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Il suicidio

di beppino

Riferimento alla lettera: Buongiorno, anche io penso che il suicidio sia una cosa buona, in un certo senso. Da tre anni, ci sto pensando, e ho già fatto quattro tentativi. Per me, la morte rassomiglia a un riposo, perché come lo dice un autore francese, "vivere, è soffrire". Io di fronte alle difficoltà...
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Data di pubblicazione: 17 Settembre 2005

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Categorie: - Me Stesso

14.956 commenti

  • 9851
    Ele -

    Grazie Eme..!
    Non ti dispiace, vero, se stampo il tuo post e me lo porto sempre dietro in borsa??

  • 9852
    ada -

    ehhhh! come vi capisco.la sofferenza pero’ a volte è anche causa di qualche meccanismo che non va in noi,basta una piccola cura e quelle cosette chimiche che fanno parte di noi vanno a posto(o quasi).
    gli psicofarmci in dosi equilibrate possono farci un gran bene,parola di chi li ha provati.
    non abbattiamoci sempre.

  • 9853
    Eme -

    Ele 🙂 🙂 🙂
    Un abbraccio virtuale (per adesso).

  • 9854
    alessandro -

    Non voglio entrare più in polemica su nulla e con nessuno, basta, per carità, però una cosa vorrei dirla…
    gli psicofarmaci…ormai penso si sappia quel è il mio pensiero in merito, però non nego che, pur non curando nulla, nel modo pù assoluto, agendo sul sintomo un sollievo lo danno, questo sì…e quando si soffre non si può fare filosofia, naturalmente, quindi chi ritiene di doverli prendere che li prenda e che Dio gliela mandi buona.
    Detto questo, evitiamo di ridurre l’uomo e la sua sofferenza interiore a ‘cosette chimiche’, non è proprio così.
    E pensieri come questi, piuttosto diffusi purtroppo, fanno la fortuna dei Cassano e delle farmaceutiche sempre più agguerrite.
    Il Cassano, a dire il vero, fa anche la fortuna dell’Enel…una battuta per dire che questo signore, questo ‘luminare’, ancora oggi ritiene una cosa aberrante come l’elettroschok una ‘terapia salvavita’…e qua uno si zittisce, ma davvero. Come si fa a replicare davanti a un simile delirio?

  • 9855
    Eme -

    “io stavo semplicemente facendo quello che sentivo più consono alla mia persona, senza mascherarmi più”.
    ” negli anni passati pur di piacere ho fatto e mi sono fatta fare di tutto, per non allontanare nessuno. ho permesso anche a gente cattiva di avvicinarsi a me e servirsi a piene mani”

    Non sei stata stupida, Ele. Probabilmente sei stata una vittima della disistima. Ti sei adattata, hai accettato compromessi e sei stata male prima (mentre ti adattavi e accettavi) e dopo (quando hai gettato la maschera).
    Il passato, ormai, è andato. Non puoi intervenirci neppure con la bacchetta magica. Puoi tenere a mente certi episodi come monito per salvaguardarti (non certo per autoflaggellarti). Di più non puoi fare… se non scavarci dentro per “aggiustare” il presente e impostare bene il futuro.
    Il metodo maschera non è servito a granchè (difatti ti si è rotto qualcosa dentro e, in più, ti sei stancata a recitare un ruolo).
    Ora cerca di capire cosa ti occorre per raGgiungere la serenità ed impegna le tue (ora poche ma solo ora) energie a perseguire questo obiettivo ignorando le pippe di chi vede nell’uscita a tutti i costi il rimedio miracoloso ad ogni forma di disagio.
    Stai bene chiusa in casa? Stai chiusa in casa! E sbattitene di tutto e di tutti.
    Vuoi uscire? Esci senza la convinzione di creare un precedente con i pippaioli che da quel momento in poi ti potrebbero mitragliere con richieste di uscita.
    Pensa a te stessa e pensa per stessa. La verità è tutta dentro di te. E nessuno sa di meglio di Ele cos’è meglio per Ele. Neppure Ele stessa, però, se continua a darsi della stupida e a sentirsi inadeguata.
    I bastardi che arranfano a piene mani: sono bastardi, appunto. E non per colpa tua. Sono esseri viscidi, schifosi, che si mascherano con maschere che, però, a differenza tua, sanno portare molto bene. Sono esseri immondi che meriterebbero di implodere all’improvviso senza lasciare neppure un pò di polvere per la ricerca del DNA.
    E tu non ne hai colpa. Non devi essere tu a pagare la loro bastardaggine.
    Forse (e solo forse) potresti avere una sorta colpa se nonostante il senno del poi ci ricascassi…..ma ora come ora colpe non ne hai.
    Non ti sei protetta, ok. Proteggiti ora. Levati dalle scatole tutti quelli che ti creano ansie nella smania di farti star meglio con il solo risultato di farti sentire inadeguata. Non dico di scaraventarli fuori dalla porta prendendoli a sco.... ma, semplicemente, senza vergognarti (perchè non è proprio il caso) spiega loro che il loro metodo miracoloso, in questo, momento, non fa per te.
    Se sono amici capiranno. Se non lo sono avrai fatto un sano repulisti di inutili pro-stress.
    Cerca di ricominciare da capo, avendo come unico scopo il tuo benessere. Sii egoista e sai perchè?
    Perchè l’egoismo delle persone buone porta vantaggio alle persone stesse senza arrecare danno agli altri.
    E’ l’egoismo stronzo, quello che porta alla prevaricazione, al menefreghismo, che fa male.

  • 9856
    Eme -

    Pensa a te stessa, insomma. Se raggiungi la serenità renderai sereni anche coloro che ti vogliono bene veramente. Per sentirsi in compagnia non servono mille amici pesanti da gestire, ne basta anche solo uno che ti accetti per quello che sei anche se, in apparenza, sei “cambiata”, anche se da solare sei ritornata ad essere lunare e chi non sa che di indole sei (ipotizzo) lunare pensa che ti abbia rapito un ufo.
    Ciao, Ele, un grosso bacio! Ed un saluto a tutti.

    Ada: secondo me hai ragione. In alcuni casi (sottolineo alcuni) il disagio psichico ha cause anche di natura chimica ed i farmaci, in questi casi, possono portare le persone ad un equilibrio che gli consente di affrontare con maggior serenità, lucidità e razionalità tutti gli altri problemi che la vita ci mette in mezzo ai piedi.
    Il problema sta nel trovare il medico che non è nè lo sperimentatore pazzo, nè il menefreghista cronico, nè l’ideologo accecato da pregiudizi nati chissà come e chissà perchè.
    Insomma….il problema sta non tanto nella soluzione quanto nel latore della soluzione stessa.
    Se trovi un buon medico hai più probabilità di trovare una buona soluzione.

  • 9857
    nessuno -

    tu che hai provato a tentare di toglierti la vita e non ci sei riuscito !!!! sai perche !!!! non lo vuoi se solo un povero vigliacco !!!!! sei solo un vigliacco che non ha il coraggio di vivere e di tirare un paio di schiaffi alla vita !!! lo fanno tante persone che stanno peggio di te !!! pensa all’africa e fattoi un po di ricerca !!!! guarda gli animali che vengono maltrattati e uccisi da bastardi !!!! o bambini violentati!!! eppure loro vogliono vivere !!!!

  • 9858
    Marquito -

    Sarebbe veramente molto utile affrontare l’argomento “psicofarmaci” senza ripetere gli errori del passato e senza cadere più in inutili polemiche. Mi fa piacere che tutti abbiano espresso la loro opinione in modo pacato e civile ed anche io mi sforzerò sicuramente di fare altrettanto.
    Per quello che può valere la mia esperienza, ho notato che gli psichiatri tendono a dividersi in due scuole di pensiero: quella “pro-farmaci” e quella “anti-farmaci” (generalmente i secondi sono sostenitori accaniti della psicoterapia, oppure sono favorevoli a un approccio di tipo esistenziale alquanto astratto e molto “filosofico”). Io credo che sarebbe bene superare ogni forma di pregiudizio e riconoscere, una volta per tutte, che ogni individuo rappresenta un caso a sé stante e deve essere valutato in base alle sue caratteristiche.
    Ci tengo a precisare che anche io sono scandalizzato dall’abuso degli psicofarmaci che viene praticato dalla cosiddetta psichiatria accademica. Ma una cosa è combattere gli eccessi; altra cosa è privare le persone depresse degli enormi benefici che potrebbero trarre da un uso responsabile e mirato degli antidepressivi. Molto spesso si sente dire che gli psicofarmaci agiscono “solo” (?) sul sintomo, senza rimuovere la causa profonda del problema (mi riservo di discutere più avanti sulla validità di questa tesi, che in molti casi si configura come una vera e propria petizione di principio). Ma anche se questa affermazione fosse vera, il beneficio tratto dal malato resterebbe comunque gigantesco. Ci sono delle circostanze in cui è non solo consigliabile ma addirittura doveroso somministrare al paziente un’ingente quantità di psicofarmaci. Quando parliamo di “eliminare il sintomo” non parliamo di un dettaglio di poco conto e di una bazzecola insignificante; parliamo di una questione prioritaria e assolutamente essenziale, perché il dolore è una faccenda estremamente seria e se noi non rimuoviamo il sintomo esiste anche la possibilità che il paziente se ne vada al creatore. Quando una persona soffre in modo atroce, e rischia seriamente di rimetterci la vita, è assolutamente indispensabile assumere un atteggiamento pragmatico. Prima bisogna spengere l’incendio; poi si potrà discutere su chi sia stato ad appiccare il fuoco.

  • 9859
    alessandro -

    Gli psicofarmaci hanno solo ed esclusivamente azione sintomatologica e non ‘causale o eziologica’, cioè non agiscono in alcun modo sulle cause della malattia, e questo non si può contestare: è verità scientifica, non è una mia verità!
    Detto questo, faccio ora un discorso più generale, in riferimento alla depressione reattiva, quella, cioè, che origina da traumi esterni che però, naturalmente, influenzano il normale equilibrio chimico del cervello.
    Alcune statistiche dicono che il 53 per cento degli italiani soffre di un disagio psichico, per lo più di natura depressiva (34 %), il 32 % assume psicofarmaci il cui consumo è aumentato del 60 per cento negli ultimi 7 anni, e tutto questo vuol dire che la società italiana sta male, molto male al di là della rappresentazione gaia e felice che ne fanno la pubblicità e la nostra spensierata televisione nei suoi programmi di intrattenimento.
    Ma qual è l´origine del male? Freud nell´ultimo anno della sua vita scriveva che ‘per il primitivo è facile essere sano, mentre per l´uomo civilizzato è un compito difficile’, ma attribuiva la difficoltà all´eccesso di regole che governano le società civili, e quindi inseriva la depressione nelle nevrosi, nel conflitto tra norma e trasgressione, con conseguente vissuto di colpa. Oggi, le norme limitative non esistono più, non esistono quasi più gli imperativi morali, per cui ciò che un tempo era proibito è sfumato nel possibile e nel consentito.
    Per effetto di questo slittamento oggi la depressione (reattiva) non si presenta più come un ‘conflitto’, e quindi come una ‘nevrosi’, ma come un fallimento nella capacità di spingere a tutto gas il possibile fino al limite dell´impossibile. E quando l´orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è permesso, ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda che si pone alle soglie dell’esperienza depressiva non è più: ‘ho il diritto di compiere questa azione?’ ma, ‘sono in grado di compiere questa azione?’.
    Quel che è saltato è il concetto di ‘limite’, e in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non può che essere di inadeguatezza, quando non di ansia, e infine di inibizione. Tratti questi che entrano in collisione con l´immagine che la società richiede a ciascuno di noi. Di qui l´ingente richiesta di farmaci antidepressivi che hanno come logica terapeutica quella di sopprimere l´insonnia e l´ansia parossistica, oppure la perdita più o meno estesa di iniziativa, l´inibizione all’azione, il senso di fallimento e di scacco, fattori questi che entrano in implacabile collisione con i con i paradigmi di efficienza e di successo che la società odierna ritiene essenziali per definire la dignità e la significanza esistenziale di ciascuno di noi. Il senso di insufficienza che si fa paralisi, causa prima della depressione, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle che popolarizzano la droga.

  • 9860
    alessandro -

    Il farmacodipendente e il tossicodipendente sono infatti due versanti di quel tipo umano che infrange la barriera tra il ‘tutto è possibile’ e il ‘tutto è permesso’. Essi radicalizzano la figura dell´individuo sovrano, e pagano il conto con la schiavitù della dipendenza, che è il prezzo della libertà illimitata che l´individuo si assegna.
    Ma gli antidepressivi sono in un certo senso più insidiosi delle droghe, perché le molecole delle avide farmaceutiche contro la depressione alimentano l´immaginario di poter maneggiare illimitatamente la propria psiche, senza i rischi di tossicità delle droghe o gli effetti secondari o collaterali degli antidepressivi vecchia generazione. In questo modo lo psicofarmaco, sopprimendo i sintomi della depressione, che è un arresto nella corsa sfrenata a cui siamo chiamati dalla nostra cultura influenzata dal modello americano, accelera la corsa, rendendoci perfettamente omogenei alle richieste sociali.
    Ma a questo punto il rimedio farmacologico al blocco della depressione è peggiore del male, perché, mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti, induce il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con conseguente inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, omogeneizzazione alle norme di socializzazione richieste dalla nostra società a cui fanno più comodo robot de – emozionalizzati e automi impersonali, che soggetti capaci di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite della vita, e sulla fatica di vivere.
    Tuttavia, questo non vale ogni volta e sempre, così come ogni disagio psichico, anche quello che bisogna necessariamente di un (lieve) trattamento farmacologico, tipo le depressioni psicotiche e le psicosi in genere, va accompagnato con un dialogo psicoterapeutico, sempre! Non si lascia mai la persona in mano (ed in balia) dei soli farmaci.
    Poi si può parlare all’infinito di tante altre cose, e magari sarebbe anche bello ed utile farlo, nel pieno rispetto reciproco!

  • 9861
    Eme -

    Parlo da profana talmente profana che, probabilmente, dovrei stare zitta.
    Credo che ci sia un momento in cui, in qualsiasi terapia, l’intelligenza umana debba necessariamente fare capolino.
    Se ho un malessere, assumo psicofarmaci, faccio fuori il sintomo e poi metto la testa sotto la sabbia facendo finta di ignorare che il sintomo ha, sempre e comunque, una causa e, al grido di “ora sto bene ma chi cavolo se ne frega di andare a rimescolare in ciò che mi provocava malessere-va a finire che sto male di nuovo-lasciamo perdere”, continuo a stare con la testa sotto la sabbia ….e bè, perdonatemi l’espressione, ….sono una pirla destinata a fare la fine riservata ai pirla.
    Un pò come chi ha mal di denti, si rimbambisce di antidolorifici e procrastina all’infinito l’inevitabile incontro con il dentista salvo poi sfondare con la testa il portone dello specialista e rimetterci il dente e un sacco di soldi.
    Far tacere, blandire, addormentare il sintomo dovrebbe essere considerato come un attimo di tregua in cui riprendere fiato ed affrontare il motivo del malessere.
    Affrontarlo reagendo spinti dall’artefatta serenità provocata dalla tregua con la consapevolezza che si tratta di una serenità artefatta.
    Fermi i casi in cui il disagio è provocato ANCHE da alterazioni che riguardano “la chimica” del corpo umano e l’assunzione di sostanze chimiche, forse, ha un effetto diverso ed ulteriore rispetto alla creazione di una serenità artefatta. E qui mi fermo per pura ignoranza cautelandomi con tutti i “FORSE” del caso perché mi pare che le scuole di pensiero siano veramente tante per avere certezze.
    Se ho un mutuo sul gobbo e mi mancano i soldi per pagarlo con gli psicofarmaci non risolvo nulla: mi servono soldi. E fin qui ci siamo.
    Ma se ho un mutuo, perdo il lavoro, mi mancano i soldi, vengo colto dal panico, dal terrore, oppure divento una bestia e aggredisco tutti, mi tappo in casa, perdo o brucio le poche occasioni che si presentano, divento l’emblema dell’insicurezza e della paura può darsi che grazie (o “grazie”) agli psicofarmaci io possa riprendere il possesso di quel minimo di equilibrio, di razionalità, di serenità che mi consente di affrontare e gestire la situazione sia della mancanza di soldi che di panico/terrore/depressione conseguente.
    Per questo credo che demonizzare sempre e comunque la categoria “psicofarmaci” e rifiutarne l’assunzione possa diventare una sorta di potenziale hara-kiri.
    Se in preda al disagio mi ammazzo o lascio che le mie fobie mi “brucino” la mente trasformandomi in una larva piena di complessi , di tic, di fobie invalidanti ha un senso porsi il problema degli effetti negativi degli psicofarmaci?
    Una volta che sono crepata o divento incapace alla vita, bè, il finire sotto terra o in fila in qualche consultorio per dementi indigenti con il sangue pulito, non contaminato da sostanze chimiche direi che diventa….irrilevante.
    Certo…..occorre un minimo di sale in zucca. Come in TUTTE le cose.

  • 9862
    Marquito -

    Io mi limito a constatare un fatto evidente, di cui dobbiamo necessariamente prendere atto: gli psichiatri si accapigliano da anni sulle cause della depressione e per quanto riguarda la sua origine non sono mai riusciti a mettersi d’accordo. C’è chi sostiene che la causa sia organica e chi sostiene che la causa sia di ordine psicologico… C’è chi chiama in causa la genetica e chi tira in ballo la sociologia … Che esista un nesso causale fra la depressione e la carenza di serotonina è un fatto comprovato dall’esperienza, e io ne sono la dimostrazione vivente. Ovviamente si può ipotizzare che la carenza di serotonina sia dovuta a un malessere psicologico che ha alterato l’ equilibrio chimico del cervello … Tutte le ipotesi sono degne di rispetto; l’importante è che non si trasformino in dei dogmi. Allo stato attuale non esistono verità assolute, perché gli stessi specialisti brancolano nel buio e sono perennemente in conflitto fra di loro. E’ evidente che se l’origine della depressione dovesse risiedere nella carenza di certi neurotrasmettitori cerebrali, allora l’azione degli psicofarmaci dovrebbe essere valutata in modo completamente diverso, perché non si agirebbe più soltanto sui sintomi, ma anche sulle cause. Ma come ho già detto ci muoviamo nel campo delle ipotesi ed è per questo che è molto importante essere pragmatici.
    La mia storia dimostra che ci sono circostanze in cui è assolutamente necessario somministrare al paziente delle massicce dosi di anti-depressivo. Di fronte al dato empirico, di fronte all’esperienza concreta di una completa guarigione, non ci sono più preconcetti che tengano. Adesso vi racconto la mia storia in modo più dettagliato.
    Dopo il mio primo tentativo di suicidio, io mi trovavo in bilico far la vita e la morte e la mia sofferenza aveva raggiunto livelli assolutamente intollerabili. La psichiatra che mi aveva in cura nutriva un’indicibile avversione nei confronti degli psicofarmaci, e una smisurata fiducia nei riguardi della psico-analisi. Mi prescrisse una terapia combinata, in cui una piccola dose di antidepressivo (assolutamente ridicola e assolutamente insufficiente) era associata a lunghe e frequenti sedute di psicoterapia. Il risultato fu che dopo un anno ritentai il suicidio (SEGUE)

  • 9863
    Marquito -

    Fu a questo punto che mi vidi costretto a cambiare medico ed a tentare un approccio di tipo farmacologico. Il mio nuovo psichiatra si rese conto che mi trovavo in una situazione di assoluta emergenza e che finché non si fosse riportata la serotonina su dei livelli accettabili, qualsiasi tentativo di psicoterapia sarebbe stato destinato a fallire. Per tre lunghi mesi dovetti recarmi presso un istituto privato, dove gli antidepressivi mi venivano somministrati anche per endovena. In quel periodo fui letteralmente bombardato di psicofarmaci, per il semplice motivo che non esisteva più nessun’ altra alternativa. Stavo letteralmente impazzendo per il dolore e trascorrevo le mie giornate meditando il suicidio; come se non bastasse ero afflitto da un disturbo ossessivo-compulsivo estremamente invasivo e terribilmente invalidante. Dopo sei mesi di trattamento i disturbi dell’umore erano completamente scomparsi e anche le compulsioni si erano rarefatte in modo impressionante.
    Qualcuno gridò al miracolo; ma l’aspetto più interessante della vicenda fu quello che accadde nei due anni successivi. Le dosi di antidepressivo furono gradualmente ridotte senza che il mio equilibrio psichico ne risentisse in alcun modo. Da 500 mg (+ le flebo) scesi fino a 100 mg e nonostante tutto questo continuai a stare bene … ormai si era innescato un circolo virtuoso che mi permise di riacquistare fiducia nella vita e di affrontare tutti i miei problemi con uno spirito diverso.
    Ovviamente sarei un pazzo se consigliassi a tutti i depressi di seguire il mio stesso percorso terapeutico. Ognuno di noi rappresenta un caso a sé ; ognuno deve adottare il metodo che è più appropriato alle sue caratteristiche. Quello che mi premeva sottolineare è proprio il fatto che non esistono regole assolute valide per tutti. Ci sono delle situazioni-limite in cui soltanto un’ingente dose di psicofarmaci può mutare il corso del destino e salvare in modo definitivo la vita del paziente.

  • 9864
    Eme -

    C’è chi non ha bisogno di psicofarmaci perchè ha un disagio risolvibile diversamente.
    C’è chi ne ha bisogno in modiche quantità.
    C’è chi ne ha bisogno in dosi da cavallo ma solo per un periodo di tempo perché, dopo, viene modificata la terapia.
    E c’è chi non ne ha bisogno perché la sua mente è “altrove” e altrove resterà anche se gli venisse iniettata un’ autocisterna di psicofarmaci. Ossia quelli che nella terminologia dei non addetti ai lavoro sono “i matti”, quelli che dovrebbero essere assistiti, protetti, assecondati nella loro intelligenza non inferiore ma diversa da quella comune e non rinchiusi, legati, sedati e ridotti a carcasse umane che non vivono e non riescono a morire.
    Nei casi in cui un disagio sia affrontabile e, quantomeno potenzialmente, risolvibile l’assunzione di un qualsiasi farmaco dovrebbe scatenare una sorta di effetto domino: addormento il sintomo-affronto la causa-la curo-sparisce il sintomo-cesso l’assunzione dei farmaci.
    Su consiglio e con l’aiuto di un terapeuta con la speranza di non finire nelle grinfie di chi si fa la villa al mare con le nostre paturnie o con le cragnotte delle multinazionali.
    Sulla dipendenza non mi pronuncio. Il rischio che l’assunzione di psicofarmaci diventi quasi un gesto scaramantico o di cautela, in effetti, è alto.
    Ma, anche in questo caso dovrebbe subentrare l’intelligenza umana, la stessa che dovrebbe sconsigliare a chi è stato sottopeso di ipernutrirsi nel momento in cui diventa obeso e con il colesterolo alle stelle.

  • 9865
    alessandro -

    Potrei parlare all’infinito di ‘plasticità encefalica’ per far capire, tentare di far capire, a qualcuno come questa caratteristica del cervello risenta dei condizionamenti ambientali, che alterano la produzione in eccesso o in difetto di serotonina.
    Schematicamente, la serotonina è il mediatore per l’affettività, e quando è poca c’è depressione, su questo non c’è dubbio.
    Il problema dov’è? Il problema, tornando al concetto di cervello plastico, che rispondendo in un dato modo a certi condizionamenti ne modifica, quindi, la sua normale fisiologia, è capire le ragioni vere di questi condizionamenti. Tutto quello che si vuole: conflitti, mutui da pagare, disoccupazione, miseria, incomprensioni, lutti, separazioni, insomma tutto. Se non si interviene su questo, ahi voglia a prendere psicofarmaci, i quali, lo ripeto, non intervengono in alcun modo sulla causa ma solo sul sintomo, e questa è farmacologia non opinione di un Alessandro qualsiasi.
    Allora, detto questo, è chiaro che il cervello c’entra no? Ci mancherebbe altro, il punto incontestabile è che la depressione nulla ha a che vedere con squilibri endogeni, cioè interni al cervello, ma la fisiologia di questi viene condizionata da fattori esogeni, cioè esterni.
    Poi possiamo parlare quanto volgiamo di neurotrasmettitori e di sinapsi, ma il concetto non cambia, il concetto base è sempre questo: un encefalo, un cervello, un organo in grado di esprimersi e definirsi in funzione del suo rapporto con il mondo esterno. Il cervello è in relazione con il mondo e si modifica in base ai suoi condizionamenti e stimoli e in base all’esperienza.
    Attraverso gli psicofarmaci, invece, si è, purtroppo, imposta la visione ‘molecolare’ del cervello: tutto è biochimica e null’altro.
    A livello neurologico la caratteristica principale del cervello è il collegamento di cellule tra loro e quindi il passaggio dall’attività di un neurone a un altro a esso contiguo, che avviene attraverso la formazione e liberazione di una sostanza endogena che interagisce con un recettore specifico, formato da una o più molecole che si dispone con gruppi polari speculari a quelli del neurotrasmettitore.
    La sinapsi è questa: incontro tra una molecola endogena e un recettore: la prima è prodotta dal neurone da cui inizia la trasmissione, il secondo si trova localizzato sulla membrana del neurone collegato che riceve il messaggio. E fin qui ci siamo. Benissimo! Ma tutto ciò si modifica e altera per effetto di stimoli esterni, ed è questo che certa psichiatria, intrallazzata a doppio legame con le farmaceutiche, si ostina a non voler riconoscere. Ed è fin troppo facile andare da una persona, da una persona che soffre atrocemente, e proporgli un molecola sintomatologica sintetizzata in laboratorio come la soluzione di tutti i suoi mali.

  • 9866
    alessandro -

    Faccio un esempio per cercare di farmi capire: se sei paralizzata da un lutto e dall’assenza di una persona che ritenevi necessaria al tuo vivere, è su quello che devi intervenire, per superare quella paralisi, se sopprimi solo quel dolore, se neutralizzi quella sofferenza e non cerchi in alcun modo di capire che tu puoi e devi continuare la tua vita con la possibilità di avere altri legami altrettanto necessari e significativi per la tua vita, con gli psicofarmaci che ti tolgono quel sintomo da cui devi partire per comprendere questo che ci fai?
    Una sola cosa: ti de – emozianalizzi e vivi come un automa. Stai ‘bene’ perché non pensi più al suicidio, non sei più triste ecc, ma non vivi perché non provi più nessuna emozione, anche emozioni malinconiche. E ovviamente, mai prenderai consapevolezza del tuo vero male! E quindi, alla fine: uno psicofarmaco come destino!
    Detto questo, io non sto demonizzando proprio nulla, sto solo facendo un ragionamento obiettivo e basta. Anzi ho detto che chi ritiene di assumerli che li assuma perché a volte, certi sintomi, sono davvero atroci ed intollerabili e ci vuole un po’ di tregua, ma il discorso non cambia. E non lo dico solo a livello di teoria, ma perché ho persone depresse in casa, mia madre, depressa davvero. Non la seguo io, mai mi permetterei di fare il ‘professionista’ con lei e su di lei, ma per ora farmaci non ne assume più. Sta ferma, stesa su un divano, tace e piange. E’ da quando mia sorella è andata via di casa che è così, ed è peggiorata da quando ho avuto la diagnosi io di cancro. Ha preso il cipralex ed è stata peggio, e se dovessi morire io, si ammazzerebbe lei, e già lo dice: un salto nel vuoto. Io (che ho una progosi infausta: la mia patologia tumorale non lascia molte speranze oltre un’aspettativa di vita non superiore ai 5 anni dalla diagnosi…tra poco sarà un anno…), la mia sola presenza è il suo motivo per essere ancora al mondo e la sua terapia, altro che psicofarmaci.
    Certo, questa mia personalissima esperienza non è un assoluto, non è una verità, però è significativa se riferita al discorso che ho fatto.
    Quanto alle dosi da cavallo o eccessive ecc…beh che dire…lo si vada a dire a chi ha sviluppato diabete indotta da antipsicotici, alterazioni renali ed epatiche da antidepressivi e litio, infarti, scompensi cardiaci, discinesia tardiva ecc…si vada a parlare così a loro, si vada a dire a loro di accettare tranquillamente qualche ‘effetto collaterale’, tanto, che vuoi che sia…di certo avrebbero risposte molto più valide che non le mie! E quelle risposte, pur con i miei trent’anni e i miei insignificanti dieci mesi di servizio in un Spdc (in realtà però, è dal terzo anno di medicina che frequento questi reparti e gli Opg, e in questi ultimi credo davvero che nessuno di voi, per vostra fortuna, ci abbia mai messo piede) le ho sentite dare, a tanti medici ed infermieri, a tanti professionisti del ‘che vuoi che sia’…

  • 9867
    buck -

    Ogni tanto , qualcuno , mascherato magari da Nessuno , scrive ( senza pensare) delle stupidaggini cattive ( cattive per chi riceve , il messaggio , stupido per chi lo lancia). Fatevi sotto , avanti: andate a lavorare la terra , pensate ai malati gravi ( perchè òa depressione ancora per qualcuno , non è una malattia) , andate in Africa , andate a convertirvi.. E lo stupidario si allunga. Credo che effettivamente siate in tanti ( gli stupidi supereranno sempre i suicidi od aspiranti tali , ma dalle scatole non si toglieranno mai).

  • 9868
    Marquito -

    Al di là della divergenza di opinioni, mi fa piacere che finalmente si riesca confrontarsi in modo civile, senza ricorrere a insulti e ad anatemi.
    Ho letto con grande interesse l’ultimo intervento di alessandro , di cui nessuno mette in dubbio la preparazione teorica; sono consapevole del fatto che la sua impostazione è condivisa da diversi psichiatri; ma al stesso tempo sono costretto a ribadire che non è la sola. Come ho spiegato in precedenza le scuole di pensiero sono veramente moltissime, anche se in modo un po’ schematico si potrebbero ricondurre a due grandi filoni: quello più materialistico (che ne fa soprattutto una questione di chimica e che sempre più spesso tira in ballo la genetica) e quello a cui si richiama alessandro, che si concentra sulle problematiche esistenziali, sulle carenze affettive e sui traumi psicologici, e che ravvisa in queste problematiche l’origine degli squilibri chimici e della carenza di serotonina all’interno del liquido cerebro-spinale.
    La questione è estremamente complessa; nessuno ha la verità in tasca ed è per questo che secondo me sarebbe bene sperimentare diverse soluzioni, adattando la terapia alle caratteristiche del singolo paziente e rimanendo sempre disponibili a rivedere l’impostazione iniziale.
    Comunque la si voglia pensare, resta pur sempre vero che senza il ricorso agli psicofarmaci io non mi troverei qui a scrivere e a discutere piacevolmente con voi (qualcuno dirà: che fortuna …) e che un discorso analogo si potrebbe fare per moltissime migliaia di persone. Ho l’impressione che lo psichiatra e il malato osservino la situazione da due prospettive differenti, e che sia proprio questo fatto a determinare fra di loro una parziale incomprensione. Lo psichiatra si pone il problema di rimuovere le cause del disagio e non si può assolutamente accontentare di rimuovere “soltanto” i sintomi. Per lo psichiatra rimuovere “soltanto” i sintomi è un risultato del tutto insoddisfacente. Il malato sarebbe ben felice di risalire alle cause, ma se se si trova a un passo dal suicidio, e la sua sofferenza è divenuta intollerabile, ritiene che l’eliminazione dei sintomi rappresenti comunque una meravigliosa conquista. Per il paziente la cessazione del dolore è la priorità assoluta, per il semplice motivo che non riesce più a tirare avanti e la sua esistenza è divenuta un inferno. In quel momento soffre troppo intensamente per occuparsi di dispute teoriche… Avete presente la parabola di Budda sulla casa in fiamme ? Un cadavere non avrà mai la possibilità di investigare le cause profonde del suo malessere.

  • 9869
    Marquito -

    @ Buck:
    Buck; non prendertela; qui ci sono dei disperati che ogni tanto entrano nel forum per aggredire ed insultare gli altri utenti. Sono talmente vigliacchi che non hanno nemmeno il coraggio di firmarsi … La loro stupidità è pari soltanto alla loro codardia. Non vale neppure la pena di rispondergli.

  • 9870
    DAGO44 -

    Ci sono momenti in cui il mondo..sembra provarci gusto nel farti soffrire e sembra non esserci via di uscita..Ma non perderti d’animo : ricorda che c’e’ sempre qualcuno che ti aiuta a reagire e ti asciuga le lacrime.Qualcuno che anche con una semplice carezza o con uno sguardo profondo,ti accompagnera’via da questa sofferenza.Quella persona si chiama Amico… Buona Domenica Ragazzi,un abbraccio a tutti.DAGO44

  • 9871
    gio -

    il problema del suicidio fa parte della società moderna. ed è sempre piu’ in crescita, da cosa è portato dai canoni che ci impongono quei quattro pagliacci che stanno tutto il giorno ha inventare cose,mode e modi di essere per distruggerci ed isolarci nell’essere. Noi nn dobbiamo cadere in questo tranello siamo unici e meravigliosi per questo e c’è qualcuno ke ci ama per la nostra diversità..nn dobbiamo pensare ke se abbiamo solo poke amicizie su fb siamo nessuno e ki invece è gettonato vale piu’ di noi.Perdere la maskera è un gran privileggio anke se ti ritrovi solo in questo mondo cieco ke non ti vede e ti skiaccia.Io ho rispetto di ki vuole suicidarsi e anke di chi prende psicofarmaci per sottrarsi al male di vivere. Ma proviamo a spogliarci davanti a dio delle nostre debolezze forse qualcosa cambierà dentro di noi.

  • 9872
    alessandro -

    Quale Dio? Il Dio del Vaticano e della sua Chiesa? Il Dio dei fanatici di Medjugorje? Il Dio dei Chiara Amirante e dei Davide Banzato e dei ‘cavalieri della luce’? Il Dio dell’8 per mille? Il Dio dell’esenzione Ici ai beni ecclesiastici? Il Dio degli stupri e degli abusi? Il Dio dello Ior e dei preti manager e bancarottieri? Il Dio delle cliniche private gestite coi quattrini pubblici e col paravento delle Ave Maria e dei Padre nostro? Il Dio di Giovanni Paolo II, di questo ‘santo subito’ che ha insabbiato stupri e stupratori, che ha sostenuto massacri e massacratori (contro la Teologia della Liberazione in America Latina, contro uomini che davvero cercavano di essere partecipi delle sofferenze estreme di un popolo e di una terra disertati dal Dio e del Vaticano!), che ha ricevuto in udienza privata lo stupratore seriale Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, insieme ai suoi sette figli avuti da quattro donne diverse da lui ripetutamente abusate? E’ davanti a questo Dio Onnipotente che ha permesso tutto questo e permette altro ora e permetterà ogni nefandezza futura oltre ogni sopportazione che ci si dovrebbe spogliare delle proprie debolezze e genuflettersi?
    Per favore va, per favore davvero…non bestemmiamo veramente!
    Io rispetto la tua fede di singolo credente, e ti auguro di viverla con coerenza, ma se il tuo Dio è quello di questa Chiesa…

    @ Marquito
    Concordo su ciò che dici: nessuno ha la verità in tasca, certamente.
    Ci sono impostazioni diverse ed è un bene che sia così, ma una cosa è certa: come ho detto, il cervello è plastico, cioè modifica la sua risposta alla realtà in base ai condizionamenti che da questa gliene vengono. Questo può comportare produzione in eccesso o in difetto di serotonina (per limitarci a questa ovviamente), e va benissimo, per quanto mi riguarda, che una persona che possa ricorrere all’aiuto farmacologico per lenire le sue sofferenza. Il mio ‘puntiglio’ è su altro: cioè che si riconosca che nulla avviene spontaneamente a livello endogeno, così, di colpo, senza una ragione precisa, senza una causa certa. E’ su questa mancata ammissione di un dato scientifico (il che è assurdo) che le case farmaceutiche proliferano speculando sulla sofferenza di milioni di esseri umani. Vanno benissimo i farmaci (col consenso del paziente, sempre!) per lenire le sofferenze di chi soffre, per carità, ma bisogna evitare, necessariamente, di ridurre questa sofferenza a null’altro che a disfunzioni del sistema neuroendocrino, questo è inaccettabile.
    Ben vengano (più o meno) i farmaci, ma non come sostitutivi del riconoscimento del proprio sé, ma come rafforzativi di questo riconoscimento che non passa attraverso la chimica, ma, anche se la parola può sembrare abusata, passa attraverso l’amore. E questo finché l’uomo avrà ancora fattezze umane e non sarà ridotto, dalla fredda qualità dello sguardo scientifico e tecnico che impera in medicina ed anche nella clinica psichiatrica, a semplice laboratorio chimico.

  • 9873
    Eme -

    “Ma proviamo a spogliarci davanti a dio delle nostre debolezze forse qualcosa cambierà dentro di noi.” 1) Cosa significa “spogliarsi delle proprie debolezze”? In cosa consiste? Cosa vuol dire? 2) A cosa porterebbe questa “spoliazione davanti a Dio? Cosa cambierebbe? Cosa? …….Se una persona riesce a spogliarsi delle proprie debolezze risolve il 50% dei propri problemi. Stop! Con o senza Dio presente. Se lo fa davanti a Dio in privato (come dovrebbe essere) buon per lei. Se lo fa facendosi fagocitare da qualche gruppo di preghiera rischia grosso. Rischia di incrementare una strabiliante macchina infernale di soldi, businnes, abusi, estorsioni, riciclaggio, manipolazioni mentali, violenza. I credenti innocui e convinti sono pochi. E il più delle volte non sembrano neppure né preti né predicatori di altre religioni.

  • 9874
    Marquito -

    @ gio:
    Ormai questi riferimenti a Dio sono diventati un vero e proprio tormentone. Vi prego di considerare che molti di noi sono atei, agnostici o seguaci di altre religioni … Massimo rispetto per la vostra fede ma secondo me, considerando la delicatezza del tema affrontato, sarebbe meglio lasciare la religione fuori dalla porta. Lo dico anche nel vostro interesse, perché ogni volta che venite qui a farci la predica suscitate puntualmente delle reazioni infastidite.

    @ alessandro:
    In effetti l’approccio materialistico può essere molto de-responsabilizzante, perché se si riduce tutto a una questione di chimica non vale più la pena di mettersi a indagare sui fattori ambientali. I progressi delle neuroscienze sono impressionanti, e non possono in alcun modo venire trascurati, ma comportano anche questo rischio terribile. Per una madre che ha traumatizzato il proprio figlio è estremamente consolante sentirsi dire che la causa del disastro sono soltanto delle disfunzioni organiche…
    A me comunque premeva sottolineare il fatto che in alcune circostanze gli psicofarmaci sono assolutamente indispensabili. Io avrei fatto volentieri a meno di assumere tutte quelle sostanze, ma purtroppo, in quel particolare frangente, non esisteva più nessun’altra alternativa.

  • 9875
    Piergiorgio -

    Io credo molto in Dio e poco negli uomini. Nessuno mi toglierà mai dalla testa che Dio è Santo, gli uomini clero compreso sbagliano e peccano. Speriamo che Dio non si stanchi di noi, sarebbe la nostra rovina.

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