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Se lasci abbaiare il tuo cane sei un gran maleducato

di Paola G.

Riferimento alla lettera: Più di una volta mi sono lamentata perché un cane abbaiava e c'è sempre stato qualche stupido proprietario che mi ha risposto: "È un cane... abbaia." Ma proprio perché è un cane e tu sei il suo padrone, sei tu che devi evitare che disturbi gli altri. Non ce l'ho...
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Data di pubblicazione: 26 Luglio 2026

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Categorie: - Cittadini

40 commenti

Pagine: 1 2

  • 26
    maria grazia -

    Paola, interessante questa cosa del dover parlare ai propri animali nella lingua a cui sono abituati. Non lo sapevo.. So solo che con i miei gatti ho sempre fatto anche molte conversazioni e in molti casi sembravano capire quello che dicevo.

  • 27
    Trader -

    Paola, non misurare gli animali con il tuo braccio. Capiscono meglio di te. Fidati, che facevo così e funzionava.
    Il cane non traduce le parole nemmeno se gliele urli. Non le traduce nemmeno se gliele urli in Ungherese. L’animale capisce il messaggio che gli stai trasmettendo.
    Capisce il tono con il quale vengono dette le parole e capisce il contesto per cui ti stai rivolgendo a lui.
    Se urli, gli comunichi rabbia, pericolo, se glielo dici con un tono amorevole, gli trasmetti lo stesso messaggio, ma senza aggressività. E il cane sta zitto, contrariamente a ciò che affermi tu.
    Non gli puoi fare una lezione di analisi matematica, né con gli urli, né senza urli, ma puoi farti capire a non fare pipì sul divano e a non disturbare.
    Te lo dico per esperienza, perciò è inutile che insisti.

  • 28
    Trader -

    A questo punto, Paola, visto che credi di sapere tutto, ti rigiro il tuo ragionamento dei tuoi precedenti commenti, in cui mi canzonavi: “Trader, dice di non avere cani, ma sa come si fa con loro”, “da persona che non ha cani ma che sa tutto sui cani”
    Paola, lo stesso ragionamento vale per te: nemmeno tu hai cani, però credi di sapere come si fa con loro. Vedi? Credi di sapere tutto, ma più vai avanti e più dimostri presunzione e ignoranza.

  • 29
    Seneca -

    Maria Grazia, parlare a un cane non significa comunicare in una lingua specifica, perché il cane non possiede una lingua madre né un sistema linguistico paragonabile a quello umano. Non importa se è nato in Italia, in Germania negli Stati Uniti o in Ungheria: ciò che percepisce non è la lingua, ma il suono. Per un cane, ogni parola è semplicemente una sequenza di vibrazioni acustiche che lui associa a un comportamento, a un’emozione o a un contesto. Se un cane tedesco risponde al comando “Sitz”, non è perché “parla tedesco”, ma perché quel suono è stato ripetuto con coerenza e collegato a un’azione precisa. Allo stesso modo, un cane italiano può imparare “sit”, “seduto”, “siediti” o qualsiasi altro termine, purché venga usato sempre nello stesso modo. Il cane non distingue le lingue: distingue i suoni, la coerenza e il tono. Il tono, infatti, è la vera grammatica del cane.

  • 30
    Seneca -

    Un tono alto comunica eccitazione, un tono basso trasmette calma, un tono secco indica un comando, un tono dolce rassicura. È il tono a guidare la comprensione emotiva, mentre la parola è solo un segnale associativo. Per questo motivo, parlare al cane nella lingua del paese in cui è nato non ha alcuna rilevanza: ciò che conta è la ripetizione coerente, la chiarezza del suono e la stabilità emotiva di chi comunica. Il cane impara ciò che gli viene insegnato con costanza, indipendentemente dalla lingua.

  • 31
    Trader -

    Seneca, hai approfondito meglio ciò che ho spiegato anch’io: ovviamente gli animali non traducono le frasi del linguaggio umano, ma interpreta il tono e gli altri atteggiamenti e movimenti che fai. Poi dal contesto l’animale capisce il messaggio. Il linguaggio umano non è l’unico canale comunicativo. Ci sono tanti segnali che trasmettono informazioni. Gli animali tra loro comunicano a versi, ringhiando, con movimenti del corpo, della coda, ecc. Nemmeno gli esseri umani comunicano solo a parole: se vedi una persona piangere, capisci che è in difficoltà, non occorre che ti chieda aiuto nella tua lingua.
    Esercitandolo, cioè addestrandolo ad eseguire comandi, animali come i cani possono anche imparare alcune parole, come, appunto, “sitz”. Parole tedesche come “sitz” sono l’ideale, perché sono brevi, secche e il cane le riconosce facilmente.
    Se allontani il cane dalla porta dove si è messo ad abbaiare (possibilmente senza strattonarlo), dicendogli fermamente di tacere, capisce.

  • 32
    Seneca -

    Maria Grazia, inoltre non esiste un idioma canino, esiste una memoria associativa che collega un suono a un comportamento e un tono a un’emozione. In sintesi, il cane non ha bisogno della lingua del suo paese: ha bisogno della tua coerenza, del tuo tono e della tua capacità di associare ogni parola a un gesto chiaro. È così che il cane comprende, risponde e costruisce la relazione con te.

  • 33
    maria grazia -

    Seneca, tutto quello che posso dirti è che quando mi rapporto con gli animali cerco di comunicare nel loro linguaggio. Un gatto lo guardo socchiudendo gli occhi e non facendo gesti bruschi, in questo modo si rilassa. I cani si fidano se ti accovacci e parli loro con dolcezza. Dalle mie parti ci sono anche daini, alci e cerbiatti. Anche con loro quando mi sono a pochi centimetri cammino lentamente, parlo a voce bassa e faccio un cenno con la testa socchiudendo gli occhi, un po’ come con i gatti. Questi sono a grandi linee gli atteggiamenti da tenere perché l’animale non ci veda come minacce. Per il resto, penso anch’io che non è tanto questione di parole ma di toni utilizzati. Alle coccole si associa una voce bassa e suadente, mentre per educare la bestiola il tono è un pochino più alto. Io preferisco sempre non urlare e non esagerare, per mia esperienza è controproducente. È anche vero che il gatto non è come il cane. Va “sedotto” più che comandato.

  • 34
    Seneca -

    Maria Grazia, l’abbaio di un cane non è mai un semplice rumore: è un linguaggio. Ogni volta che un cane abbaia, sta comunicando qualcosa che non può esprimere con parole, e la responsabilità di chi lo ascolta è capire il contesto prima di reagire. Il cane che abbaia per allerta sta svolgendo il suo ruolo naturale: ha percepito un rumore, un odore, un movimento e lo segnala al gruppo. In questo caso la risposta migliore è mantenere la calma, controllare l’ambiente e rassicurarlo con una voce ferma, perché il cane non va punito quando sta facendo ciò che la sua natura gli chiede. Diverso è l’abbaio di eccitazione o richiesta di attenzione, che spesso nasce dal desiderio di giocare, uscire o interagire. Qui la strategia più efficace è ignorare l’abbaio finché non si placa e premiare la calma appena arriva: il cane impara che la tranquillità apre porte, mentre il rumore non ottiene nulla. Quando invece l’abbaio nasce da paura o stress, il cane non sta cercando attenzione, ma protezione.

  • 35
    Seneca -

    Rumori forti, persone sconosciute, ambienti nuovi possono generare insicurezza, e la risposta corretta è allontanarlo dalla fonte di disagio, parlargli con tono basso e non forzarlo a “superare” la paura. Se questo comportamento si ripete, è utile coinvolgere un educatore, perché la paura non si corregge con la forza, ma con la comprensione. In ogni caso, la regola fondamentale è che l’abbaio non va punito: è comunicazione, non disobbedienza. Punire un cane che abbaia significa punire un messaggio, e questo crea confusione, non educazione. Capire perché abbaia, invece, permette di rispondere nel modo giusto, trasformando un momento di rumore in un momento di relazione. In fondo, ascoltare un cane che abbaia significa ascoltare un essere vivente che sta dicendo qualcosa: sta avvertendo, chiedendo, temendo o reagendo. E la qualità della risposta determina la qualità del legame.

  • 36
    maria grazia -

    Seneca sono d’accordo con quanto hai detto. Il cane che abbaia fastidiosamente e incessantemente sta esprimendo un disagio, proprio come il neonato che piange senza tregua. A nulla servono i metodi repressivi in questi casi, se non ad aumentare la tensione. Proprio per questo, è cura del padrone adottare quegli accorgimenti che tranquillizzino l’animale, perché i vicini che non disturbano non hanno colpa dello stato di malessere del cane e hanno il diritto di vivere il contesto condominiale in tranquillità.

  • 37
    Trader -

    MG commento 37: è proprio quello che ho detto nei miei primi commenti: forse il cane abbaia per qualche motivo, per esempio è triste e reprimerlo con violenza, come vorrebbe Paola, è inutile.
    Stavolta io e MG la pensiamo allo stesso modo, incredibile.

  • 38
    Paola G. -

    Trader,
    sono giorni che continui a ripetere qui e nella chat cose che non ho mai detto:

    Paola “secondo te, l’unico metodo per educare un cane è maltrattarlo.”
    “è triste e reprimerlo con violenza, come vorrebbe Paola”
    Paola”La tua cattiveria si nota anche per come vorresti che sia trattato un animale”.
    Adesso mi dici ESATTAMENTE dove ho detto che bisogna maltrattare e reprimere con violenza i cani.

    Altrimenti, oltre ad essere un chiacchierone, dimostri di essere anche un bugiardo.

  • 39
    Max -

    Ciao a tutti, mi permetto intervenire nella discussione anche se non sono possessore di un cane, sia perché sull’argomento ho avuto modo di riflettere in più occasioni, sia perché, avendo due figlie, mi son trovato quasi quotidianamente di fronte al dilemma: con le buone o con le cattive? Con gli urli o con la persuasione? Ebbene con questo mio intervento sarò, per l’ennesima volta, democristiano, sostenendo che entrambe le opzioni hanno una loro funzione e una loro validità. Ovviamente i metodi più “duri” debbono essere sempre proporzionati e moderati e non debbono mai travalicare nel maltrattamento e nella violenza, in qualunque forma essa si manifesti. E sono sicuramente preferibili la dolcezza e la persuasione rispetto alla forza e alla repressione. Ma purtroppo vi sono casi in cui anche queste seconde opzioni si rendono necessarie e precisamente: 1. Quando sull’argomento sono state ampiamente utilizzate le prime strategie, spiegando, persuadendo,

  • 40
    Max -

    cercando di comprendere le ragioni di tali comportamenti ecc.; 2. Quando non c’è il tempo materiale per ottenere l’autocorrezione “con le buone”, ma bisogna ottenerla subito, per evitare situazioni di disturbo o di pericolo: in questo caso bisogna andare “per le spicce” sul momento, riservandosi di riesaminare e spiegare la cosa con calma, appena possibile. Peraltro, l’urlo o la sgridata secondo me non debbono avere lo scopo di impaurire o usare violenza, ma quello di far percepire in modo inequivocabile che quel comportamento non è ammissibile e che se vien posto in essere si deve percepire che esso viene nettamente disapprovato. A Trader, FraDel e agli altri toscani eventualmente connessi dedico questa mia freddura: Cosa disse Leonardo da Vinci la prima volta in cui riuscì a scrivere l’ottava lettera dell’alfabeto? – Mamma, ho fatto la acca! Saluti affettuosi a tutti e a presto.

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