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Al quotidiano Libero: Poniamo fine alla giustizia creativa

Egregio Direttore,

sono Francesca Occhionero e le scrivo confidando nell’equilibrio, nell’obiettività e nel garantismo che vi contraddistinguono in tema di vicende giudiziarie per segnalarle le forzature che sono state poste in essere nello scorso anno a mio danno, nella speranza che una copertura mediatica priva di preconcetti contribuisca a creare i presupposti per cui, nelle prossime udienze  processuali, vengano rispettate le procedure e le norme di garanzia, fino ad ora completamente scavalcate e prevaricate. 

Considerato che la mia posizione rischia di svilire qualunque mia considerazione personale a scontata lamentela di una donna e professionista che ha visto la propria vita travolta da una giustizia ingiusta e da eventi “oscuri” che necessitano tuttora di un chiarimento, mi limiterò ad elencarle fatti oggettivi (qualora interessato posso fornirle copia o stralci degli atti istruttori e processuali). 

Non so bene cosa auspicarmi ma certamente, come cittadino non saprei perdonarmi il silenzio. Mi sono resa conto mio malgrado che vicende come quella che hanno portato in carcere me e mio fratello possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura!

Sono stata arrestata con mio fratello e condotta a Rebibbia lo scorso  9 gennaio, accusata di tentativo di violazione di sistemi informatici sulla base di un quadro. Nell’ordinanza di custodia cautelare venivo accusata sulla base di una serie di indizi rilevati da un Whatsapp, una telefonata ed un’asserita non collaborazione

Evitando commenti sull’inconsistenza dei primi due (come ormai emerso molto chiaramente anche in aula dal controinterrogatorio dei testi dell’accusa), rispetto all’ultimo punto nessuno si è mai chiesto come sia possibile che nel corso di una perquisizione mi sia stato impedito di chiamare il mio avvocato in Italia, mi sia stata negata la possibilità di consultare un legale americano dal momento che io sono anche cittadina americana ed il mio computer fosse un portale sul territorio degli USA.

Tali forzature e violazioni nonché degli elementi a dir poco anomali emersi nel corso si questi mesi sono stati oggetto di un esposto alla Procura di Perugia da parte di mio fratello.

Tale esposto dopo mesi di indagine e due perizie tecniche da parte di Perugia è sfociato in un’indagine contro noti (e quindi non si configura come un atto dovuto) che vede oggi indagati per abuso di ufficio, falso e violazione il PM Eugenio Albamonte e tre funzionari della Polizia di Stato che hanno eseguito le indagini.

Tralasciando le illegittimità, le violazioni e di incongruenze che stanno emergendo dalle udienze dibattimentali, udienze durante le quali il quadro è rimasto immutato nel senso che non è emersa alcuna prova e gli indizi sono rimasti tali (lei mi insegna che la Suprema Corte di Cassazione ha recentemente sentenziato che una somma di indizi non costituisce una prova ma anzi è onere dell’accusa provare il capo di imputazione), la sottoscritta ha trascorso 9 mesi in carcere in condizioni disumane (caso di custodia cautelare mai verificatosi in Italia e meno che mai in modo così prolungato) per vedersi scarcerare all’esito della prima udienza.

Cosa ancor più grave è che mio fratello si trova ancora in carcere a Regina Coeli (in condizioni ancor peggiori ) dopo che in data odierna la Giudice del procedimento ha rigettato la richiesta della difesa che invocava la scadenza dei termini massimi per la custodia cautelare in carcere.

Mi rendo conto che questo le sembrerà nient’altro che l’ennesimo caso di uso distorto della custodia cautelare a fini di indagine nella conduzione della quale peraltro non mancano fatti difficilmente spiegabili, a partire dalla nota email all’Enav, per arrivare ai poco chiari profili della rogatoria con gli USA, alle indagini patrimoniali sottaciute, all’avvio di attività investigative in assenza di iscrizione nel registro degli indagati. In ogni caso, non credo che possa passare un principio di assuefazione a che si restringa in carcere degli incensurati contro la legge, provocando danni psicologici gravissimi, il tutto per un’ipotesi di reato del tutto indiziaria che andrebbe verificata con i medesimi, al massimo, agli arresti domiciliari. 

La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato leggendo fino a qui e sarei onorato di incontrarla se volesse approfondire qualche aspetto in particolare e valutare il tutto documenti alla mano, in ogni caso continuerò a seguirla sulle pagine del Suo Quotidiano.

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1 commento a

Al quotidiano Libero: Poniamo fine alla giustizia creativa

  1. 1
    Mteresa -

    Carissima, in italia non regna la ricerca della verita, del buon senso, e la giustizia è utopia….. quasi sicuramente tutto è stato pilotato da qualcuno che ha interesse a farti fuori……..i giudici in granparte, non leggono i documenti, nè ascoltano testi….sei stata fortunata anche se non è servito a nulla….chi ha testimoniato contro te presumibilmente è colluso con qualcuno che può corrompere giudici, pm ecc….per una qualsivoglia ragione…….preghero per voi, nella speranza che VOGLIANO VEDERE LA VERITà………coraggio Mteresa

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