da dire, a chi dice che il mondo è cieco, sordo, muto, stronzo, e che non sente e non capisce che forse invece ci può sentire e che quello che diciamo o ci diciamo, quello che ci trasmettiamo e trasmettiamo qualcosa fa, nel bene o nel male.”
…..Fa, fa……eccome se fa!
O meglio, farebbe, se si fosse preposti all’ascolto.
Ma, spesso, non si vuole ascoltare oppure non si vuole ammettere che si sta ascoltando.
Si diventa ostinati come quei nonnetti che criticano qualsiasi innovazione tecnologica rimpiangendo i bei tempi in cui si spingeva un cerchio con un bastoncino e poi, di nascosto, armeggiano con il mouse e la tastiera.
Si ascolta e, magari, qualcosa si muove, dentro, qualcosa che cerca di andare nella direzione della vita.
Ma un’altra parte, quella malata, si ostina a dire “sono tutte cazzate. Il mondo fa schifo. Fai presto a parlare tu…..chissà che colpo di culo hai avuto ed ora hai anche la faccia di venire qui a sbattercelo in faccia”!
E sono anche certa che, qui ed altrove, c’è una bella fetta di zucconi che ha una sorta di vergogna ad ammettere di stare (magari solo in certe, limitate circostanze) bene o, quantomeno, meglio. Vergogna di fare la figura del bugiardo nel momento in cui affermasse: “volevo ammazzarmi ma dato che sto un pochino meglio ho voglia di vedere cosa mi riserverà il domani”!
Ed un’altra fetta che ha il terrore di portarsi sfortuna da soli.
Ed un’altra ancora che ha un dubbio atroce: stare male dopo essere stati meglio centuplica un male che, senza bene, sarebbe stato nella norma?
La serenità non è uno stato che, una volta raggiunto, resta fermo fisso per tutta la vita. Magari…..
Potranno esserci momenti no, momenti di sconforto, di buio, di tragedia.
Ma lo stesso vale per lo stato d’animo depresso, malinconico, pessimista.
Se la serenità è effimera, è a spot, è qualcosa che può arrivare, andarsene, ritornare perchè lo stesso non potrebbe valere per lo stare male? Perchè lo stare male deve essere fisso, stabile, piazzato come un bonzo di piombo saldato sul marmo e la serenità una pura utopia o, comunque, uno stato riservato solo agli altri?
Ciò che conta (della serenità) è la capacità di provarla quando c’è l’occasione per provarla. E’ la sensazione di essere vivi e di poter provare emozioni anche belle. E’ la consapevolezza di non essere figure mitologiche, mezzi uomini e mezzi robot, in cui la parte umana è sensibile al dolore e la parte robot è insensibile alle cose positive.
Marquito,
sono d’accordissimo con te.. penso che siamo noi stessi a dare il senso alla nostra vita, e siamo sempre noi a pensare che la vita sia priva di senso.. E’ tutto nella nostra mente.. Un po di tempo fa, “sfogliando” tra le pagine del web, ho trovato una lettera, non mi ricordo chi era l’autore, che diceva: Se c’e qualcosa che vale la pena di farlo, fallo adesso.. Non c’e bisogno di aspettare la festa x mettervi un vestito che vi piace, e non c’e bisogno di andare dal parrucchiere o farsi i capelli da soli x fare colpo su qualcuno. Fatelo per VOI. Potrebbe essere, che il senso della vita sia proprio nel riuscire ad AMARE SE STESSI E DI CONSEGUENZA GLI ALTRI… Cosa ne pensate?
Per provare serenità occorre volersi bene. E per volersi bene occorre rivoltarsi come un calzino, non cristallizzarsi nel pianto sul latte versato prendendosela con sè stessi (e con gli altri…..attraverso sè stessi) ma cercare di dare uno scopo (non un senso, non una giustificazione) al male subito in modo che non vada perso, in modo che non sia un male inutile, un tapis roulant verso la distruzione.
C’è chi nasce indifferente, chi nasce anafettivo, chi nasce semplicemente stronzo. E c’è chi nasce con un bagaglio gigantesco di sensibilità.
Se si ha la fortuna di nascere ricchi in un mondo di artisti questa sensibilità è un pregio, un vanto. Una fonte di reddito, persino!
Perchè deve essere una condanna a morte se si ha la sfiga di far parte del gruppo che si fa il mazzo giorno dopo giorno e confida nel gratta e vinci?
La frase ricorrente è ” se stai male è perchè sei sensibile”. Ok, ci sta! Ma perchè fermarsi lì? Perchè non prendere questo male, fare una bella analisi di sè, fare un pò di sana autocritica e magari ridere un pò di sè stessi, della propria dabbenaggine, dei propri difetti, dei propri pregi e darsi una pacca sulla spalla anzichè impartire l’ordine “FUOCO” al plotone di esecuzione?
Perchè non provarci?
Perchè non darsi una possibilità? E se si fallisce….un’altra e poi un’altra ancora?
Perchè non rialzarsi dopo essere caduti?
Forse perchè non si ha energia per farlo?
Allora non vi rendete conto di quanta energia si butta nello sforzo di distruggere sè stessi. E nello sforzo di trattenersi dal naturale senso di salvaguardia di sè.
Cara LUNA, l’immagine degli occhi spiritati di chi dice “a me mi piace” mangiando un panino di chiodi me la terrò sempre a portata di mano nei momenti di sconforto. Come “farmaco apporta-risata” 🙂 :-)!
la sensibilita’ e’ un punto di forza, ma sulla fonte di reddito non sarei proprio d’accordo..
È difficile scrivere in sole due pagine tutto ciò che vorrei scrivere, leggendo la tua lettera LUNA ho rivisto diversi flash back di diversi periodi. Diciamo che certi pensieri li nutrivo gia da molto piccolo, a proposito mi rivedevo molto nel bambino che alla ricreazione mangiava da solo la sua merenda, isolato e deriso da tutti, si mi ricordo alle elementari mi ero convinto di essere un mostro, le insegnanti inoltre preferivano dare ragione a una intera classe piuttosto che a un solo bambino, mi ricordo che nelle pagelle scrivevano L fa i dispetti ai suoi compagni di classe, quando non erano quantificabili le violenze fisiche e psicologiche che allora subivo, siccome non avevo i vestiti alla moda degli altri, e sono stata sempre una persona abbastanza introversa, i miei compagni mi allontanavano come se fossi malato di peste, per questo è nato il mondo fantastico, li dove L poteva salvarsi da una realtà terribile, era un ottimo rifugio, gli unici momenti in cui L stava bene, a parte le camminate e le lunghe passeggiate con la nonna, mi ricordo che nonostante andavo ancora alle elementari parlavamo di un sacco di cose, di viaggi, di avventure, delle stelle e dell’universo entrambi appassionati di super quark, questi sono i miei pochi ricordi felici dell’infanzia. Un altro momento terribile è stato subito dopo la morte della cara nonna, inoltre cio è avvenuto subito dopo un trasloco (non per mio volere, motivo per il quale per diversi anni ho nutrito del rancore) sono stati mesi terribili, tutti i giorni in cima a un palazzo, in ascensore a fare finta di sorridere, ma mia madre si accorse in tempo del mio stato ed ecco che sono andato da una psicoterapeuta. Di diverse cose riesco a parlare proprio per merito del lavoro che ho fatto assieme a lei, mi ricordo che le sedute erano strane in quanto sembrava che ci andassero degli L completamente diversi da loro, tanto da sembrare persone completamente differenti, a volte parlava un L lucido e razionale, altre volte c’era un L che contraddiceva completamente L della volta precedente. Mi ricordo che anche in quegli anni ho avuto diverse crisi, per alcune delle quali sono finito pure all’ospedale, in seguito alla quale ho fatto la mia breve esperienza con gli psicofarmaci. Ma la crisi peggiore anche se quella volta non sono finito all’ospedale, è stata dopo non molto tempo che un mio amico ha deciso di togliersi la vita. Inizialmente ero molto incazzato, ma non con lui, ma con la società che lo circondava,
con l’ipocrisia di certi luoghi, dove all’apparenza tutto deve apparire perfetto, ci sono pure le leggi che ti dicono che certi fiori in balcone non li puoi mettere perchè visivamente disturbano la vista, e poi però invece di risolvere i problemi abbandonano completamente le persone che hanno bisogno di aiuto. Successivamente ho iniziato ad avere paura che pure io potessi fare la sua fine, tale paura si è trasformata in ansia, e tale ansia mi ha fatto stare molto male, e mi ricordo che quando dicevo alla psicologa ho paura questo per me è un campanello d’allarme, lei mi tranquillizzava dicendomi che a differenza di prima stavo imparando a gestire le mie emozioni, ma così non è stato, è vero sono ancora qui in questo mondo, ma preferisco evitare di raccontare nei dettagli quello che è successo. Da allora ho deciso di smettere con la terapia che già durava da tre anni. In questi ultimi anni, grazie anche a una relazione (ormai passata) con una persona sono stato molto più calmo. Tuttavia la cosa che sento che mi manca è appunto quell’equilibrio di cui mi parlavi, quell’equilibrio necessario e fondamentale per gestire determinati stati, quell’equilibrio per il quale di fronte a una sofferenza più o meno improvvisa, e dopo un bel pianto liberatorio uno alza la testa pronto per continuare a lottare, quell’equilibrio necessario per affrontare gli ostacoli, quell’equilibrio necessario per superare gli ostacoli e non vederli come delle barriere insormontabili. Per questo continuo a ripetere che ho paura, perchè anche se grazie pure alla terapia ora sono in grado di analizzare con più lucidità e meno confusione determinate sensazioni, emozioni e sopratutto ricordi d’infanzia, anche se in qualche modo riesco ad accorgermi di campanelli d’allarme che mi dicono L stai in guardia, la mia paura è appunto quell’assenza di equilibrio.
Per questo dicevo che è assolutamente umano attraversare dei momenti di sofferenza, (inoltre pensiamoci bene il fatto di essere riusciti a superarli non ci rende più forti e forse anche più maturi?) il problema è riuscire ad affrontarli come mi dicevi con serenità, il che non significa sforzarsi a non piangere, significa non farsi travolgere da questi episodi, sapersi rialzare. Ma continuo a dire che è necessario l’equilibrio, anzi direi che è fondamentale l’equilibrio per potersi rialzare. Spero un giorno di trovarlo.
Caro Marquito,
Conosci il Rasoio di Occam? Se non ho messo il destinatario è perchè, semplicemente, ho scritto in fretta. Mea culpa.
E ora che il mio intervento ha ritrovato “la testa” veniamo al merito, come dicono i politici mediocri. Io non sono abituato a sdoppiarmi per cui nè dottor Jekyll, nè Mr Heyde; nè tantomeno goliardate. Mai fatto il goliardo qui sopra. Ho solo espresso, con sarcasmo, il mio disprezzo per taluni interventi. Forse sono altri che somigliano a Madre Teresa e sono “i buoni a prescindere”. Io sono umano, chiedo scusa.
Riguardo all’insensatezza, la nostra è una differenza semantica. Io non vedo nell’insensatezza niente di creativo, e non per questo sono uno che ha paura di non non avere punti di riferimento, che non ho mai avuto. Il fatto è che (ed è umano anche questo poterlo affermare) la bellezza della vita in sè non esiste. E se a qualcuno il non avere un senso piace per il gusto di non doversi porre dubbi, allora non faccio parte di loro. La vita magari un senso non ce l’ha davvero, ma allora significa che ha senso per se stessa, per cui un senso comunque ce l’ha.
Se ad alcuni basta sapere che a un giorno segue la notte e poi un altro giorno ancora e così via, allora beati loro. E forse, però, anche beoti.
Non so se esiste solo l’immanente o anche il trascendente. So che l’immanente non mi piace e vorrei esistesse un trascendente migliore.
E in questo immanente specifico (il mondo che vivo e in cui viviamo), che abbia senso o no, io mi ci trovo male. Talmente male da pensare al suicidio.
E non come un topo in gabbia, ma come un topo da laboratorio.
Per tutti gli altri.
Io penso che della vita si parla sempre del concetto di QUALITA’. La famosa QUALITA’ della vita. Giusto dieci minuti fa ho visto lo piscologo Morelli in televisione che ne parlava…
Ma parliamo di QUANTITA’ della vita.
E’, secondo me, come un tubo alto, pieno di vita, che ognuno di noi ha. Poi, vuoi per ciò che siamo o per ciò che ci capita, questo “siero” vitale aumenta o diminuisce. Se aumenta, stiamo bene. E l’aumento vien dato dall’Amore ricevuto, dalla pace, dalla tranquillità, dal successo e dalla stima di sè.
Ma se siamo fragili allora è più probabile che s’incappi in problemi che ti tolgono energia vitale. E diventa poi un drenaggio continuo. Come una lunga cannuccia che dissangua e non si ferma e continua, continua, continua…
Non credo dipenda molto da noi se questa cannuccia drenante possa fermarsi. Certo, dipenderebbe da noi se noi avessimo la forza (o la trovassimo). Ma io, ad esempio, non ce l’ho. O forse non l’ho ancora trovata e molto certamente (passatemni l’errore grammaticale) non la troverò mai.
Per cui vedrò cosa accadrà.
Questo non significa che bisogna aspettare al Sole che qualcosa accada. Significa che però quanta più energia vitale perdiamo, tantomeno abbiamo la forza di reagire. E alcuni, senza più liquido, la fanno finita.
Altri trovano motivazioni esterne o interne. E fan cessare il drenaggio, e magari recuperano della Vita buttata (ma non il Tempo).
La verità è che tanto più se ne hanno le palle piene, tantopiù il cilindro è vuoto; e se riempi le palle e svuoti il cilindro, allora sei fatto.
Athos, mi associo a Marquito, sempre se tu rinunci all’uso di armi chimiche su di noi.
Dicevi “Insomma, io preferirei un mondo degno di essere vissuto. Amore e Conoscenza dovrebbero esserne il Senso primo e ultimo.”
E questa frase mi piace una cifra!
“Ma dove sono?”
Ovunque, se li cerchi, anzi, se li dai tu per primo, invece di cercarli solo dagli altri, saranno ancora più evidenti per gli altri. Poi saranno gli altri a cercarli da te, quegli altri che cercano amore e conoscenza come tu ora da loro.
Buck,
Quando hai ringraziato chi non ti aveva risposto ho avuto una reazione istintiva e forse eccessiva. Mi sono sentito come uno che aveva perso tempo e quello per cui lo aveva perso era pure infastidito che qualcuno l’avesse fatto per lui. Tu hai salvato la vita e hai visto morire tante persone. Io ti stimo per entrambe le cose, perchè se hai avuto le palle di stare li e di aiutarli, meriti solo rispetto. Ma questa cosa come la chiami se non amore? come la chiami? lavoro? cioè, se invece di pazienti fossero state suole di scarpe da incollare era uguale?
Che differenza c’è tra amare e lavorare in quel contesto?
Poi c’è la vita al di fuori del lavoro, visto che, se ti consideri incapace di amare, i tuoi pazienti erano solo numeri, lo dici tu.
Oppure erano numeri quando ti faceva comodo e persone ora che ti fa comodo dire che lo erano? Si può essere carnefici degli altri in tanti modi. Guarendo (per soldi)non si rappezzano i rapporti con chi trattiamo male, sono due cose diverse. L’odio ti ha dato certezze di essere odiato? O cercato per debolezza da altri? Si prova soddisfazione? Non lo so, non ho mai provato. Non so come si parli per farsi capire da uno che odia. Forse odiando, solo che non riesco più di tanto, ho perso la capacità da un pò ormai. E ti dirò che stò infinitamente meglio, come se fossi disteso in un prato di stelle alpine a guardare un cielo chiaro di stelle vere, con qualche nuvola quà e la che non mi da nessuna preoccupazione. Certo, il temporale può arrivare, ma dopo essere stato a fondo penso che “al massimo si muore”, nulla di più. Tanto, a vivere ho imparato.
@ Athos:
Il tuo intervento denota un totale fraintendimento di ciò che avevo scritto. Non ho nessuna intenzione di trasformare questo forum in un dibattito sui Massimi Sistemi; mi limito soltanto a rilevare alcune colossali incongruenze:
1) “Riguardo all’insensatezza la nostra è una differenza semantica. Io non vedo nell’insensatezza niente di creativo”.
Io non ho mai affermato che l’insensatezza sia qualcosa di creativo. Io ho affermato una cosa completamente diversa, che può essere più o meno condivisibile ma che non ha niente a che vedere con le tue esternazioni. La creatività di cui parlo (ovviamente) non è insita nella vita né tanto meno nella sua insensatezza. La creatività è una facoltà della mente umana e consiste nella capacità di inventare sempre nuovi sensi e nuove prospettive. La mancanza di un senso pre-esistente; di un senso ben preciso e preconfezionato, ci offre semplicemente la possibilità di esercitarla.
2) “Se a qualcuno il non avere un senso piace per il gusto di non doversi porre dubbi, allora non faccio parte di loro”.
Niente di più lontano da ciò che avevo scritto. Niente di più lontano dal mio modo di pensare, dal mio modo di vivere e di affrontare i problemi dell’esistenza. Qui il fraintendimento è talmente macroscopico da farmi dubitare della tua buona fede.
3) “Se a qualcuno basta sapere che a un giorno segue la notte e poi un altro giorno e cosi’ via, allora beati loro. E forse, però, anche beoti”.
Ancora una volta torno a chiedermi cosa c’entri tutto questo con ciò che avevo scritto. Se però mi passi la metafora, l’alternarsi del giorno e della notte mi ha sempre affascinato. Certi beoti, più bisognosi di stabilità e di certezze, preferirebbero che fosse sempre giorno.
Bè Eli, direi che non tutti gli attori, scrittori, cantautori, musicisti, registi, pittori e, in generale, coloro che sanno esprimere la propria sensibilità vivono per strada con un piattino davanti ed un cartello al collo con la scritta “operato al cuore 14 volte, tengo figli, ho fame” 🙂
Per alcune persone la sensibilità può essere una fonte di reddito.
Per alcuni, ovvio. Non è una regola generale.
Ci sono i sensibili -artisti di strada, i sensibili-artisti per strada, i sensibili alla cassa del supermercato, quelli in fabbrica, quelli dietro ad una scrivania, quelli in miniera, quelli precari, quelli disoccupati etc etc etc.
Così come ci sono gli insensibili a cui il deposito di Paperon de Paperoni fa un baffo.
La sensibilità di per sé è un dono. Un dono che, alcuni, sanno sfruttare anche economicamente.
Sono le circostanze della vita che possono trasformarla in un’arma puntata contro.
L. caro, anch’io mi riconosco nelle cose che scrivi. Anch’io ho sofferto il fatto di essere “strappata” da una casa (anche se le ragioni degli adulti erano sacrosante, logiche e siamo andati a stare in meglio) in un modo simile al tuo, inoltre poi sono stata “strappata” anche da una scuola (idem come sopra). Anch’io avevo (ho) i miei mondi fantastici, anch’io ho avuto un rapporto meraviglioso-viscerale con i miei nonni, anch’io sono andata in crisi esistenziale con le contropalle, a 20anni, quando un mio amico si è suicidato. Anch’io ho avuto (ho) i miei meccanismi di difesa (come tutti), anch’io ho delle cose da dirmi. Sono andata in terapia, ci ho portato tante parti di me, e poi ho smesso. Nella fase intermedia ho raccolto dei frutti bellissimi del fatto di aver potuto “liberare” ancora di più la mia parte fantastica, o meglio di “liberarmi” e basta e in sostanza sono riuscita a riconoscermi di nuovo delle parti di me che, attraverso un eccesso di analisi mentale, quando ero stata male per una serie di ragioni, invece avevo imbrigliato, maltrattato, guardato come “corpi estranei”. Io sono stata creativa e in un certo modo da sempre. Ho a avuto quella sensibilità che così bene tu descrivi, ho avuto, senza pensarci troppo, una fantasia, una voglia di vivere, e altre caratteristiche che permettevano in modo naturale a quella sensibilità di non essere solo un tallone di achille, ma anche un punto di forza. La nostra mente, la nostra persona, è come un piccolo mondo, che le sue cadute e si riassesta, autonomamente. Finché le cose funzionano non ce ne rendiamo neppure conto.
Anch’io ho avuto delle resistenze a tornare dalla strizzacervelli (in fondo non ci siamo già dette tutto? cosa posso sapere di più?), o meglio, per un periodo non ci sono andata perché andava bene così. Stavo vivendo, rielaborando anche, in modo positivo, quanto avevo appreso di me. Come funziono io. Poi però ho avuto delle resistenze quando mi sono resa conto che avevo bisogno di sapere di più. Io ero contenta del mio percorso, ma avevo ancora un pregiudizio sul fatto di tornarci. Cioè riuscivo ad accettare il fatto di esserci andata una volta come una cosa molto positiva, ma avevo paura che tornare significasse: allora ti sei illusa che la prima volta fosse servita realmente. Ma era una cazzata. Semplicemente se prima… ero stata alle scuole medie del viaggio dentro me adesso potevo andare alle superiori. No, non è questione di prendere un diploma, ovviamente. Forse non so dirlo
bene, ma non parlo di livelli come se si trattasse di fare una gara, superare se stessi… no, parlo del fatto che la prima volta ero andata nel profondo, e avevo capito/risolto delle cose realmente. Ma se non ero andata ancora di più nel profondo era stato perché in quel momento era bene così. Non è che la mia strizzacervelli era stata (pur essendo umana) un’incapace e così ci eravamo fermate ad un punto. E’ che io mi ero fermata e l’avevo fermata dove andava bene a me. Ed è giusto. Solo che poi, ad un certo punto, ho capito che c’erano ancora cose da scoprire. Quando dico cose da scoprire non intendo solo traumi che magari la prima volta avevo tenuto per me, eh. Ma posso fare un esempio concreto: il rapporto con mia madre. C’erano cose del rapporto con mia madre di cui la prima volta non avevo parlato. E non perché avevo detto: non ne parlo. Ma perché non mi erano neanche venute in mente. Però quelle di cui avevo parlato erano vere, e quello che avevo capito era vero, e mi era servito. E così per tutto. Se io penso alle mie crisi nessuna di loro è arrivata per niente. Non è che un giorno mi sono svegliata ed ero in tilt. C’erano sempre delle ragioni. Lungo da spiegare, ma tutto molto umano. Il suicidio del mio amico non è stato la causa, ma il detonatore. E non del fatto che ero suonata e mi ero raccontata di no. Ma del fatto che qualcosa tra la mia sensibilità e il mio funzionare nella sua interezza, cioè essere me, in toto, era andato in tilt. Ma chiedermi delle cose esistenziali ad ampissimo raggio, avendo l’ansia, era più “difensivo”, anche se faceva male da morire, che guardare cosa, di più vicino e personale, mi faceva male. Quando mi dicevo: se si è ucciso lui allora posso farlo anch’io mi stavo dicendo: io non mi sento bene, io ho paura, io mi sento fragile. Quando si è ucciso un altro amico, anni dopo, per quanto sia stato un dolore, per quanto mi sia chiesta delle cose, per quanto io abbia avuto bisogno di tempo per riuscire a rielaborare la cosa, non sono caduta negli stessi pensieri e “assiomi” sull’esistenza nè in un’identificazione perché io vivevo un momento diverso. Raccontare una vita, di emozioni, belle e cattive, è impossibile. Quello che sto cercando di dirti, L, è che capisco quello che dici, più di quanto forse sembra. Ho altre cose da dire, ma ho finito i caratteri, torno dopo.
L. il problema non è forse che tu vivi dei mondi fantastici (non mi sembra che tu ci abbia mai scritto dicendo che sei napoleone bonaparte… mi pare che tu, qualsiasi stato d’animo acuto possa aver attraversato quando ci hai scritto, sia sempre stato L. L incazzato, L spaventato, L sognatore, L che ha pensieri più compulsivi, L che è più trascinante con il suo lato estroverso… ma sempre tu sei) ma che li temi. Cioè, temi forse che significhino che qualcosa non va. Ma io continuo a non capire perché. Forse perché certe volte hanno superato il limite secondo te? perché la gente ti domandava dove vivevi e tu dicevi che abitavi a Las Vegas e ci credevi? forse perché tu credi che saresti equilibrato solo nel momento in cui sapessi rinunciare alle tue fantasie? e se invece il punto stesse nel volere bene a quella tua parte come a tutte le altre?Di solito per curare i disturbi di ansia ecc si invitano le persone a rafforzare, a liberare e a conoscere il loro emisfero emotivo e mentale creativo, e tu il tuo lo detesti? E poi non mi hai risposto: ma di questo tesoro che hai, la tua creatività, tu che ne fai?
EME dice: @Ci sono i sensibili -artisti di strada, i sensibili-artisti per strada, i sensibili alla cassa del supermercato, quelli in fabbrica, quelli dietro ad una scrivania, quelli in miniera, quelli precari, quelli disoccupati etc etc etc.
e lo condivido assolutamente. Aggiungerei: ci sono i creativi del mondo del teatro e del cinema e della pittura che fanno notizia, quelli che non fanno fanno notizia, i creativi artisti per strada, i creativi alla cassa del supermercato, quelli in fabbrica, quelli dietro ad una scrivania, quelli in miniera, quelli precari, quelli disoccupati etc etc etc.
Quando uno è piccolo si difende dalle emozioni negative come può. La strada della fantasia creativa non mi sembra peggiore di altre. Personalmente capisco perché ci sono delle persone che più di altre hanno urgenza di rispettare e indirizzare il loro lato creativo/emotivo invece di arrivare a temerlo.
MARQUITO: @La creatività di cui parlo non è insita nella vita né tanto meno nella sua insensatezza,è una facoltà della mente umana e consiste nella capacità di inventare sempre nuovi sensi e nuove prospettive.
Alcune persone si rifiutano di accettare la differenza tra sensibilità e nevrosi acuta. Le identificano. In realtà spesso curare la nevrosi fa emergere lati nascosti e positivi e creativi (risorse) della propria sensibilità, prima imbrigliati dalla nevrosi acuta.
@ Eli:
Scusa se ti rispondo con un po’ di ritardo, ma in questi giorni il forum pullula di interventi e il tuo commento mi era completamente sfuggito.
Quello che dici è molto interessante e per quel che mi riguarda è anche molto vero. Noi abbiamo il potere di dare un senso a tutte le cose, ma per esercitare questo potere è assolutamente indispensabile che amiamo noi stessi. Solo chi ama sé stesso è in grado di creare nuovi valori, nuovi approcci alla vita e nuove prospettive. E ovviamente (non sono certo il primo a dirlo) solo chi ama sé stesso è in grado di valorizzare le cose e le persone per mezzo del suo Amore.
L’Amore è la nostra più grande forza creativa. Quando amiamo qualcuno (e lo amiamo di nostra spontanea iniziativa; non perché ce lo ordina la Bibbia, Gesù o Feuerbach), noi gli attribuiamo un valore; gli conferiamo senso ed importanza. Lo sottraiamo dal pantano dell’insignificanza e ne facciamo qualcosa di assolutamente speciale.
@LUNA:Mi ricordo che la mia psicologa mi diceva che durante le prime sedute aveva visto un L molto confuso, era appunto quel minestrone di pensieri, emozioni, ricordi piacevoli e spiacevoli, rabbia e anche amore, ma era tutto estremamente disordinato; forse a volte il malessere è anche dato dall’assenza di ordine, infatti sta scrivendo una persona in tutto estremamente disordinata, eppure noto che quando decido di sistemare casa, evento abbastanza raro, poi sto meglio, sono più allegro e con maggiore voglia di vivere, il benessere quindi è anche una questione di ordine. Infatti è stato proprio questo il lavoro che inizialmente abbiamo fatto, riguardo al rapporto con la madre concordo che è difficile riuscire a raccontare determinati sentimenti ed emozioni, il fatto che durante l’adolescenza, dopo che a fatica stavi riuscendo ad avere una vita sociale e degli amici, dopo che a fatica stavi uscendo dalla solitudine che aveva caratterizzato l’infanzia, ti ritrovi in una città a 1500 km di distanza, a dover cominciare di nuovo tutto da capo, dopo le tante sofferenze passate, questo penso che causa un senso di rabbia, a volte dico che l’odio non è il contrario dell’amore, ma bensì il suo opposto, ciò significa che non si possono scindere se esiste una cosa esiste l’altra, dicevo anche che l’odio nasce dall’amore, e l’amore dall’odio, e una delle loro figlie è la rabbia, quella che uno può provare nei confronti di una persona che si ama, forse la si prova proprio perchè la si ama, come può essere una madre. Un evento tragico come la morte di una nonna, o di un amico che ha deciso di suicidarsi, non è il motivo di certe crisi, come mi scrivevi prima, ma bensì la scintilla, la goccia che fa traboccare il vaso, ma di che cosa era pieno il vaso prima di traboccare? Nel mio caso di insoddisfazione, magari ci sono stati periodi in cui uscivo tutte le sere, ridendo e scherzando con gli amici e regolarmente ubriacarsi con il solo scopo di non pensare, alternati a periodi di totale apatia per la quale si sta l’intero giorno a casa sdraiati su un divano a fissare il soffitto di una stanza, e nel frattempo uno smette di sbrigare gli impegni che ha si disinteressa degli studi universitari e contemporaneamente aumenta la propria insoddisfazione, e più i tuoi genitori credono in te più ti senti insoddisfatto perchè senti di non meritare tale fiducia. Riguardo al mondo fantastico è nato appunto come meccanismo di difesa, ma tale difesa diverse volte si è trasformata in una
trappola, è difficile spiegare il perchè ma ci proverò. Fantastico significa opposto di reale, e quindi qualcosa che non può esistere nella realtà, quando ero piccolo, e non avevo diversi strumenti per capire determinate cose, mi ero convinto di essere un mostro, sapevo che nella realtà per L sarebbe stato impossibile realizzare sogni, ambizioni e progetti, per questo è nato il mondo fantastico, proprio perchè siccome non era reale li ciò che nella realtà era impossibile, li era possibile. Il motivo perchè mi ha fatto soffrire tanto forse è stato proprio questo, crescendo per fortuna sono cambiate tante cose, ma non è cambiata forse l’idea che ha creato tale mondo, ovvero L nella realtà non è in grado di realizzare sogni o obbiettivi, per questo ha bisogno del mondo fantastico. Ciò in parte spiega anche i vari conflitti interni fra un L che dice guarda che se vuoi sei in grado di realizzare i tuoi sogni e ambizioni nella realtà, e un L fantastico che continua ad essere convinto che ciò è impossibile. Nelle mie passate crisi pesavo che era necessario eliminare uno dei due per poter trovare il benessere, ora sono di un idea completamente differente, io credo che queste parti fanno parte di me, come fa parte di me il cuore e il cervello, sono indispensabili entrambi, pertanto non si può eliminarne una, bisogna, anzi direi è necessario trovare un armonia fra queste due parti, un L che non sogna più, senza fantasia non lo riesco proprio a immaginare, lo vedrei come un sacco che contiene ossa, muscoli e qualche organo e nulla di più, tuttavia è necessario anche un L più razionale in grado di andare avanti per la sua strada, che ha dei progetti, che non vede come impossibili, e prova a realizzarli; ma appunto è necessario armonia e equilibrio, forse la cosa che mi spaventa di più, che più temo è proprio la mancanza di questo equilibrio, il fatto che L reale ultimamente ha smesso di credere nei propri progetti, ha smesso di continuare a provare a costruirsi un futuro, soffre di improvvise crisi, a volte di pura apatia, non studia, o lo fa in modo molto discontinuo, non si prepara per gli esami e in certi momenti crede di avere sbagliato tutto che avrebbe dovuto prendere un altra strada, ma non ha il coraggio di mollare l’università perchè sa che provocherebbe una grandissima delusione ai suoi genitori che hanno investito tempo e sopratutto tanto denaro per l’università che L ha scelto autonomamente di fare;non ho ancora risposto a una domanda, lo farò dopo.
Marquito:
1)Il mio intervento sarà pure un totale fraintendimento (in quel momento ero Mr Heyde evidentemente), ma le seguenti tue parole lasciano uno spazietto di ragione a chi potrebbe inavvertitamente e senza alcun criterio poter anche solo pensare che sia stato tu a spiegarti male:
“.L’insensatezza è ciò che ci permette di creare nuovi valori e nuove prospettive (i nostri valori, le nostre prospettive).
. Percepiscono la mancanza di senso come assenza e vuoto; non come un’opportunità offerta a ogni singolo individuo per sprigionare liberamente la sua creatività.
. L’insensatezza della vita permette all’uomo di dare sfogo alla sua creatività”
Lasciamo andare…
2)Sì, evidentemente qui il fraintendimento è macroscopico perchè, oltre alla scrittura, alcuni (sempre i pochi di cui sopra) potrebbero pensare che tu non sappia leggere. E infatti io mi riferivo a un aspetto delle persone in generale. Parlavo di coloro che si accontentano di vivere senza porsi domande. Mai detto che tu sei fra questi.
3)Torna pure a chiederti le cose. Vedrai che, imparando e rileggendo (non necessariamente in questo ordine) alla notte seguirà il giorno anche per te.
@Marquito. Hai ragione, io credo che il nemico assoluto dell’Amore siano vari dogme e regole.. Perche’ l’Amore non conosce imposizioni. Non ho nulla contro la religione in generale, ma, vedi, questa idea del “peccato” e “redenzione” secondo me non da un messaggio molto positivo.. Invece, il concetto “amare a prescindere” loe’, perche’ esclude l’idea del “peccato”. Ritornando al tema del suicidio, direi che alcune persone vogliono farlo, perche’ non si sentono padroni della propria vita, ma solo un ingranaggio di un sistema, dove nulla e’ al servizio dell’uomo. Ci sentiamo a volte cosi piccoli e insignificanti, per questo non meriteremmo di essere amati, ne da noi stessi , ne da nessun altro.. Non possiamo decidere quasi nulla della nostra vita, siamo imprigionati nel labirinto di dogme, regole, a volte anche senza senso. L’uomo ha perso il suo iniziale significato del “figlio di Dio”, e il suo libero arbitrio e’ stato sostituito dal piu comodo “giudizio collettivo. Cosapensera’la gente? Ma davvero e’ cosi importante? Forse meglio vivere e lasciare vivere gli altri.. Mi piace molto questa frase: non possiamo cambiare il passato, ne prevedere il futuro, per cui l’unica cosa da fare e’ vivere il presente.
@Athos: credo che quello che dici, si ritrova nel principio dei “vasi communicanti”, nella vita tutto e’ intrecciato, interconnesso: la religione, la scienza la politica ecc… Supponiamo che l’Amore sia una forma di Energia, mi viene in mente la legge della conservazione dell’energia (fisica), cioe’ che l’energia non scompare ma si trasforma da uno stato all’altro, si rinnova. (forse qui ho sparato una cavolata, in tal caso qualcuno x fav mi corregga :))))
@ Athos:
Calamitoso Athos; impareggiabile maestro di stile; ovviamente mi sono posto anch’io il problema di cui mi parli. Mi sono chiesto a lungo se per caso non mi fossi spiegato male; se fossi stato troppo verboso o troppo concettoso; se non fossi incappato mio malgrado in una qualche ambiguità. Si dà il caso però che almeno tre utenti mi abbiano compreso perfettamente e che una di loro sia rimasta fortemente perplessa per la tua incredibile ottusità. Visto che sei stato l’unico a non comprendere il senso delle mie parole, sorge spontaneo il sospetto che le endorfine ti abbiano dato alla testa. I tuoi ultimi interventi denotano uno stato di profonda confusione. Mi attribuisci dei pensieri che non mi sono mai sognato di formulare, fai un uso scorretto e del tutto inappropriato di termini che hanno un significato ben preciso, ravvisi nelle mie parole delle ambiguità inesistenti. Le frasi che hai citato sono estremamente chiare, addirittura cristalline, e le sottoscrivo in pieno, perché non fanno che ribadire quei concetti che ho già espresso, sotto diversa forma, almeno diecimila volte. L’unico che non ci ha capito niente sei tu. Sì; lasciamo andare che è meglio …
Riguardo al fatto che certe frasi villane non si riferissero al sottoscritto, ti faccio semplicemente notare una cosa. Il tuo post era espressamente indirizzato a me e non agli altri utenti (ai quali avresti rivolto il successivo messaggio). Se a questo dato inoppugnabile si aggiunge il fatto che stavi contestando le mie affermazioni, ed essendo noto a tutti il tuo carattere benevolo e conciliante (di cui ho fatto personalmente esperienza qualche mese fa), era abbastanza ovvio attribuire quelle frasi al destinatario della dedica.
Amico carissimo; tutte le volte che le nostre strade si incrociano finisci per incappare in dei colossali abbagli. Se penso alle circostanze del nostro primo incontro, mi meraviglio che tu abbia ancora l’ardire di rivolgermi la parola. A dire il vero, dopo una simile figuraccia, è sorprendente che tu abbia ancora il coraggio di mettere piede in questo forum. Probabilmente hai la memoria corta; forse non ti ricordi nemmeno chi sono … in questo caso ti consiglio di riflettere molto attentamente. Il giorno, fortunatamente per te, sta ormai volgendo al termine. Speriamo che la notte ti porti consiglio.
Per quanto riguarda provare ad esprimere la propria creatività ammetto che diverse volte ci ho provato, mi ricordo che un po di tempo fa volevo scrivere una specie di libro nel quale volevo raffigurare diversi personaggi che erano presenti nel mio mondo fantastico, anche se non si voleva limitare solo a questo, volevo inserire anche altre cose, ad esempio parlare di personaggi incontrati nella vita reale, miei pensieri, mie idee, mi ricordo che il titolo che volevo dargli era “tra la morte e la vita ovvero tra lo zero e l’uno” ho perfettamente in mente alcuni personaggi poichè hanno caratterizzato per lunghi periodi il mio mondo fantastico, altri invece si ispiravano a persone incontrate nella realtà opportunamente “fantasticizzate” da me, il progetto consisteva in soli due capitoli: il capitolo zero ovvero la morte e il capitolo uno ovvero la vita, e fra questi due capitoli venivano raccontate le storie di questi personaggi, forse alcuni sono degli L fantastici, vedete a volte parlo di mondo fantastico senza spiegare esattamente cos’è , L nella realtà credo che sia se stesso, non penso di aver detto mai a nessuno che sono Napoleone Bonaparte o sono nato (o vissuto) a Las Vegas, ammetto che è capitato che ho detto qualche bugia o raccontato qualche cosa che appartiene al mondo fantastico e non reale, ma ciò è un eccezione, cioè voglio dire che io all’esterno con chi mi circonda sono L reale, quando sono solo e sopratutto quando sono solo e cammino, (a me piace tantissimo camminare, un giorno vorrei fare il cammino di Santiago, ma questa è un altra storia) rivivo le situazioni vissute nella realtà come se non fossero accadute a L reale, ma bensì a un altro L immaginario. Crescendo tale L è cambiato, con il tempo si è trasformato in diversi personaggi (alcuni dei quali volevo provare a trattare in quella specie di libro) ad esempio quelli che ora ricordo meglio sono il fonico e il vagabondo con la chitarra, ciò avveniva appunto quando mi trovavo da solo a camminare, mi ricordo che in alcune situazioni sentivo la necessita di isolarmi, iniziare a camminare da solo per poter accedere a questo mondo fantastico e magari poter rivivere le esperienze appena vissute nella realtà in questa dimensione fantastica. Tuttavia come tanti altri progetti, anche il progetto di questo strano libro è stato abbandonato. Chissà magari un giorno lo riprenderò.
Colloso Marquito,
Le frasi che ho citato, e che tu stesso sottoscrivi, sono emblematiche del tuo pensiero confuso: prima dici una cosa, poi la smentisci, poi la confermi smentendo la smentita e via delirando…
Quindi la tua impressione prima era corretta: sei stato e sei troppo concettoso e verboso.
I tre utenti chi sarebbero? Li ho persi, ma se vuoi riportarmene le parole risponderò anche a loro. Insomma, ti crei la claque eh eh.
Peraltro i tuoi termini hanno un significato talmente preciso che un’altra utente si è sentita in dovere di farti notare che la creatività per lei era una cosa diversa.
Ora ti spiego un’altra cosa.
Se io indirizzo una lettera a Tizio e in questa lettere esprimo un giudizio o una regola generale ovvero che vale per tutti e non specificamente per Tizio, allora quest’ultimo non deve prendersela. Il destinatario di uno scritto non è destinatario oggettivo di ogni concetto che viene espresso nello scritto. Capito?…Mha…???
Amico carissimo (visto che tale mi reputi), mi sei rimasto tanto nel cuore che non mi ricordo chi sei. E d’altronde per quanto io sia terribile spero che tu abbia abbastanza carattere da riprenderti psicologicamente perchè qualcuno in un forum anonimo ti dà contro nel merito delle tue affermazioni. Io non ti conosco, non voglio conoscerti, e se ti scrivo è perchè questo è un forum PUBBLICO, non il forum di Marquito il Cambianick.
Ognuno è libero, qui dentro, di esprimere dissenso, e io lo esprimo.
Inoltre sei tu ad aver riscritto a me e non il contrario. Ho una regola, che è scrivere solo a chi mi scrive. Altrimenti lascio che i miei interventi rimangano solo per chi vuole leggerli.
Per cui il “riflettere attentamente”, il “non ti ricordi chi sono” e le mia “figuracce passate” vanno dritte dritte ad ingrossare la pila di frasi-barzelletta uscite dalla tua tastiera.
Chi sei non lo so, e anche se lo sapessi scriverei quello che penso in ogni modo.
Dai, dai, non te la prendere, che oggi è un altro giorno e avrai tanti altri momenti per riprenderti dalle mie tremende e terrificanti parole di dissenso.