Il loop comunicativo nelle relazioni amorose
di
Suzanne
Riferimento alla lettera:
Osservando dall'esterno le dinamiche relazionali ho potuto constatare come in svariate occasioni si verifichi quello che definirei un "loop comunicativo", ossia un processo circolare che tende a perpetuare meccanismi distruttivi del rapporto stesso. Credo che questo sia la causa principale del fallimento di molti legami amorosi o il loro trasformarsi...
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Categorie: - Amore - Riflessioni
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Maria Grazia hai detto delle cose giuste, ma il meccanismo di delega funziona solo se il delegato accetta di buon grado i compiti affidatigli dalla delegante che spesso comportano fatica, sacrificio, impiego di energie. Pensi che io non abbia mai chiesto ripetutamente o cercato di delegare a mio marito alcuni compiti? È una richiesta continua che viene però interpretata come ” lamentela”.
Io credo che la prova da te citata, a cui sono chiamati oggi gli uomini, purtroppo ben pochi la vogliano affrontare. La verità è che molti uomini non supportano adeguatamente le loro compagne in questo percorso di “emancipazione” per una questione principalmente di egoismo. Preferiscono continuare a correre con i paraocchi verso i propri obbiettivi (carriera, affermazione sociale , guadagno,…) , evitando accuratamente di accollarsi compiti “extra” scomodi e faticosi, spesso infastidendosi se viene richiesto loro un supporto che dovrebbero offrire spontaneamente. Le donne d’altro canto si arrabattano in mille faccende , vantandosi della loro capacità di svolgere contemporaneamente compiti e ruoli diversi e così facendo consumano lentamente tutta l’energia che dovrebbe essere impiegata per tenere viva la relazione. Le donne di una volta probabilmente rinunciavano in parte alla loro realizzazione, ma anche per scelta e per necessità’ di mantenere un giusto equilibrio tra le proprie ambizioni e le condizioni esterne. Non sempre l’autorealizzazione intesa come pieno raggiungimento delle proprie ambizioni porta alla felicità, anche perché molti non hanno ben chiaro cosa stiano cercando. Come mai, ad esempio, succede spesso che cantanti ed attori di successo vengano ricoverati in cliniche psichiatriche o si tolgano la vita? Persone che hanno saputo far fruttare i loro talenti e che per molti rappresentano un mito, ma che alla fine si ritrovano spesso soli, depressi e disorientati tra le loro montagnette dorate…
Beh, sul lettino dello psicologo ci stanno pure. E mica solo su quello, per fortuna.
Maria Grazia
“…markus, le donne che si ritrovano sul lettino dello psicologo non sono poi tanto diverse da quegli uomini che si rivolgono al barista per dimenticare i brutti pensieri…”
Verissimo ! Ma infatti non mi sogno di dire che, in genere, gli uomini di oggi sono realizzati.
“…Quello che viviamo è un periodo di transizione tra la vecchia società patriarcale che conoscevamo e il mondo futurista che ci attende, nel quale le donne avranno lo stesso spazio e le stesse opportunità degli uomini. E come tutti i periodi di transizione, anche questo comporta qua e là qualche smarrimento e qualche “disagio”…”
Transizione parecchio lunga direi. E altro che “qualche” smarrimento e disagio !
“…Nemmeno la più avanzata delle tecnologie potrà mai sostituire l’ UMANO senso della bellezza e la comprensione dell’ essenza delle cose, se questi mancano…”
Questo dimostra che “l’umano”, in questa epoca, ha perso praticamente tutto ciò di cui era capace
“..Sono d’ accordo con Golem: la vita VA VISSUTA, NON POSTATA SU FACEBOOK…”
Anche io sono d’accordo. Non ho neanche facebook !
H2O, l’Occidente é spaesato, pieno di una moltitudine di solitudini che cercano “rifugio” sul lettino dello psicanalista o con altri mezzi di fuga come le droghe, di qualunque natura, non necessariamente tossica.
Leggevo tempo fa che il mondo mussulmano non conosce la depressione come la intendiamo noi; non so se dipenda principalmente dalla forte dipendenza dalla loro religione, grazie alla quale confidano in un futuro dopo la morte che compensi i disagi della vita, ma credo che sia possibile, tanto quanto lo é stato per noi fino ad un certo punto. Quando penso ai miei nonni, contadini, ci trovo molto di questa fiducia, che gli faceva accettare la vita e i dolori ad essa annessi con una serenità che non poteva essere semplicemente un dato caratteriale. C’era una consapevolezza diversa riguardo al nostro passaggio terreno. Non dimenticherò mai la frase di mio nonno materno poco prima di morire per un enfisema polmonare, quando, rimproverato amorevolmente dal figlio più simile a lui per non essersi riguardato come avrebbe dovuto gli rispose: “Ho vissuto la mia vita, ho fatto una guerra e me la sono cavata dopo aver visto morire centinaia di commilitoni, ho avuto una bella famiglia e sei figli che abbiamo tirato su bene su con tua madre, che amo come il primo giorno che l’ho incontrata, cosa devo aspettarmi ancora? Sono sazio della vita Mimì”.
“Sono sazio della vita”. Io l’ho trovata una frase straordinaria, nella quale si intravede tutta la capacitá di capire cosa conti REALMENTE in realtà per sentirsi “sazi” della vita: un lavoro, degli affetti, una tetto sulla testa, una po’ di salute al momento giusto e quel tanto di soldi per vivere con dignitá, il resto è tutto superfluo. Lasciò 300 mila lire del ’72 per il funerale e tutti i suoi esempi di amore e allegra dedizione alle persone cui voleva bene. Ne ho un ricordo straordinario perchè era una persona di un’intelligenza fuori dal comune che sapeva dare tanto con niente.
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Noi oggi non siamo MAI sazi di niente, e non “dobbiamo” esserlo, in ragione di quella necessitá di sentire bisogni che non abbiamo ma che ci vengono imposti con quei metodi subliminali di cui parlavo qualche giorno fa.
Il problema di H2O é quello di altre migliaia di coppie che stanno vivendo due fenomeni: quello della trasformazione dei rapporti famigliari, con la perdita del tradizionale ruolo maschile in ambito “latino”, e gli effetti di una crisi economica globale che sta togliendo le vacue certezze legate al “denaro” come soluzione a tutti i guai.
In definitiva, la mancanza di VERA comunicazione, che prima era coperta nelle coppie tradizionali dai ruoli predefiniti in centinaia di anni di famiglia patriarcale, e in quelle nuove da una maggiore disponibilitá economica durata sino a una decina di anni fa, con la quale si “copriva” apparentemente quella mancanza anche involontaria di “conoscenza” dell’altro, oggi mostrano i loro effetti, anche su queste pagine.
Ci si trova spiazzati di fronte a delle condizioni cui non si era abituati, mostrando di colpo la fragilitá delle relazioni interpersonali che non hanno avuto modo di crescere all’interno dei valori fondamentali della vita, che ritengo essere quelli che ho citato in precedenza.
È un ritorno obbligato ad una sobrietá che non abbiamo più da almeno settant’anni che richiederà tempo e sforzi perché venga accettata.
Sono riflessioni che ho fatto, anzi, abbiamo fatto, con mia moglie durante la nota revisione, che ha richiesto tutto quel tempo proprio perchè non si può discutere solo della punta “dell’iceberg” se non ci si immerge per vedere cosa si cela sotto la superficie di quel mare che è il nostro modo di vivere quello che ci capita.
Se non si comprende a fondo che il nostro modo di essere dipende da quello che è successo anche prima che nascessimo, i lettini degli psicanalisti saranno sempre più affollati, ma serviranno solo per parlare con qualcuno. A pagamento.
Ciao Suzanne, certo che si puo’, anzi per molti aspetti sono un nostalgico anch’io 🙂
Pero’ come sono certo che ho perso degli aspetti positivi del passato che si sono oggigiorno smarriti, allo stesso tempo sono cosciente sia vero anche il contrario.
E del passato, essendo lontano, si vedono le luci, le ombre le ingoia l’oblio
Il punto non è il riconoscere la bravura di tante donne nell’ “arrabattarsi” in mille faccende e nel “gestire” la situazione. Il punto è che questo NON E’ GIUSTO, sopratutto se una donna ha un uomo accanto il quale, potenzialmente, potrebbe aiutarla. Poi è ovvio che il “segreto della felicità” non è racchiuso semplicemente nella realizzazione materiale di certi traguardi. Se così fosse sarebbe tutto molto semplice e riduttivo. In realtà il raggiungimento dell’ equilibrio e della pace interiore comporta passaggi e meccanismi enormemente più complessi. E’ un qualcosa dal senso e dal significato molto più vasto e più “profondo”. è giusto e normale che sia così. Ma intanto mettere certe cose in chiaro con l’ altro e partire da una base di “equità”, sarebbe un primo passo per avere vite e relazioni più sane, e quindi più riuscite. Un’ importante tassello, questo, per il raggiungimento della propria pace interiore. Ti sembra giusto e corretto che debbano essere sempre e solo le donne a rinunciare ai propri progetti e alle proprie ambizioni pur di cercare di tenere in piedi la struttura familiare ? Per me non è giusto che tantissime donne siano ancora costrette a fare una scelta tra la vita coniugale e la carriera, come se le due cose non potessero essere in nessun modo conciliabili.
Le donne devono conservare le loro energie per le relazioni con gli uomini ? Secondo me è più giusto dire che devono conservare le loro energie PER VIVERE LA VITA, indipendentemente dalla loro situazione sentimentale. Una vita totalmente assorbita nel dovere, converrai con me che è una “vita a metà”.
Un uomo che afferma che le faccende domestiche sono esclusivamente prerogativa delle donne è semplicemente uno stronzo, e non merita i vostri sacrifici e la vostra dedizione. Questa è la pura realtà. Tutto il resto sono pippe per autoconvincersi.
Poi non c’è da stupirsi se tante donne coniugate sono preda di “dolci evasioni”, anche solo mentali.
Golem, in relazione ai tuoi post n. 54 e 55, mi trovo, forse per la prima volta, in totale sintonia con te.
Le ombre le ingoia l’oblio.
Ahò, sto Adam è pure poeta! Aggiungo qualche verso tanto per completare.
Le ombre le ingoia l’oblio.
Alla narda, ci penso io.
Se la donna non pulisce,
il bilocale ne patisce,
lustra meglio una vecchia
piegata sulla secchia
che una giovine pigrona
amante della poltrona.
Markus, lo siamo stati diverse volte anche nell’altro thread solo che non te ne accorgevi. Ti ricordi che ti ho scritto più volte che dicevamo le stesse cose ma in maniera diversa?
Vabbé, meglio così no?
Yog
Oh Guardiano della Soglia
la tua rimica germoglia
io Adoro l’ironia
se non sfocia in fellonia
Nessun dubbio su di te, oh lettore
di HP Lovecraft, gran autore!
Dubbi ne avrei se ora qualcuno
si aggregasse, che inopportuno!
Caro Yog la sai una cosa?
Te la posso dire in prosa
ma se tu preferisci la rima
ti accontento con gran stima
Per poter in alto volare
bisogna saper dimostrare
di avere indubbie qualità
e non la sola unica attività
di criticare tutti quanti
senza poi dire un accidenti
perché questo è assai banale
lo sa fare pure un cinghiale.
Invece di un’aquila indifferente
rischi di trasformarti velocemente
in una mosca assai fastidiosa
che su fiori o m…. sempre si posa!
Adam, sono assolutamente d’accordo, anche perché questo passato rimane sempre un po’ indefinito; in realtà forse stiamo parlando di certi valori e modi di vivere che vorremmo trasportare nel presente. Non rinuncerei mai alla libertà che ho avuto di seguire la mia strada, a partire dal percorso di studi, intrapreso solo per piacere personale, per passare alla possibilità di scegliere ciò che si vuole essere. Tutte queste occasioni mia nonna non le ha avute; forse, come suggerito da Golem,anche lei ha potuto trovare rifugio nella fede, ma non credo sia solo questo. E’ un’accettazione della vita ( e della morte ) che io mi sento di non possedere, un saper far fronte a ciò che l’esistenza ci pone davanti sempre con grande dignità e coraggio.
Golem
Sull’altro thread si parlava di sentimenti, della tua situazione con Sally e di come culture e religioni influenzano i sentimenti.
Mai stato d’accordo con te in relazione a ciò.
Ma in questo caso si.
Un dubbio però mi sorge: visto quanto hai scritto nei tuoi ultimi post, come può trovarsi d’accordo con te Maria Grazia?
markus, ci sono due fattori ben precisi che al momento impediscono che quel “mondo futurista” di cui ho parlato si realizzi pienamente:
1. la tendenza maschile a reprimere le donne
2. la tendenza femminile a cercare il consenso maschile
Solo se i due rispettivi generi si divincoleranno da questi meccanismi, avremo quella completa parità tra i sessi ( sul piano sociale ed economico ) di cui tanto si parla sin dagli anni 60 del secolo scorso, ma che di fatto è ancora abbastanza lontana. Non saprei dire nè se nè quando questo grosso cambiamento potrebbe avvenire, perchè ci sono tutta una serie di fattori ( sopratutto religiosi e culturali ) a far sì che uomini e donne rimangano radicalmente legati a certi stereotipi ( la donna che si affida all’ uomo per trovare sostegno e protezione, l’ uomo che pensa di dover essere la stampella della donna in modo da dimostrare alla comunità il suo valore come maschio ).
Maria Grazia
Guarda che il mondo “futurista” non riguarda solo questioni maschio/femmina.
E quindi non è che se si realizza ciò che hai espresso nei punti 1 e 2 si risolvono questioni legate, all’incapacità di medici e ingegneri, al deficit dei sentimenti, ai ritmi frenetici, al culto del superfluo, alla non coltivazione delle amicizie e via di seguito.
Fermo restando che, a mio parere, non credo che gli uomini in genere tendano a reprimere le donne e che, comunque, il consenso si cerchi sempre: sia maschile che femminile.
Suzanne
” in realtà forse stiamo parlando di certi valori e modi di vivere che vorremmo trasportare nel presente.”
In tal caso sono d’accordo, ma su questo si puo’ fare moltissimo a livello individuale, indipendentemente da dove sta andando la società. Anzi paradossalmente visto che la pressione sociale rema verso i consumi e
relativi valori di plastica, diventa piu’ gratificante trovare chi nuota nella stessa direzione: contro corrente.
Buon week end e a lunedi; qui verrano a trovarmi amici da lontano. Fine settimana di camminate in montagna, chiacchiere, risa e degustazione di vino (e’ appena finita la vendemmia) e cosi per due giorni internet ed il telefonino (che hanno aiutato a tenere salda un’amicizia lontana) finiranno nel cassetto. Anzi diveranno “mera ombra e rimembranza” (scusa la retorica ma devo tenere alta l’aspettativa, ora che ho dei lettori)
🙂
Ciao!
Markus, non vedo cosa mi impedisca di essere d’ accordo con Golem relativamente ai post ai quali tu fai riferimento. Tra l’ altro non è detto che io e Golem dobbiamo per forza essere d’ accordo su tutto.. Tornare a vivere con più sobrietà e più semplicità significa necessariamente sacrificare la libertà femminile ? Io non credo proprio. Penso che il percorso di crescita e di ricerca personale di ogni individuo trascenda da quelle che sono dinamiche di puro individualismo e capitalismo becero. Rifiutare i vecchi modelli patriarcali NON SIGNIFICA abbracciare uno stile di vita basato sul consumismo sfrenato e sulla perenne competizione con gli altri. Anzi in genere è proprio vero il contrario. Molte donne oggi scelgono ancora la strada della sudditanza al maschio proprio perchè sono convinte di non poter fare a meno di determinate cose ( i bei vestiti, la macchina di lusso, il cellulare di ultima generazione, le cene al ristorante, il mantenimento garantito ). Tutti “bisogni” superflui e perloppiù indotti dalla “cultura” del consumo. Non che una volta fosse molto diverso, perchè le donne si sposavano sopratutto per avere una “sicurezza”, per “sistemarsi”. Frasi, queste, che i nostri genitori usano ancora oggi per incoraggiarci a trovare un partner fisso. Gli stessi genitori del resto sono spinti a concedere certi regali ai figli perchè questi obbediscano in tutto e per tutto ai dictat dei padri.
I maschi d’ altro canto sono portati a pensare che prima o poi devono farsi una famiglia, trovarsi a tutti i costi una compagna fissa e prendersene cura sostenendola anche finanziariamente, per essere considerati veri uomini. E le loro esigenze sessuali e affettive ( largamente superiori a quelle delle femmine ) fanno il resto. Tutto questo porta spesso a scelte sentimentali che poi si rivelano un fallimento, con le conseguenze disastrose cui assistiamo.
E’ un enorme meccanismo distorto su cui si fonda tutta la società borghese.
Ma quel sistema si è rivelato fragile di fronte ai capovolgimenti epocali del nostro tempo.
Quando Golem parla di essere “sobri e lucidi” nell’ addentrarsi in una qualsiasi relazione, afferma semplicemente un dato di fatto. La mia esperienza personale mi ha portato a realizzare che un rapporto per essere sano deve essere scevro da qualsiasi tipo di suggestione e da qualsiasi condizionamento culturale o ormonale. O meglio, non si deve permettere all’ attrazione ormonale o all’ ambiente sociale circostante di sovrastare la ragione e la razionalità nel valutare l’ altra persona, sia in positivo che in negativo.
Prendere coscienza che dobbiamo liberarci da certe false credenze e da certe dipendenze è il primo passo verso relazioni più sane e più consapevoli. Un rapporto che dovesse basarsi su meccanismi di sudditanza ( sia esso sentimentale o genitoriale ) non è un rapporto riuscito, ma solo un legame “di facciata”.
Secondo me la scelta principale di oggi a cui tutti siamo chiamati, sia tra il farsi comprare o l’ andare avanti a difendere la propria libertà, anche se spesso questo significa affrontare un’ esistenza di difficoltà e di privazioni. Inutile dire che con queste premesse sono in pochi ad avere la tempra per rimanere fedeli a se stessi. E chi ci riesce è bersaglio altrui proprio perchè gli “schiavi” ( che sono in netta maggioranza ) odiano vedere qualcuno che a differenza loro è riuscito a divincolarsi dalle sue catene e ad essere felice pur andando fuori dagli schemi. E’ uno schiaffo morale. A completare il tutto c’è la condanna, da parte del sistema, verso chi è “diverso”, verso chi si separa dal gregge. La società istituzionalizzata non ci vuole liberi e pensanti, non scordiamocelo.
Golem, niente male davvero anche se non ho compreso l’ultima frase. Temo che anche in questo caso, come per Rossella, abbiamo giudizi assai diversi. L’ironia per essere efficace deve venire ben dosata, altrimenti più risultare, a seconda delle occasioni, arroganza o qualunquismo.
Yog, avrei trovato più appropriata la canzone “Il bombarolo” : ti reputi il bombarolo di LaD, ho capito!
Markus, è fin troppo ovvio che i problemi della nostra epoca non sono ricollegabili solo alla guerra tra i sessi. Però forse cominciare ad affrontare razionalmente e con senso pratico tale questione lasciando perdere i fremiti emotivi ed ideologici ( cosa che finora non si è fatta ) è un primo passo verso la risoluzione anche di altri aspetti negativi che affliggono l’ umanità odierna.
Intanto, chissà se tra Yog e Suzanne nascerà del tenero. Le premesse sono ottime 🙂
Suzanne, qui l’ironia elegante non é di facile applicazione. Perché venga degustata in maniera adeguata, sia da chi la produce che da chi la riceve, è necessario avere “appetito “, e non essere “affamati” di conferme.Troverai un esempio di quello che voglio dire in uno degli interventi sul thread delle “Siamo ragazzE…”, dove il bisogno di riconoscimenti sfiora il comico, “ripetutamente” ribadito, se non trasmettesse un filo di tristezza di fondo.
Trovare qui un gruppo in grado di elevarsi oltre le esigenze del proprio ego, oltre che dalle personali dotazioni culturali, per dare corpo ad un dibattito che salisse anche solo di un livello rispetto a quello che spesso osserviamo, attraverso l’uso dell’ironia, e quasi impossibile, ecco perché si arriva al sarcasmo a volte. Perché si è stanchi di leggere cose, magari scritte pure bene se vogliamo, ma che frequentemente non dicono niente oltre gli stereotipi e i luoghi comuni. C’è chi é in grado di portare qualche novità? Pochi, a volte involontariamente, perché come ho detto più volte qui si viene più per avere conferme che risposte. Sono finti dibattiti, quanto piuttosto ricerca di solidarietà tra simili. Pezze calde non soluzioni..
Ecco perché ci spacciamo con ironia per medici cialtroni di una clinica immaginaria. È una ER. Emergency Room. Un Pronto Soccorso più che un forum.
Per questo ho concluso il rimato intervento in dialetto, che è più chiaro quando viene capito rispetto alla lingua ufficiale, molto più adatta a mistificare il valore di quello che si dice.
Suzanne, non si può rispettare sempre chiunque per educazione, sarebbe ipocrisia e non tutti se la sentono, e io appartengo alla categoria. E in questo cado i mezzi espressivi si adeguano alla qualità dell’interlocutore. Tutto qui. Fino alla prossima rima.
Maria Grazia
“…Markus, non vedo cosa mi impedisca di essere d’ accordo con Golem relativamente ai post ai quali tu fai riferimento…”
Mi pare che Golem, citando suo nonno e le sue parole, abbia esaltato la famiglia di quell’epoca e i suoi sentimenti.
Famiglia patriarcale no?
E quasi in ogni tuo post c’e’ un attacco a quel tipo di sistema. O sbaglio?
Markus, scusa se intervengo. Come nell’altro thread tu salti a piè pari dieci evidenze per arrivare alle conclusioni che hai già in mente. Io ho “esaltato” SOLO la capacità di un uomo di capire cosa conta veramente nella vita, e avere avuto la sicurezza prima di morire che aveva visto giusto. E questa non è prerogativa esclusiva del passato, ma di caratteristiche personali. La famiglia “tradizionale” di per sè non significa niente, perchè nell’altra coppia di nonni la famiglia “tradizionale” era un inferno per la povera nonna Rosa, che è stata martirizzata da un marito padrone, violento e…tradizionale.
Markus, la famiglia “tradizionale” la puoi fare quando vuoi, anche oggi, ma devi avere a che fare con persone intelligenti e a posto con la maturità. Magari anche un po’ informate. Non serve altro.
P.S. Non c’entra niente con quanto ho appena detto, ma mi chiedo perché abbiano cassato solo una parte dei componimenti “poetici”. Manco fossero “les nouveaux fleurs du mal” di poetastri… maLaDetti.
Golem, si vede che la mia poesia era più poetica 🙂 🙂
Io adoro l’ironia, ma mi chiedo cosa uno ci stia a fare qui. Come suggerisci tu, o si cercano conferme oppure ci si confronta. Oppure? La terza opzione mi sfugge.
Io credo che nessuno di noi sia libero da condizionamenti sociali, biologici, ambientali e culturali. Anzi, forse essere consapevoli di questa sudditanza ( più o meno accentuata) ci permette di stare in guardia.
No Markus ti sbagli. Io attacco quel “tipo di sistema” che promuove rapporti di facciata privi però di un vero sentimento tra le parti. Non mi sembra fosse il caso dei nonni di Golem.
Scegliendo di non sposarmi con determinati soggetti e di non vincolarmi in storie che sarebbero state un sicuro fallimento, dimostro di avere il massimo rispetto per un’ istituzione importante come il matrimonio e la “famiglia tradizionale”. La quale ovviamente però DA SOLA non può garantire la buona riuscita di un’ unione, se in questa manca la specifica volontà delle parti coinvolte ad andare l’ uno incontro all’ altro. Nel VERO senso della parola.
Quella che riporto qui di seguito non è solo una “poesia”, ma è la descrizione vera e propria di quella che secondo molti uomini, ancora oggi, è la donna ideale!..
Alcesti sul circuito Poesia
(In Memoriam Marina Tsvetayeva, Anna Wickham, Sylvia Plath, Shakespeare¹s sorella, ecc, ecc)
Erica Jong
La schiava migliore
non ha bisogno d’esser picchiata.
Si picchia da sè.
Non con una frusta di cuoio,
o con bastoni e verghe,
non con un randello
o con un manganello,
ma con la frusta fine
della sua stessa lingua
e il battere sottile
della sua mente
contro la sua mente.
Chi può infatti nutrire per lei metà
dell’odio che nutre essa stessa?
e chi può eguagliare la finezza
degli insulti che si rivolge?
Anni di allenamento
occorrono per questo.
Venti anni
di auto-indulgenza
e negazione di sè;
finchè il soggetto si ritiene una regina
e pure una mendicante-
le due cose allo stesso tempo.
Deve dubitare di sè
in tutto fuorchè l’amore.
Deve scegliere appassionatamente
e malamente.
Deve sentirsi perduta come un cane
senza il padrone.
Deve riferire tutte le questioni morali
al proprio specchio.
Deve innamorarsi di un cosacco
o di un poeta.
Non deve mai uscire di casa
se non celata sotto il trucco.
Deve portare scarpe strette
perchè sempre ricordi di essere schiava.
Non deve dimenticare
che è radicata nel terreno.
Benchè sia svelta nell’apprendere
e riconosciuta intelligente
il dubbio che istintivamente ha di sè
la deve rendere così debole
che si applica brillantemente
a mezza dozzina di opere d’ingegno
e così abbellisce
ma non cambia
la nostra vita.
Se è un’artista
e quasi quasi è un genio,
il fatto stesso d’avere questo dono
deve riuscirle così penoso
che si toglie la vita
piuttosto che vincerci.
E dopo la sua morte, piangeremo
e ne faremo una santa.
Alcesti al circuito della poesia, 1973
Suzanne, nel momento in cui si riconosce la presenza di certe dinamiche umane, penso sia quasi istintivo riuscire a non restarne invischiati più di tanto. Credo invece che l’ umanità si divida in due categorie di persone: quelli che sono “sudditi”, e quelli che sono LIBERI. E i primi non sopportano i secondi, per le ragioni che ho spiegato. Vedere nell’ altro il riflesso dei propri bisogni insoddisfatti è quanto di più frustrante possa esserci. Chi è libero ti mette davanti ai tuoi limiti e ai tuoi problemi irrisolti, e questo può risultare devastante per chi ha una personalità debole e condizionabile. La più alta forma di sudditanza è indubbiamente la continua ricerca dell’ approvazione altrui. Questo atteggiamento conduce regolarmente alla sottomissione pressocchè totale verso i dictat delle convenzioni e verso chiunque ci capiti a tiro, anche verso il più limitato e piccolo degli individui.
Tu Suzanne sei “sottomessa” a qualcosa ? e se si, a cosa ? Sempre che ti vada di rispondere, ovviamente..
maria Grazia, domanda difficile. Mi sento sottomessa alla parte di me che non ho scelto di essere. Mi riferisco ai tratti strutturali ( il mio essere malinconica ad esempio), oltre che a tutti quegli aspetti derivanti dalle influenze ambientali: i genitori che si hanno o non hanno avuto, il clima familiare respirato, le varie esperienze che ho dovuto fare mio malgrado. Oggi, purtroppo, non sono il frutto solo di ciò che ho scelto di essere; la mia durezza verso me stessa e gli altri, il mio respingere le persone quando invadono troppo i miei spazi emotivi, le paure nell’affontare nuove situazioni. Essere liberi è un grande obiettivo; molto spesso però la libertà più visibile non corrisponde alla prigione che ci siamo costruiti da soli. C’è una frase di Jim Morrison in cui mi riconosco fin da adolescente:
“Playing solitaire
Playing warden to your soul
You are locked in a prison
Of your own devise”
Suzanne, la mia domanda era difficile, ma la tua risposta ha colto nel segno: riuscire o meno ad emanciparsi da quelle situazioni cui nostro malgrado siamo stati soggetti e che erano indipendenti dalla nostra volontà. Secondo me, il grado di “liberazione” di un individuo si misura proprio da ciò che riesce a concretizzare, tra le cose che desidera, partendo da una situazione sociale, familiare o ambientale relativamente castrante. Gli aspetti interiori che riguardano il nostro essere, e che tu dici difficilmente arginabili e monitorabili, sono invece secondo me anch’ essi in gran parte la risultante di condizionamenti culturali, familiari e ambientali ( almeno nella maggior parte dei casi ). La famiglia in primis, che può trasmetterci ansie e insicurezze, oppure forza e fiducia in noi stessi, a seconda dell’ impostazione cui tende o che ha a sua volta ricevuto. Coloro che riescono davvero a LIBERARSI da questi circuiti invisibili e condizionanti, sono molto meno di quanto generalmente si creda. Del resto l’ attaccamento al cordone familiare ( quand’ anche questo fosse dannoso per la nostra evoluzione personale ) è uno dei pilastri portanti della nostra italica tradizione. Cosa ben diversa è all’ estero, specie nei paesi anglosassoni, dove i giovani ragazzi già a 18/20 anni sono incoraggiati ad abbandonare il nido materno e paterno per trovare da soli la loro strada.
Jim Morrison ? è persino superfluo citarlo con me. E’ il mio maestro ispiratore, a mio avviso un genio senza tempo.
Maria Grazia, una persona può benissimo emanciparsi dalle situazioni che in qualche modo l’hanno condizionata; ciò non significa (nella maggior parte dei casi) essere riusciti a modificare la propria struttura. Molto facile confondere il nostro mondo interno con la realtà che viviamo : a volte le persone che paiono maggiormente “libere” sono invece quelle più soggiogate ai propri meccanismi interni, talvolta del tutto inconsapevoli. E comunque c’è una disposizione del tutto personale e naturale che credo sia immodificabile; una volta scoperta e compresa, possiamo forse cercare di conviverci.
Suzanne, più ti leggo e più ho l’ impressione che tu sia in qualche modo “ingabbiata”, e non sopporti di percepire la libertà di altri. Una persona “libera” la si riconosce facilmente ed è di solito quella incurante delle convenzioni sociali e dei giudizi altrui, non si scampa. Poi ci si può sentire liberi anche dentro una cella, per carità.. tutto dipende da come si vive interiormente una situazione. Non credo però che chi VUOLE essere libero, non desideri esserlo anche “esteriormente”.
Maria Grazia, mi pare di aver specificato io stessa quali sono le mie gabbie, non mi occorre psicoanalisi spicciola.
Invece io ho l’impressione che tu appartenga a quella categoria che definisco “bidimensionale” : un bel quadro, anche d’impatto visivo, ma senza prospettiva ( artisticamente intesa) e ombreggiature.
Insomma, un’immagine piatta.
Solo impressioni, non te la prendere.
“Everyone I come across, in cages they bought
They think of me and my wandering but
I’m never what they thought
I’ve got my indignation, but I’m pure in
all my thoughts
I’m alive…
If ever there was someone to keep me at home
It would be you…
https://youtu.be/ZtZ1TK1Sfpg
Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.
Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura, sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale, incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.
La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.
Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia..
Suzanne, nelle relazioni umane c’è un periodo di latenza più o meno lungo, durante il quale la comunicazione è “automatica”, supportata da luoghi comuni collegati a quel tipo di relazione.
Nello specifico, in quelle sentimentali l’automatismo è spesso legato all’attrazione e all’abitudine che si insinua nella relazione stessa, che quasi sempre sembra no “bastare” a dare senso alla storia. La crisi comincia quando le crescite personali non sono state condivise dai due, per creare quella koinè di cui parlavo nel thread degli scambisti.
Si smette di comunicare, o meglio, non ci si capisce più, perché è cominciata una NUOVA realtá e non si è creato un percorso semantico biunivoco e di comuni prospettive, e questo accade perché entrambi, o anche solo uno dei due, non ha fatto quel famoso passaggio alla fase “voglio” amare. Perché l’amore comincia da quel momento eventualmente, non è vero che finisce. È un’altra cosa quella che è finita, che non ne è neppure l’anticamera. E c’è gente che vive lustri sul “ballatoio” credendo che sia il salotto dell’amore.
L’inerzia della “passione”, dell’attrazione, può durare un mese o dieci anni, ma prima o poi si esaurisce. L’energia dell’amore no, quella si autoalimenta. L’amore ci “ricarica” mentre lo diamo e lo riceviamo all’unisono, invece ci consuma quando ci illudiamo che lo sia ma non lo è. Se poi è a senso unico non siamo neppure sul ballatoio, ma “in mezzo a una strada”, e hai voglia a gridare “apri”. Non solo l’altro non capisce, non sente proprio.
Beetlejuice, a me piace stare sopra all’albero, e a volte da lassù mi sento più sicura e ho tutto sotto controllo. Ma ogni tanto mi capita di scendere, e in rari, intensi momenti mi sembra di riuscire a spaziare con la fantasia non più sola. É bello, ma poi ritorno sull’albero; quella è la mia dimora.
“Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia..”
ehh si! Desiderio comune..
Io credo invece che nelle prime fasi di una relazione vi sia una comunicazione più autentica, svincolata dalle aspettative dell’altro e impregnata di quell’energia volta a disvelarci. Poi subentrano le richieste, ci si sente in diritto di poter modificare l’altro, come se in qualche modo ormai ci appartenesse e potessimo disporne a piacimento. É una gran fatica rimanere a livelli profondi di comunicazione senza tradire un po’ se stessi.
Più autentica non direi. Diciamo più fiduciosa, più ottimista, più idealizzata.
Quando non si conosce bene l’altro la sua immagine è completata dalla nostra fantasia.
Col tempo i fumi del l’ubriacatura endocrina si diradano e si vede “meglio” chi si ha di fronte, e in quel momento si “decide”. Ma tanto più era forte la “sbronza” tanto maggiore sarà la possibilità di cambiare aria una volta “sobri”.
L’ideale per le grandi sognatrici è quello di restare nella perenne incertezza o nel ricordo di un “amore mai nato”. La sicurezza dell’acquisizione dell’altro fa perdere tutto il piacere dell’amore di zucchero filato come lo sono quelli mai realmente vissuti.
Golem, io parlo della fase di conoscenza, in cui si prova semplice interesse nello scoprire l’altro, non di quando si è innamorati. Se non ti aspetti e non pretendi nulla se non il piacere di svelarsi e riconoscersi, la comunicazione dovrebbe essere più autentica. Questo intendevo. Poi subentrano le aspettative, l’emotività, e si finisce per considerarsi il punto focale di ogni discorso, anche quando in realtà non c’entriamo proprio nulla.
Suzy, l’interesse verso una persona,ancorchè non amoroso, nasce già da una “nota positiva” che in qualche modo ci è stata trasmessa, e che ci “predispone” positivamente verso questa figura. Lo facciamo automaticamente, mettendoci in una posizione di attesa “positiva”. Quanti di noi dopo un incontro “piacevole” durato un paio d’ore, raccontandolo ad altri ci sbilanciamo sula base di quelle sensazioni in complimenti del tipo “era una persona squisita” e altre amenità di questo tenore? Tutti, persino io, che ancora oggi lo faccio se non ci rifletto. In realtà di queste persone non conosciamo nient’altro che quel momento, ma questo basta per farci un’idea “generale, ma generica”, che risente inevitabilmente di quel “circoscritto” piacere. Un po’ quello che succede anche qui, dove tendiamo a giudicare sulla base di quello che leggiamo di un soggetto, reagendo secondo quanto questo soggetto “asseconda” le nostre aspettative, acriticamente.
D’altra parte, l’altro si trova in una situazione simile ma di verso opposto. Se tende, anche suo malgrado, e per una serie di ragioni, ad essere “dominante” nell’interazione che si è creata, cerca di dare di sè un’immagine gratificante e comunque in linea con la inevitabile supeficialità del momento, e questo non lo si riflette, lo facciamo anche in buona fede, perchè tutti vogliono “piacere”, anche quando non vi sono secondi fini.
Nel caso di potenziali rapporti “sessuali”, intesi in senso lato, non ne parliamo, è pressochè scontato.
Per quello che può valere, quando incontrai Sally al bar della nave, a lei GIA’ PIACEVO, esteticamente, e lei pure a me, visto che era molto bella, e questo ci ha “predisposto” ad una chiacchierata che confermasse eventuali piacevoli affinità di alto genere, che poi per fortuna ci sono state. Ma certamente non sono potuti emergere altri lati (peraltro praticamente inesistenti) che sarebbero state lette “negativamente”, inficiando così…>>>
>>>…la recondita finalità del momento che aveva come tema appunto “una piacevole conoscenza”.
Nessuno ha “recitato” scientemente, ma comunque lo si è fatto, sempre perchè infondo siamo mossi da un interesse, candido, umano, ma che ha comunque una ragione di fondo di natura innocentemente egoistica: quella di “stare bene”.
Riuscire a “decodificare” i nostri comportamenti, riportandoli alla loro essenza primordiale, che è quella del “piacere”, non è un compito facile, poichè come si suol dire “l’occhio non vede se stesso”. Ma se ci mettiamo di fronte ad uno “specchio” possiamo farcela. E ci vedremo per quello che siamo e non quello che vorremmo essere, e che spesso vorremmo che ci fosse confermato dagli altri, e non solo da quelli che ci piacciono.
Quando ho parlato del “rovesciamento degli intestini” nella mia vicenda, sul quale molti hanno ironizzato, abbiamo usato quello “specchio” metaforico di cui parlavo prima. Abbiamo visto le rughe, le imperfezioni e i difetti che ogni “volto” ha, ma ci ha consentito di constatare che ci piacevamo a vicenda anche con tutte quelle “mancanze”. Anzi, di più, perchè forse per la prima volta ci vedevamo come finalmente si era, senza volersi “dipingere” sull’immagine dell’altro per piacergli e compiacerlo.
Dentro quegli intestini c’era anche la “merda” ovviamente, ma va compresa nelle cose che riguardano l’amore in questo caso, come pure per qualunque altro rapporto umano che voglia definirsi VERO. Tentare di far credere agli altri di essere “stitici” non è solo ridicolo, “fa male”, e prima di tutto a sè stessi.
Come direbbe il Professor Yog un “fecaloma” non è un buon modo per “risparmiare sulla carta igienica”.
L’amore è fatto da automatismi,
perfino quando finisce e magari una coppia
si rincontra per caso…questi automatismi possono
scattare…naturalmente in quel caso è un fuoco di paglia.
Sono automatismi che si autoalimentano, ottenuto il primo bacio sarà facile avere il secondo e l’escalation
continuerà finchè la relazione si alimenta.
Golem, concordo su ciò che hai scritto, ma io mi riferivo più che altro al fatto che determinate caratteristiche personali in realtà non sono né positive, né negative in senso assoluto. Purtroppo quando arriviamo ad instaurare una relazione importante, tanti aspetti che prima erano letti appunto in modo neutro, diventano un eventuale pericolo per noi, o qualcosa che non accettiamo. Questo perché l’altro smette di essere individuo e diventa una persona sempre e costantemente in relazione con noi. Non so se mi sono spiegata.
Certo Suzy, diventano un “pericolo” perchè le caratteristiche di cui parli le proiettiamo idealizzando l’altro per via di certe NOSTRE aspettative, spesso prive di esperienze pregresse che possano averci abituato a ridimensionarne il valore in termini più realistici.
Ma questo accade quasi a tutti, nel senso che un quadro caratteriale si compone mano a mano e attraverso esperienze comuni. Ma spesso, quando il “dipinto” è già abbozzato con colori i “squillanti” dell’entusiasmo, l’emergere di toni più “scuri” nel “modello” non viene preso in considerazione, sempre perchè l’imprinting, supportato da quei primi piaceri, ci ha dato un’informazione falsa se immaginata in un lungo periodo, per la banale ragione che nessuno è come lo immaginiamo, mai.
Ti ricordi gli annunci matrimoniali di una volta? Chi si offriva spesso sembrava incredibilmente attraente, un affare per come appariva dalla descrizione, e la fantasia dell’interessato si sbizzarriva ad immaginarne le virtù, tanto da chiedersi come mai uno o una così fosse ancora “solo”. A quel punto i due si incontrano e il sogno 99 volte su cento si trasformava in una triste delusione. La capacità di autosuggestione, alimentata da una impellente necessità o bisogno, arriva ai livelli assurdi di quelle donne che si sono fatte truffare sul web da sedicenti innamorati. Donne che sono talmente “accecate” da quel bisogno da perdere il senso della logica più elementare quando, vedendo le foto di uomini attraenti e affascinanti che le “corteggerebbero”, ignorano il loro di aspetto pur di “sognare”, aspetto che chiaramente non potrebbe risultare MAI appetibile per soggetti di quella portata, negando una semplice evidenza .
E’ la sindrome di Mediugorjie, o di Fra e di migliaia come lei, che con una sola esperienza all’attivo VEDE quello che vorrebbe vedere in Bob, idealizzandolo, perché “ne abbisogna”. E’ la credulità spinta dalla necessità. Che non ha età.
Vic, quindi sostieni che anche la comunicazione si basi su automatismi? In parte lo penso anch’io, e risulta il motivo per cui in tante occasioni non ci si comprende più.
Suzanne
Si, automatismi inconsci, che ci fanno agire
in base al nostro imprinting e alle esperienze
passate.
La mente pesca nel nostro database
cercando esperienze analoghe vissute nel passato.
Anche nei discorsi subentra il nostro imprinting
e quindi le nostre idee e da questo punto di vista l’attenzione è
selettiva, infatti vede certe caratteristiche
che ci interessano nell’altra persona, mettendone
in ombra altre non così positive.
“da questo punto di vista l’attenzione è
selettiva, infatti vede certe caratteristiche
che ci interessano nell’altra persona, mettendone
in ombra altre non così positive.”
Avviene anche l’ esatto contrario: e cioè, una persona che vogliamo vedere a tutti i costi come “negativa”, la vedremo tale anche nel momento in cui dovesse esprimere doti apprezzabili.
Vero maria grazia
Poi però arriva un momento che i paraocchi cadono…
e si vede la realtà così com’è…
Comunque almeno Vic ha capito per conto suo che le nostre scelte si rifanno a un data base formato da imprinting esperenziali pregressi.
Ma tanto più scarsa sarà l’esperienza maggiore saranno le possibilità di sbagliare, naturalmente. Così, come correttamente sostiene MG, è facile cadere nella errore pregiudiziale di cui ha accennato, in quanto anche il pregiudizio è esso stesso un data base precotto dalla “vulgata”. E a cui spesso si ricorre per mancanza di cognizioni e esperienza. E qui di chi ricorre alla saggezza di quella vulgata è pieno. Anzi, sono in esuberanza.