Il peggio della televisione italiana non è mai morto
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C’è una televisione che non informa, non approfondisce e non aiuta a comprendere. Una televisione che vive di imboscate emotive, di domande reiterate fino allo sfinimento, di quel compiacimento malsano che scambia l’insistenza per giornalismo e l’aggressività per profondità. L’intervista di Pierluigi Diaco ad Alberto Ravagnani rappresenta uno di quei momenti in cui il mezzo televisivo mostra il proprio lato peggiore: non quello che cerca risposte, ma quello che pretende confessioni.
A lasciare perplessi non è stata la legittimità delle domande. Un giornalista o un conduttore ha tutto il diritto di porre questioni scomode. Ciò che suscita disagio è il modo. Perché esiste una linea sottile ma fondamentale tra intervistare qualcuno e metterlo sotto pressione; tra cercare di capire e voler dimostrare qualcosa a tutti i costi; tra il confronto e l’accanimento.
Osservando quella conversazione si aveva spesso la sensazione che il contenuto passasse in secondo piano rispetto alla necessità di costruire un momento televisivo. Come se l’obiettivo non fosse ottenere chiarimenti, ma ottenere un’esitazione, una crepa, un cedimento emotivo da consegnare ai social e ai titoli del giorno dopo. È il trionfo della televisione algoritmica: non conta ciò che viene detto, conta ciò che può essere ritagliato, rilanciato, polemizzato e monetizzato.
Ed è qui che emerge il problema culturale più profondo. Una parte della televisione italiana sembra incapace di immaginare il rispetto come valore comunicativo. La gentilezza viene considerata debolezza. L’equilibrio viene confuso con la noia. La misura viene sacrificata sull’altare dell’audience. Così ogni ospite diventa materiale da spremere e ogni vicenda umana diventa carburante per il prossimo segmento televisivo.
Si parla continuamente di inclusività, sensibilità, rispetto delle fragilità e tutela della persona. Parole nobili che però troppo spesso evaporano nel momento in cui si accende una telecamera. Perché quando la ricerca dello share prende il comando, i principi diventano accessori scenografici. Restano i proclami, scompare la coerenza.
Il punto non è difendere Alberto Ravagnani. Il punto è difendere un’idea di televisione che sembra scomparsa: quella nella quale il conduttore non è il protagonista assoluto della scena. Oggi, invece, troppo spesso l’ospite viene utilizzato come semplice comparsa nel teatro dell’ego televisivo. Tutto ruota attorno al conduttore, alle sue reazioni, alle sue insistenze, alle sue pause teatrali, al suo bisogno di occupare il centro del palcoscenico.
La televisione italiana ha prodotto figure capaci di entrare nelle case degli italiani perché mettevano a proprio agio le persone, non perché le mettevano all’angolo. Intervistare non significa vincere una battaglia. Non significa dimostrare superiorità morale o intellettuale. Non significa trasformare un dialogo in un interrogatorio. Significa creare le condizioni affinché emerga qualcosa di autentico.
Nel momento in cui questo principio viene dimenticato, resta soltanto una caricatura del giornalismo. Una sorta di tribunale mediatico senza toga, senza sentenze e senza contraddittorio, ma con una dose abbondante di presunzione e spettacolarizzazione.
Se l’obiettivo era offrire ai telespettatori un esempio di televisione matura, il risultato è stato opposto. Se invece l’obiettivo era ricordare quanto certi vecchi vizi del piccolo schermo siano ancora vivi e vegeti, allora l’esperimento è riuscito perfettamente. Perché il peggio della televisione italiana non è mai morto. Ha semplicemente imparato a travestirsi da sensibilità, da approfondimento e da servizio pubblico, continuando però a nutrirsi della stessa materia di sempre: protagonismo, invadenza e assenza di buon gusto.
Data di pubblicazione: 5 Novembre 2026
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