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Il suicidio

di beppino

Riferimento alla lettera: Buongiorno, anche io penso che il suicidio sia una cosa buona, in un certo senso. Da tre anni, ci sto pensando, e ho già fatto quattro tentativi. Per me, la morte rassomiglia a un riposo, perché come lo dice un autore francese, "vivere, è soffrire". Io di fronte alle difficoltà...
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Data di pubblicazione: 17 Settembre 2005

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Categorie: - Me Stesso

14.956 commenti

  • 8551
    Andrea -

    Mosquito, ehm… Marquito ( scusa Luna, scherzo :-)) ) mi prende il libro che hai detto, mi sa che lo compro.

    Luna, l’ultima cosa che hai detto per me è davvero importante. Ci ho messo anni a capire che quando qualcuno ti ferisce o ti danneggia volutamente, chi ha il problema non sei tu, ma è lui. Ci sono tante cose che quando le capisci appaiono ovvie, mentre prima sembravano dei muri altissimi che non sapevi come scavalcare. E la soddisfazione che provi dopo averle capite, spesso, è anche più grande del dolore che ti ha causato il non capirle. E’ anche questa la cosa che mi affascina della crescita interiore. Più cresci e più motivi trovi per farlo, più ti viene voglia di farlo, più voglia hai di vivere e capire.
    Soprattutto quando inizi a capire che i conti tornano.
    Quello che dici sugli attacchi di panico è verissimo, però è la paura stessa che può dare la chiave per uscirne. Se hai paura di qualcosa significa che il problema sta da quelle parti o è in qualche modo collegato a quello di cui hai paura. E’ già qualcosa, perchè almeno sai, a grandi linee, in che direzione andare. A quel punto il bivio è tra l’affrontare la paura o scappare. Se scappi la paura aumenta, ma se l’affronti arrivi ad un momento in cui diminuisce. Io per esempio non sopportavo gli ambienti chiusi, ma solo se ero costretto a starci per ore. Spesso sognavo un capannone industriale, sempre lo stesso capannone scuro e tetro in cui ero costretto a stare e sentivo un senso di oppressione allucinante. Non so cosa fosse, anche se avrei diverse idee. Ma da quando ho capito che non devo temere di essere me stesso, quei sogni sono terminati. Il primo a sbagliare ero io, non capendolo. Ora non ho più paura di essere me stesso, di dire quello che penso, perchè se viene considerato strano o fuori dagli schemi posso fregarmene altamente. Infatti, il problema non è mio, ma di chi non è abbastanza libero da uscire dai propri schemi mentali, spesso imposti dagli altri, e andare oltre. In questo caso, il problema non è il mio, ma il suo, come dicevi tu. Naturalmente, per essere così devo anche essere disposto ad imparare da chi ha ancora meno schemi imposti di me, e questo è all’origine di tutto.

  • 8552
    Eme -

    Il decalogo di EME:
    1) Ci sono malattie che minano il fisico e, di conseguenza, la mente e malattie che minano la mente e, di conseguenza, il fisico.
    2)Così come con la forza di volontà è possibile curarsi con la forza dell’autolesionismo è possibile distruggersi.
    3)La depressione è una MALATTIA!!! Una malattia! Una malattia! Una malattia!!!! Così come sono malattie i milioni di disagi che riguardano la mente per ripercuotersi su tutto!
    4) Chi ha un disagio che riguarda la sfera psichica non deve vergognarsi!
    5) Chi incappa nell’ottuso che si ostina ad identificare il male con il male fisico deve poter dire all’ottuso: SEI UN OTTUSO senza essere considerato un brucia baracche irrispettoso!
    6) Ognuno è libero di curarsi come gli pare. Prendendo psicofarmaci, illuminando la mente con lo yoga, nuotando, correndo etc etc etc !!! Ciò che conta è il rendersi conto di essere di fronte ad una malattia! Una malattia che va affrontata e curata perché, da sola, difficilmente sparisce!
    7) Solo gli imbecilli continuano a considerare malattie, disagi, disturbi mentali una bieca paturnia che becca chi non ha un tubo da fare e può permettersi di investire il proprio tempo e le proprie energie in seghe mentali.
    8) E basta con ‘sti giovani!!!! E gli adulti??? E gli anziani ancora pieni di vita???A giugno compio 39 anni ed ho tutti i diritti di cercare la mia fetta di serenità! Proprio come i baldi ventenni! Proprio come mia nonna che (se avesse potuto scegliere) avrebbe aggiunto volentieri altri cent’ anni ai suoi 90 anni!
    9) Se Dio avesse avuto meno speaker nel corso dei secoli probabilmente avrebbe riscosso più successo.
    10) E’ grazie alla strozzatura mentale (come opposto di apertura, intendo) di gente come la tizia che ha scritto il post 8546 che persone malate, disagiate, turbate nascondono il proprio dolore per arrivare, a volte, a gesti estremi.
    Bravi!!!
    Continuate a far vergognare le persone !! Bell’aiuto! Proprio un bell’aiuto!!!

  • 8553
    tracy -

    ho bisogno di affetto e amore. anche una semplice amicizia.

  • 8554
    marina -

    ciao a tutti ,ieri ho scritto un post ma non è stato messo ,bè pazienza .Tranquilli non insultavo nessuno anzi eloggiavo semmai 3 persone e condividevo quello che scrivevano…. un bacio ragazzi. @ Marzia ,quì mi sento tirata in ballo . Per prima cosa sò già in partenza che non risponderai, secondo cosa ci fai in un sito dedicato al suicidio e la lotta che si fà per combatterlo,terza cosa sei una di quelle persone che passano per caso vero ??? Allora Marzia ho 55 anni 8 anni fà a mio figlio che all’epoca aveva 30 anni ( ti premetto che è una ferita ancora aperta che ho nel cuore) il giorno del suo compleanno gli riscontrarono un linfoma non okins al mediastino . Non mi metto a spiegare cosè,quel giorno la mia vita finì ,ma lottai con tutta me stessa per andare avanti tra ospedali dottori trapinti di cellule staminali ecc. 5 anni e mezzo fà incominciò a stare meglio e sai cosa accadde ??? che io caddi in depressione avevo consumato tutte le energie riposte e inerme davanti ad una malattia così , ioche avrei dato tuttla mia vita per salvare mio figlio !!!! Mi sono ritrovata a volermi suicidare io il mio corpo non reaggiva più èra tutto inutile!!!! non ti dico come è andata a finire perchè non te lo meriti ,mi associo a Emme ,metti la tua testa non nel water ma nella tazza del gabinetto e titra la catena ,solo allora potrai parlare….. ciao a tutti

  • 8555
    daybyday70 -

    marzia@

    “…Per me(…la depressione, ma non solo…) si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente…”
    Chiedo venia a Dante, ma è “esattamente” questo che fa la depressione(…ma non solo…)!
    Prima di sprecare tempo nel dire stupidaggini, bisognerebbe avere l’accortezza di informarsi prima, così si capirebbe una buona volta di quello che si sta parlando, ovvero di una terribile(…eh già…) malattia(riferendomi col termine malattia, a tutte le impasse, tanto per usare un eufemismo, che possono colpire il nostro cervello), che uccide, esattamente come il cancro.
    Detto questo voglio rivolgerti due domande…
    in primis come mai sei passata “da queste parti”?
    in secundis spiegami la differenza tra il dolore provato da un malato terminale, disperatamente attaccato alla vita, e “uno” che fa di tutto per amarla questa vita, ma proprio non ci riesce…il pensiero della dipartita, della morte, porto sereno e ristoratore, è sempre lì…
    per concludere…buttatici TU con la faccia per terra a ringraziare dio, dal momento che ti ha risparmiato questa gogna…

  • 8556
    LUNA -

    Andrea e MARQUITO: :))))))))))))))
    ho riso un sacco quando mi sono accorta del lapsus, anche per la vostra simpatica ironia. Mi rendo però anche conto che non è grazioso sbagliare nome!!! Dunque ti chiesto scusa, storpiamo anche il mio per essere pari? :PPPP
    No, no, Marquito, non ti considero fastidioso proprio per niente! E a dimostrazione del fatto che a volte la mente… è più contorta di quello che pare anche nei lapsus ti spiegherò com’è andata:
    è andata – a parte che adesso mi metto gli occhiali, perché sono ipermetrope ed ero senza, e che sono fusa… quindi devo veramente stare attenta in generale, mi sa 😛 – che riconoscendoti (dopo essermi inventata la prima volta il tuo nome :P) andavo a leggere quello che scrivevi, interessata, saltando di leggere il nick. E il motivo per cui mi sono inventata che ti chiami Mosquito è probabilmente che a me sembrava un nome simpatico!

    Tornando a bolla, dopo questa parentesi sulla mia scemitànomica, volevo dire a entrambi, e ad Eme, che vi ringrazio per questo fruttuoso scambio di punti di vista. E che capisco il senso di ribellione interiore che dà leggere un post come l’8546.
    E’ sul tono, purtroppo, dei post che, quando si parla di violenza morale o psicologica, tanto spesso connessa a quella fisica, sparano cose tipo: “è che a voi donne piacciono gli stronzi” e altre “amenità”. Una persona che ha un disagio psicologico, in generale, fa una fatica enorme a verbalizzarlo e ad aprirsi. Quando lo fa, e in uno stato di ipersensibilità generale, lo fa con il timore fortissimo di non essere compreso e anche di essere giudicato, tra i tanti timori che ha. E ci sono commenti che non solo non sono costruttivi, ma fanno letteralmente tornare nella sua tana chiusa chi aveva messo il naso fuori.

  • 8557
    LUNA -

    La depressione è subdola, la violenza morale è subdola… scusate se unisco i due temi (che peraltro spesso sono connessi)… ammettere entrambe, con se stessi prima ancora che con gli altri, è spesso difficilissimo. E il disagio aumenta anche per via di una prima fase silenziosa, implosiva, in cui si finge, con se stessi e di fronte gli altri, che vada tutto bene. E’ chiaro che c’è anche un problema ad ammettere con se stessi (per svariate ragioni e meccanismi di difesa) che si comincia ad avvertire un disagio, o si comincia ad averne paura, ad avere paura dei propri stati d’animo ecc, ma è altresì vero che spesso forse ci si difende anche dal timore dell’incomprensione degli altri. E che, come notava giustamente Eme, frasi come: “se tu avessi veramente dei problemi o delle cose da fare non staresti a farti tutte ‘ste pippe mentali” sono deleterie.
    Perché se è vero che può capitare che l’essere umano senta disagio perché in quel momento non ha uno scopo, una meta, un impegno, è pure vero che le strade per cui si arriva a non averne sono molte. E’ vero che sopratutto oggi come oggi molte persone hanno perso l’impegno che avevano e faticano a trovarne un altro, e stanno male per questo. O che a volte ci sono dei meccanismi ben più complicati sotto per cui una persona non riesce a concedersi (non c’è mai riuscito, non riesce ora, ha la percezione che non riuscirà mai più) di avere delle mete a cui tendere.
    E’ vero, di base, che ricominciare a collegarsi alla vita, persino riuscire ad andare a fare delle microscopiche cose burocratiche lasciate in sospeso, può far bene ad una persona che sta male. Ma è anche vero che se sei in uno stato di prostrazione psicologica e fisica è proprio anche il fatto di non riuscire a fare le cose che ti stende ancora di più. E tanto più se in passato sei stato capace di farle e se ti sembra di essere in guerra con te stesso, se ti incazzi perché non ti senti in grado di farle, ti giudichi perché non riesci a farle. E non riesci a trovare, dentro di te, quel giusto mix di indulgenza e di “spronamento”. Una parte di te che ti accolga, dicendoti: se ti fa male una caviglia non puoi chiederti di fare una maratona, no? ma ciò non significa che tu sia zoppo e per sempre.
    Accetta di non essere invincibile, ma, se riconosci di avere una caviglia debole, cerca di amarti anche così, ma non limitandoti.
    Ah, dirlo è facile, farlo meno.
    Andrea, conoscersi di più è stupendo. E’ un viaggio che, se fatto nella direzione dell’accoglienza

  • 8558
    LUNA -

    verso se stessi non solo merita assolutamente, ma, appunto, dà le sensazioni che dici tu.

    MARZIA: può darsi che ci fosse un buon intento di fondo nelle tue parole, ma purtroppo molto male espresso, o un’aggressività per la tua rabbia e senso di impotenza di fronte alla malattia, che ti ha fatto cadere nel tragico, concedimi, luogo comune per cui: c’è gente che vorrebbe vivere ma gli viene diagnosticato un cancro e gente che non ha un c.... ma si lamenta.
    Questi però sono luoghi comuni tanto pericolosi, sai?
    Perché sono luoghi comuni, anche, che invece di aiutarci nell’incontro con gli altri, nella solidarietà e nella comprensione, della costruttività, ci portano sul territorio dell’aggressività e dell’incomprensione.
    Si dice per esempio: se stai male vai farti un giro per gli ospedali o a fare volontariato!
    ora, dipende da quanto male stai e perché. Come sei arrivato a stare male, come nota giustamente anche Day.
    se sei un po’ giù e stai implodendo in un malessere “lieve” perché hai perso la relatività (ma attenzione, cos’è lieve o non lo è non lo stabiliscono i fatti, ma la nostra percezione di quello che ci accade, le nostre difese, il nostro stato di energia fisica, emotiva e psicologica, e il sentire un malessere NON VA MAI SOTTOVALUTATO, semmai compreso, da noi stessi in primis, ecc) può senz’altro aiutarci il fatto di dire: caspita, però io sono sano e anzi posso fare qualcosa per gli altri.
    Ma se stai male ad un altro livello in realtà se vai all’ospedale assorbi il malessere, ti senti impotente. e allora forse, per dire (purtroppo mi ritrovo in poche righe, scusatemi, a fare delle semplificazioni su temi complessi, spero di essere compresa) forse il tipo di volontariato che ti farebbe bene (se hai le energie per farlo) è andare per esempio a leggere delle fiabe ai bambini sani o esprimere te stesso attraverso la creatività giocando con la plastilina. E non perché tu non ti rendi conto che esistono bambini malati, e sei cieco ed egoista, ma perché in quel momento non ce la puoi fare, non ce la puoi fare veramente. E allora sarà quando avrai recuperato un po’ di positività per te, e sarai in grado di condividerla e regalarla, che lo scambio (perché lo è) con una realtà difficile potrà essere utile a qualcosa, e non ti farà sentire ancora più in balìa della tua stessa sensibilità ed impotente.
    Tu ci hai parlato Marzia, come se tu dessi per scontato che nessuno di noi ha conosciuto la malattia per se stesso o in persone vicine.

  • 8559
    LUNA -

    Dando per scontato, poi, che il malessere psicologico non sia un malessere, o una malattia, o che sia un malessere o una malattia di serie B, o che sia un posa. E non sia un qualcosa che ha una causa, a volte persino anche organica. Che non sia una cosa che ha dei sintomi.
    Ora ti dirò una cosa: una delle ragioni per cui il malessere arriva ad esplodere è che spesso pensiamo di non poter stare male o non possiamo stare male. Anche perché oggettivamente non abbiamo la possiibilità di compensare lo stress e il dolore, che ci consuma fino a che crolliamo.
    Non possiamo, come nel caso della malattia di un congiunto, perché dobbiamo essere forti per forza e vogliamo anche esserlo, perché amiamo, e perché c’è bisogno di noi… mentre ci consumiamo teniamo le nostre difese al massimo, per la persona che amiamo e perché non vogliamo certo impazzire dalla preoccupazione, dal dolore,
    ma siamo esseri umani, non dei robot. La nostra mente e il nostro corpo reagiscono allo stress pazzesco attraverso una serie di difese e appunto di reazioni, per cercare di tenere l’equilibrio e insieme per le falle, inevitabili, che si creano nell’equilibrio. Solo oggi, oggi che mia nonna è morta da due anni, io riconosco alcuni meccanismi miei (ma anche suoi, e della mia famiglia) per tentare di stare in equilibrio, nei 5 anni in cui l’ho vista attraversare il cancro e in cui mio nonno iniziava a manifestare la demenza. Come ho vissuto il fatto che mentre vivevo da vicino la malattia di mio nonno (e attualmente la vivo) attraversavo anche il lutto, e il medico aveva detto a me che dovevo fare dei controlli perché forse ero io, anch’io, ad avere qualcosa di brutto. e io per molto tempo non sono andata a vedere se era vero, logorandomi, perché era troppo, tutto insieme era troppo.
    A volte esplodiamo perché pensiamo di non poter stare male. Perché, faccio un esempio, nella nostra famiglia le persone sono sempre state abituate a non ammettere il malessere, perché il malessere è debolezza, vergogna, o, adirittura, NON ESISTE. E abbiamo assimilato quel senso di negazione.
    Insomma, Marzia, il discorso è più complesso di come la metti tu. e forse sarebbe più utile anche a te aprire un po’ di più la mente. Una persona depressa non ha bisogno di accondiscendenza, anche nei suoi meccanismi che si fanno implosivi e contorti, ma semmai di accoglienza costruttiva sì, anche nei no, anche nel giusto proteggersi accogliendo. Sono davvero due cose diverse, sai?

  • 8560
    Alone -

    @tracy
    Un’amicizia non la rifiuto mai 🙂

    fruttolo2011@hotmail.com

  • 8561
    Andrea -

    Ci ho provato Marzia, ma la reazione generale era inevitabile…
    Se accetti un consiglio non prenderla come un’aggressione (anche se la tua, in apparenza, lo era) ma come un’occasione per riflettere.

    Bella la 9 Eme, in effetti ci sono troppi speaker diversi e troppe interpretzioni diverse, per questo non ci si capisce mai.

    Cambiando discorso, hai provato a mettere le sigarette in un posto dove di solito non vai?
    Se riesci a fumare meno puoi concentrarti su quanto stai bene senza fumare, così quando fumi senti la differenza, e c’è! A me funziona abbastanza bene.

  • 8562
    Eme -

    Sai Luna, c’è stato un momento in cui ho convinto me stessa di essere per davvero mentalmente spaparanzata in un prato verde in mezzo ai grilli (chissà se ora hai capito chi sono ;-). Pensavo di aver trovato un equilibrio, una sorta di serenità. Avevo smesso di atteggiarmi a Fantozzi trascinandomi una bara appresso.
    Mi sentivo una persona normale, con normali momenti di sconforto, di allegria.
    Si….va bè….qualsiasi emozione era annebbiata da un velo di malinconica scaramanzia, non avevo progetti per il futuro nè rimpianti per il passato nè programmi per il presente. Sempre (credevo) per scaramanzia.
    Vivevo con un perenne, costante senso di colpa e di totale superfluità. Ma, in fondo in fondo ci stava, d’altronde il viaggio verso sè stessi è lungo è pieno di insidie.
    In realtà ero ferma al palo. Ma mi vedevo in movimento.
    In realtà non vivevo ma inanellavo un giorno all’altro. Ma credevo che vedere l’alba del giorno dopo fosse vita.
    In realtà rifiutavo gli altri e me stessa. Ma credevo fosse un sano istinto di conservazione.
    In realrà mi stavo raccontando un sacco di bugie. Ma credevo di essere in viaggio verso la Verità.
    In questi mesi ho fatto tantissima autocritica. Certe persone devono saltare addosso a sè stesse e darsele di santa ragione per poter, alla fine, stringersi la mano e ripartire. Con qualche osso rotto, ma ripartire. Per davvero.
    Dentro ho una gran confusione e poche certezze. Quelle che servono.
    Ed una di queste è che non voglio più raccontarmi una caterva di bugie “solo” perchè ho paura di me.
    Vorrei che gli altri non fossero più in grado di manovrarmi come una marionetta perchè sento una sorta di colpa ad occupare uno spazio sulla Terra e la necessità di giustificare in ogni modo la mia presenza qui.
    Questo è ciò che vorrei, ci sto provando. E, questa volta, ci sto riuscendo. E non è l’ennesima bugia.
    Le molestie morali sono atti subdoli e schifosi. Ma quelle peggiori sono quelle che, magari inconsapevolmente, infliggiamo a noi stessi.
    Magari condannandoci ad una lentissima morte.
    E’ inutile tentare di trovare pace e serenità nel mondo se dentro di noi è in corso una guerra bestiale.
    E’ inutile cercare motivazioni all’esterno se il nostro interno, inesorabilmente, censura e butta via tutto.
    E’ inutile muoversi verso gli altri se prima non ci si muove verso sè stessi.

  • 8563
    Eme -

    Ho sempre ammirato chi, ad un certo punto, magari dopo mille peripezie, magari dopo aver messo a repentaglio la propria esistenza è riuscito a mettere tutto (anche sè stesso) in discussione per riprendere tra le mani le redini della propria Vita.
    Magari metto in discussione i modi :-).
    Ma, di certo, non gli obiettivi!
    Sono persone positive.
    E qui, per fortuna, ce n’è qualcuna.

    Ps. Andrea, se mai la prossima volta in cui sento i nervi tendersi fino all’esplosione ti scrivo i miei improperi in modo che tu li traduca in un diplomatico linguaggio peace & love 🙂

  • 8564
    Andrea -

    Eme, è interessante come esperimento 🙂 Proviamo. Però mettiamo le due versioni,la tua e la mia, così non ci facciamo torti a vicenda 🙂 Non pensare però che io sia sempre stato così pacifico, anch’io ho i miei limiti, solo che ho lavorato molto sul quando lasciarli liberi di esprimersi in tutto il loro colore e quando è meglio trattenere il fiato per un minuto e poi respirare. La tensione la elimino comunque.
    Il tuo decalogo mi piace un casino, aggiungerei solo una cosa sul punto 6. Ognuno è libero di curarsi come gli pare, d’accordissimo. L’errore che spesso si fa è di dividere l’effetto dei farmaci dal lavoro su sè stessi che se comprendesse anche l’illuminare la mente con lo yoga, nuotare, correre etc etc etc, come dicevi tu, accorcerebbe molto i tempi di guarigione. Chiaramente, appena uno inizia a farcela. Il problema degli ansiolitici è che danno dipendenza e se fai l’errore di considerarli la sola cura, finisci per allontanare temporaneamente l’ansia e ammalarti di ansiolitici. Il cambio, a lungo andare, non è molto vantaggioso. Qualunque cura con i farmaci deve basarsi sia sui farmaci che sulla famosa volontà di usarli solo per arrivare ad un punto in cui si inizia a camminare da soli. Lo stesso vale per le persone che ci aiutano. Se proprio bisogna diventare dipendenti da qualcosa è molto meglio diventarlo della propria volontà e della propria voglia di rinnovarsi completamente. Quella è una dipendenza molto più bella, anche se serve anche lì una certa elasticità, secondo i momenti.
    Predica finita. Pace & love! 🙂

  • 8565
    Eme -

    Concordo Andrea, infatti il tuo ragionamento si ricollega, da un certo punto di vista, con i miei post sopra.
    Prendi un farmaco, ti accerti che ha un certo effetto benefico, ti ci stravacchi sopra e asserisci con forza: ok sono guarita.
    E ti racconti una palla.
    L’ennesima.
    Il problema non sta tanto nel farmaco quanto nella bugia che ci si racconta e nell’inconsapevolezza della stessa.
    E quando finalmente ti si apre un mondo davanti perchè il teatrino delle bugie crolla miseramente scatta il dubbio amletico: è un mondoo vero quello che si sta spalancando di fronte a me o è l’ennesima bugia?
    La risposta è dentro ciascuno di noi. E’ una rispèosta che viene dal proprio passato, dal proprio carattere, da come saremmo stati se…..e da come siamo diventati.
    E’ una risposta chiara se si ha il coraggio di guardare dentro di sè, di fare chiarezza, di mettere ordine nella confusione e di accettare il rischio di verificare che …..non sempre sei stato un Santo subito, martire, vittima ma, a volte, hai avuto una bella fetta di responsabilità in tutto ciò che ti è capitato.
    Il che non significa darsi addosso. Prendersela con sè stessi non serve ad un tubo.
    Nè significa dare addosso agli altri per sviare l’attenzione (la propria verso sè stessi) verso l’esterno mettendosi al riparo dalle autoripercussioni.
    Significa, semplicemente, prendere atto di ciò che è e decidere di conseguenza.
    Per un lungo periodo ho accusato il Destino di tutto ciò che mi stava capitando. Era una comoda soluzione :-). Tu sei lì, fermo, ed il Destino ti sposta a destra e a sinistra come se fossi una pedina su una scacchiera.
    Il Destino, secondo me, esiste e segue un percorso non tracciato da noi. Però credo sia possibile, entro certi limiti, raddrizzarne il tiro evitando di darci delle zappate addosso da soli.
    Compreso uso di psicofarmaci quando da medicinali si trasformano in annebbiatori di sensazioni o, come dici tu, in comodi cuscini.
    La composizione chimica di un medicinale è sempre la stessa, è l’obiettivo per cui si assume che fa la differenza.
    E quell’obiettivo è lo stesso che regola tutta la nostra esistenza, le nostre scelte, le nostre decisioni, i nostri comportamenti ed i nostri atteggiamenti.
    Per le sigarette……le sto provando tutte 🙂

    Peace & love 🙂 🙂 🙂

  • 8566
    LUNA -

    EME:…così sei tu? 😉
    Pensa che ho messo tra la scoperta che tu sei tu e la mia risposta, per fortuna, qualche ora, per evitarti delle scene mix Carramba che sorpresa e C’è post(a) per te. Mi ha commosso che tu sia tu. Per affetto. Sono deficiente, dici?
    Forse è anche per questo che non mi hai detto che sei tu, per evitare ‘sta iperglicemia. E lo rispetto. Volevo solo dirti che, perché è vero, siamo tutti liberi, anche quando purtroppo altro ci imprigiona, ma che egoisticamente, per me, è di conforto sapere che, mentre viaggio, in qualche scompartimento del treno, ci sei anche tu.
    Lo vedi com’è, Eme? Avrei preferito ci rincontrassimo in una lettera che si chiama “Ho appena vinto l’enalotto, ma poiché mi vanno tutte dritte e sto benone non so bene come spendere la vincita”, avrei preferito che tutti noi, che scriviamo in questo post, a vari livelli di disagio, a vari livelli del viaggio, stessimo parlando per organizzare una figata di gita da questa parte (in questa vita, si intende, sia chiaro). Invece eccoci qua… ma anche questa è vita. Nel senso che non bisogna vergognarsi del malessere, e del proprio viaggio.
    Chiedo scusa per il mio tono nel commento, ché parliamo di cose serie. Il fatto è che ero molto seria in ciò che ho appena detto.
    E non ho saputo dirlo meglio.
    Ma torniamo a bolla:
    quello che tu e Andrea dite è molto vero. Ed è molto vero quello che dici, Eme, sul fatto che @Le molestie morali sono atti subdoli e schifosi. Ma quelle peggiori sono quelle che, magari inconsapevolmente, infliggiamo a noi stessi.
    Magari condannandoci ad una lentissima morte.
    E’ inutile tentare di trovare pace e serenità nel mondo se dentro di noi è in corso una guerra bestiale.
    E’ inutile cercare motivazioni all’esterno se il nostro interno, inesorabilmente, censura e butta via tutto.
    E’ inutile muoversi verso gli altri se prima non ci si muove verso sè stessi.

    “Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio per cambiare quelle che posso e la saggezza per riconoscerne la differenza”. Ho sempre pensato che questa non è per nulla una frase banale. Ognuno di noi sa (o scopre) quali sono queste famose cose del tipo a) e del tipo b). Però mi sono resa conto quanto per me faccia la differenza capire la differenza.

    So cos’è la lentissima morte. La mia lentissima morte è stato anche fumare 70 sigarette al giorno. Non sempre, ma ci sono stati periodi in cui l’ho fatto. Stavo in macchina ore a guardare il nulla e a pensare troppo, o

  • 8567
    LUNA -

    a piangere come un vitello o a perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Secondo me mi stavo “ricentrando”, anche, e in parte in qualche modo lo facevo, visto che poi da quella macchina riuscivo ad uscire. Di certo cercavo di sopportare quelle onde anomale pazzesche. Ma, allo stesso tempo, mi spaventavano anche i momenti “piatti” (forse di più?) quelli in cui non stavo piangendo come un vitello, ma non avevo più voglia di niente, pensavo non esistessero soluzioni al mondo e la mia stanchezza, lo stress mi toglievano le forze, e soffrivo per quello che mi stava portando via da me, e mi domandavo se ero ancora capace di vedere il confine tra il malessere e me. Perché, quando uscivo dalla macchina, e di fianco c’era una montagna di sigarette, veramente una montagna, guardavo la mia compulsione e mi dicevo: sticazzi… Ma forse era peggio quando non la vedevo nemmeno. E’ molto difficile parlare di queste cose. Nel senso che credo sia difficile spiegarle. Ma forse a chi ha provato non è difficile. Io non rinnego nessun passo del mio viaggio verso me. So di averlo fatto veramente. So di avere iniziato, in un altro modo, quando avevo 20anni e per la prima volta ho avuto gli attacchi di panico e un periodo di vera merda, in cui mi sono sentita in guerra profonda con me, innanzitutto, e ho pensato: non mi posso più fidare di me. So che uno dei momenti più importanti della mia vita è stato quando mi è stato chiesto: ma è successo qualcosa prima di questi attacchi di panico?
    E io ho detto NO. Ma poi mi sono resa conto che era successo eccome. Che avevo accumulato uno stress pazzesco, ma che io avevo tirato come un cavallo da corsa. Che avevo accumulato dei dolori, delle frustrazioni, ma io le avevo negate, rimettendomi in piedi troppo presto, forse proprio per paura che l’arbitro, se non mi fossi tirata su in tempo, avrebbe contato 10. Ok, l’ho detto, non lo spiegare. Ora di anni ne ho 37, e sarebbe facile dire: allora, vedi, quello che ti aveva insegnato l’esperienza di stare male non valeva na sega, erano tutte bugie se sei stata male un’altra volta. Io invece, giuro, penso questo: valeva eccome, solo che era parziale. Anche perché avevo un’altra età. Io penso che stare male sia una merda, intendiamoci. Io nei due anni veramente merdosi a cui mi riferisco ora penso SERIAMENTE che ho rischiato di morire, per mia mano o per mano dello stress, o della lenta morte mentre TUTTO andava a rotoli e io soffrivo immensamente non riuscendo a ritrovare me.

  • 8568
    birillo -

    zau amici 🙂 scusate ma ho avuto un po di problemi con il pc -.-

    e sono stato infattarato con uno script x vedere le tv su vlc 😀

    nel tempo libero mi okkupo di smanettare con il pc su script e altre cosine…
    altra sera dopo un aggiornamento il pc non partiva piu e ho dovuto formattare e va be tanto io e il pc comunikiamo bene 😀

    @ stankissima
    non saprei quanto sono tenero da quelo che mi hanno detto riesco a farmi volere bene quasi da tutti ^_^

    non sono riuscito a leggere quasi nulla delle ultime 2 pagine poi stasera/domani lo faro con calma 🙂 penso domani stasera riformatto .. ubuntu non mi piace moltissimo …

    dai vi auguro un felice week end o almeno sereno e un bacio alle fanciulle a stankissima 2 🙂

    zauu

  • 8569
    Marquito -

    Quello che sto per dire potrà suonare urtante, o quantomeno paradossale, alle orecchie di molte persone. Io però lo dico lo stesso, suffragato dalla mia esperienza personale e da qualla di tanti bravi psicoterapeuti.
    Moltissima gente preferisce essere infelice piuttosto che felice. E ovviamente (lo ribadisco ancora una volta) non è minimamente consapevole del proprio terribile autolesionismo.
    Come scrissi a Eme nel corso di una corrispondenza privata, l’infelicità ha un suo rassicurante e limaccioso tepore. E’ come un giaciglio squallido ma relativamente morbido, in cui ci si può adagiare tranquilli e trascorrere placidamente tutta la propria esistenza, senza assumersi nessun impegno e nessuna responsabilità. E’ una palude in cui si sprofonda lentamente, senza quasi rendersene conto e senza quasi opporre resistenza. E’ così comodo evitare i problemi aggrappandosi all’idea del suicidio … è così comodo potersela prendere con il destino avverso …
    La felicità richiede coraggio, determinazione e un pizzico di incoscienza. Richiede amore, tenerezza e dedizione verso sè stessi. Spesso, per poterla raggiungere, occorre prendere decisioni traumatiche, mettere in discussione tutte le proprie certezze, rivoluzionare completamente la propria esistenza. Una volta conquistata deve essere difesa con le unghie e con i denti. Tutto questo richiede un’enorme dispendio di energia mentale, tantissima voglia di vivere e di combattere per i propri ideali, la rinuncia a ogni forma di querimonia e di vittimismo, la convinzione che in fondo in fondo “ne vale veramente la pena”. Per le persone fragili e psichicamente labili la felicità può essere molto stressante e molto faticosa.
    Poi c’è da dire anche un’altra cosa. Molti di noi sono cresciuti nella convinzione di non valere niente, di non meritare niente, di non avere diritto a niente. Essere felici ci appare come una forma di “ùbris”; di profanazione, di violenza sacrilega. La felicità non viene vissuta come un diritto, ma come un frutto proibito su cui non possiamo accampare alcuna pretesa.
    Chi vi scrive ha soggiornato nella palude per molti anni e ovviamente, di tanto in tanto, continua a avere le sue piccole ricadute. Non si ritiene più bravo di chi non ce l’ha fatta; ma solamente più fortunato. In ogni caso, anche nei momenti di maggiore sconforto, non ha mai perso la convinzione che ne valesse veramente la pena.

  • 8570
    LUNA -

    MARQUITO: non so se si possa chiamare preferenza. Ma poiché parli di preferenza inconsapevole, non so, può darsi.
    di certo trovo molto vero questo:

    @Poi c’è da dire anche un’altra cosa. Molti di noi sono cresciuti nella convinzione di non valere niente, di non meritare niente, di non avere diritto a niente. Essere felici ci appare come una forma di “ùbris”; di profanazione, di violenza sacrilega. La felicità non viene vissuta come un diritto, ma come un frutto proibito su cui non possiamo accampare alcuna pretesa.

    Io credo che esistono persone che non abbiano semplicemente idea di cosa siano la serenità e la felicità, magari per un’infanzia colma di dolore e di violenza, fisica e morale. In realtà nel loro cuore aspirano a quella serenità e quella felicità, ma non avendo mai conosciuto quello stato di quiete, avendo vissuto sempre in un battaglia, esterna che si è tramutata (come anche diceva Eme) infine in una battaglia interiore, anelano a qualcosa che non si sentono in grado di raggiungere o le strade che tentano per raggiungerla sono sbagliate, sono in realtà strade che passano per il dolore e il tentativo di tamponare, far cessare il dolore vivendolo, ancora una volta… Io credo che molte persone pur conoscendo la violenza quando viene loro tirata addosso se sono state abituate a vivere in un’atmosfera di violenza a vari livelli non la riconoscono quando la incontrano nuovamente lungo il cammino, perché il loro livello di sopportazione, assuefazione alla violenza è già troppo alto… o, peggio ancora, la riconoscono come familiare e quindi si ritrovano in copioni che riportano alla violenza soffrendo immensamente ma allo stesso tempo non riuscendo a spezzare il copione.
    C’è poi da dire che alcune persone temono inconsciamente la felicità, la quiete non perché non le vogliono, ma perché hanno un trauma legato alla sottrazione della serenità e delle felicità. Non si tratta di dire: io non merito.
    Il discorso è un altro. E’: nel momento in cui sono felice o sto bene sono letteralmente terrorizzato da cosa può succedere un istante dopo. L’ansia è più collegata ai momenti di quiete e di gioia che ai momenti di dolore, paradossalmente. Conosco la tristezza e quindi la gestisco. Ma ciò che non riesco a sopportare è l’idea che se mi abbandono a questo momento di quiete, di gioia, fino in fondo, potrebbe accadere qualcosa di terribile. Forse sì, c’è un legame con l’autostima, ma io credo che c’entri molto il trauma, quasi in un processo inverso, in certi

  • 8571
    LUNA -

    casi. inoltre ci sono famiglie che insegnano “a non godere”. Quando dico non godere non intendo assolutamente in senso sessuale, o solo.Ci sono persone che sin dall’infanzia si son sentite dire che non aveva senso festeggiare un compleanno, una festa, spendere per la propria minima gratificazione, essere soddisfatti di sé se qualcosa riesce, di non sperare perché se le cose vanno male? Falsi inviti a modestia (possiamo essere umili ma intimamente felici di una nostra creazione, di un nostro talento), in realtà ansia e negazione di sè trasmesse o forme di controllo dell’esuberanza. Magari anche incosapevole se, per generazioni e generazioni, ciò è stato trasmesso. Credo che ci siano molte persone in lotta tra un sincero, viscerale, quasi disperato desiderio di serenità e felicità (talmente disperato da cercarle in persone, sceltesbagliate), che non è vero che stanno per comodo nell’infelicità… è che si sentono come stracci inzuppati di lacrime che in fondo pensano di avercelo scritto in fronte che devono stare in fondo al secchio… come partire da 50.000 sotto zero per raggiungere un livello normale di dignità naturale… ogni volta che desiderano sembra quasi, come il topolino che è stato tormentato in laboratorio, sentano lo stimolo della scossa elettrica,e non serve che lo stimolo sia presente, è ormai interiorizzato. C’è poi da dire che se a farti male sono state proprio delle figure di riferimento importanti o da loro non ci siamo sentiti difesi o ci siamo sentiti in difetto con loro puoi passare molti anni della tua vita in una continua lotta interiore tra rabbia, dolore e giustificazione. Lotte tra opposti che riferisci a te stesso o in senso più ampio. Io di base so di non essere autolesionista. e infatti per un bel pezzo della mia vita ho vissuto concedendomi ottime cose e riuscendo anche a difendermi a modo mio dalle sollecitazioni “lesive” e in equilibrio con le mie nevrosi. A 20 anni ho sciolto dei nodi, degli automastismi d’ansia che pensavo scontati. Quando però in seguito le sollecitazioni sono state enormi, quando in qualche modo ho rivissuto un trauma, quando i dolori sono stati grossi e lo stress è stato ogettivamente anche labirintico ho avuto il crollo. Non senza dolore allora ho guardato in faccia un’antichissima “lesione”. Forse, altrimenti, non l’avrei mai riconosciuta. Intendiamoci, l’equilibrio non è statico, per nessuno.Non ho medaglie sul petto e parecchi guai. Ma alcuni pezzi del MIO puzzle hanno assunto un diverso senso.

  • 8572
    Eme -

    Luna 🙂 mi sa che siamo due deficienti. L’affetto sel tuo post mi ha commosso. Ed é un affetto ricambiato lo sai. Quando sei apparsa qui ed ho capito che non l’hai fatto per chiedere se si muore prima impiccandosi o buttandosi dalla finestra ho avuto la stessa reazione che puo’ avere una bambina di 4 anni che vede il sederone rossi di Babbo Natale penzolare dal camino la notte del 24 dicembee :-). Sei una persona positiva che cerca di cogliere il meglio di ogni singola tappa di un viaggio lunghissimo. Anche di quelle tappe forzate, quando il treno si rompe in piena notte e si ferma in mezzo ad una landa gelida e desolata. È importantissimo riuscire acdire: sticazzi!!!! Che si tratti di una montagna di cicche o di qualsiasi altro scempio che si sta facendo della propria vita. È il primo passo del viaggio verso di sé. Non so quanto duri quel viaggio. Non so neppure quanto sia importante saperlo. So che, come dice Marquito, vale la pena compierlo. Meglio se in buona compagnia di chi h tanto da raccontare, da trasmettere, lo sa fare bene e, chi lo sa…..magari riesce a tirare sul treno chi, da troppo tempo, é seduto nella sala d’aspetto e neanche se ne accorge.

  • 8573
    buck -

    Una conversazione web che va avanti da oltre 5 anni è decisamente strana , ma , sopratutto piacevole .Trovo , tuttavia , che si sia divagato dall’argomento iniziale.
    Vi è una qualche giustificazione al suicidio? E’ prevenibile? Si può portare aiuto?Ho motivi per vivere?
    Navigo verso i 60 ( son ben oltre il mezzo del cammin… mi restavano una diecina d’ anni decenti , ecco cosa vado a perdere , in fondo!),una professione un tempo socialmente importante , discretamente pagata, ma che sto odiando : tra poco raggiungerei la pensione .
    Una moglie che odio ( niente figli), ma che , per fortuna , sta per abbandonarmi ( leggesi liberarmi).
    Grandi passioni : viaggi , fotografia , archeologia , trekking…
    Poi , un incidente: 8 mesi fa trauma plurimo…dolori a tipo sciatalgia insopportabili , nessuna diagnosi precisa o terapia (inutili consulti neurochirurgici che mi hanno indirizzato ad inutili fisiatria ,ginnastica di posturazione , osteopatia…) di alcun aiuto. I mie stessi colleghi non sono stati in grado di emettere una diagnosi nè indicare una strada di miglioramento ( farmi spendere una barca di soldi si, ma questo non mi interessa)Posso camminare 200-300 metri- e il mio mondo è scomparso. Non ne voglio un altro : non mi interessa più nulla.
    Ho congedato , alcuni con varie scuse , un paio con la nuda verità ,i pochi amici , ho cancellato/buttato tutte le foto , regalato i miei libri…Non lascio nessuno che mi rimpianga
    Sto “chiudendo casa” , in silenzio .
    Non ho più alcun interesse a vivere.
    Quindi: non ho qualche ragione ( non ne ho nessuna per vivere !) nel voler dire basta? Debbo per forza essere giudicato ( e male , per giunta)?.

  • 8574
    Marquito -

    @ Luna:
    Quello che dici è verissimo; talmente vero che qualche volta esito a parlarne … Ho sempre avuto un certo pudore nell’esternare la mia sofferenza.
    Non so che tipo di genitori tu abbia avuto; i miei sono stati estremamente nocivi per il mio fragile equilibrio psichico e per la mia traballante autostima. Mia madre mi ha fatto sentire colpevole di esistere e ti assicuro che non ci potrebbe essere atteggiamento peggiore.
    Condivido in pieno anche quello che hai scritto a proposito del’ansia, che molto spesso accompagna gli stati di intensa felicità e finisce irrimediabilmente per guastarne il sapore. Quando affermo che molta gente, del tutto inconsciamente, “preferisce” essere infelice, in effetti, mi riferisco proprio a questo. Diciamo pure che molta gente ha paura di essere felice.
    Quei momenti di ansia sono terribili. La felicità ci apppare come un picco discosceso, posto a un altezza vertiginosa, dal quale si può soltanto cadere a precipizio facendosi un gran male. Ed è per questo che molti la evitano, rifiutando ostinatamente di lottare e di assumersi ogni rischio.

  • 8575
    LUNA -

    BUCK: ciao 🙂
    Io non credo che negli ultimi post si sia divagato… almeno dal mio punto di vista (ma è il mio, certamente) invece si è centrato forse il problema. Perché ad un certo punto ci ritroviamo a farci le domande che ti fai tu?
    Leggo quello che per te, forse, è stata la vera botta:
    @Poi , un incidente: 8 mesi fa trauma plurimo…dolori a tipo sciatalgia insopportabili , nessuna diagnosi precisa o terapia (inutili consulti neurochirurgici che mi hanno indirizzato ad inutili fisiatria ,ginnastica di posturazione , osteopatia…) di alcun aiuto. I mie stessi colleghi non sono stati in grado di emettere una diagnosi nè indicare una strada di miglioramento ( farmi spendere una barca di soldi si, ma questo non mi interessa)Posso camminare 200-300 metri- e il mio mondo è scomparso

    Bukosky diceva qualcosa tipo: non sarà la morte del tuo amore a farti impazzire, ma il laccio della scarpa che si spezza una mattina.

    Quello che dici a proposito della salute (e poi ti spiegherò meglio perché lo capisco) non è un laccio della scarpa, però mi pare importante considerare due aspetti:
    il primo è che alle volte durante il cammino, prima di fare il botto, seminiamo una nostra insoddisfazione o paure o cose che si dicevano negli ultimi post, abbiamo magari un equilibrio relativo apparentemente soddisfacente che però può esplodere di fronte a particolari fatti, emozioni negative, insuccessi, problemi, dolori. Allora, moltissimo spesso (lo so che non si dice così, ma per rendere l’idea) a volte il crollo, se riusciamo (e il fatto che riusciamo è certamente dovuto a diversi fattori, e mai, ho detto, giudicherò chi non c’è riuscito… io stessa potrei un giorno non riuscirci) a guardarci dentro prima che ci accoppi ci porta molto spesso a riconsiderare una serie di cose, che CI riguardano, che riguardano le nostre impostazioni stesse, che ci fanno anche tagliare dei rami secchi, sconfiggere dei sensi di colpa o atteggiamenti che abbiamo sempre dato per scontati… allora non sono non crepiamo, ma semmai rinasciamo…
    La seconda cosa è che siamo esseri umani, no robot, e quindi un trauma, un grosso trauma, anche se fino a prima eravamo a bolla e non importa se ogettivamente per tizio e caio può non essere grande, ma noi lo viviamo come tale, ci sconvolge, ci può certamente portare ad un periodo di depressione reattiva, e anche bella tosta. Allora il problema diventa che pensiamo a quando stavamo bene, come giustamente fai tu, e ci odiamo per il fatto di non essere più

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