Il loop comunicativo nelle relazioni amorose
Riferimento alla lettera:
Osservando dall'esterno le dinamiche relazionali ho potuto constatare come in svariate occasioni si verifichi quello che definirei un "loop comunicativo", ossia un processo circolare che tende a perpetuare meccanismi distruttivi del rapporto stesso. Credo che questo sia la causa principale del fallimento di molti legami amorosi o il loro trasformarsi...
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Data di pubblicazione: 29 Settembre 2016
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Categorie: - Amore
115 commenti
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Quella che riporto qui di seguito non è solo una “poesia”, ma è la descrizione vera e propria di quella che secondo molti uomini, ancora oggi, è la donna ideale!..
Alcesti sul circuito Poesia
(In Memoriam Marina Tsvetayeva, Anna Wickham, Sylvia Plath, Shakespeare¹s sorella, ecc, ecc)
Erica Jong
La schiava migliore
non ha bisogno d’esser picchiata.
Si picchia da sè.
Non con una frusta di cuoio,
o con bastoni e verghe,
non con un randello
o con un manganello,
ma con la frusta fine
della sua stessa lingua
e il battere sottile
della sua mente
contro la sua mente.
Chi può infatti nutrire per lei metà
dell’odio che nutre essa stessa?
e chi può eguagliare la finezza
degli insulti che si rivolge?
Anni di allenamento
occorrono per questo.
Venti anni
di auto-indulgenza
e negazione di sè;
finchè il soggetto si ritiene una regina
e pure una mendicante-
le due cose allo stesso tempo.
Deve dubitare di sè
in tutto fuorchè l’amore.
Deve scegliere appassionatamente
e malamente.
Deve sentirsi perduta come un cane
senza il padrone.
Deve riferire tutte le questioni morali
al proprio specchio.
Deve innamorarsi di un cosacco
o di un poeta.
Non deve mai uscire di casa
se non celata sotto il trucco.
Deve portare scarpe strette
perchè sempre ricordi di essere schiava.
Non deve dimenticare
che è radicata nel terreno.
Benchè sia svelta nell’apprendere
e riconosciuta intelligente
il dubbio che istintivamente ha di sè
la deve rendere così debole
che si applica brillantemente
a mezza dozzina di opere d’ingegno
e così abbellisce
ma non cambia
la nostra vita.
Se è un’artista
e quasi quasi è un genio,
il fatto stesso d’avere questo dono
deve riuscirle così penoso
che si toglie la vita
piuttosto che vincerci.
E dopo la sua morte, piangeremo
e ne faremo una santa.
Alcesti al circuito della poesia, 1973
Suzanne, nel momento in cui si riconosce la presenza di certe dinamiche umane, penso sia quasi istintivo riuscire a non restarne invischiati più di tanto. Credo invece che l’ umanità si divida in due categorie di persone: quelli che sono “sudditi”, e quelli che sono LIBERI. E i primi non sopportano i secondi, per le ragioni che ho spiegato. Vedere nell’ altro il riflesso dei propri bisogni insoddisfatti è quanto di più frustrante possa esserci. Chi è libero ti mette davanti ai tuoi limiti e ai tuoi problemi irrisolti, e questo può risultare devastante per chi ha una personalità debole e condizionabile. La più alta forma di sudditanza è indubbiamente la continua ricerca dell’ approvazione altrui. Questo atteggiamento conduce regolarmente alla sottomissione pressocchè totale verso i dictat delle convenzioni e verso chiunque ci capiti a tiro, anche verso il più limitato e piccolo degli individui.
Tu Suzanne sei “sottomessa” a qualcosa ? e se si, a cosa ? Sempre che ti vada di rispondere, ovviamente..
maria Grazia, domanda difficile. Mi sento sottomessa alla parte di me che non ho scelto di essere. Mi riferisco ai tratti strutturali ( il mio essere malinconica ad esempio), oltre che a tutti quegli aspetti derivanti dalle influenze ambientali: i genitori che si hanno o non hanno avuto, il clima familiare respirato, le varie esperienze che ho dovuto fare mio malgrado. Oggi, purtroppo, non sono il frutto solo di ciò che ho scelto di essere; la mia durezza verso me stessa e gli altri, il mio respingere le persone quando invadono troppo i miei spazi emotivi, le paure nell’affontare nuove situazioni. Essere liberi è un grande obiettivo; molto spesso però la libertà più visibile non corrisponde alla prigione che ci siamo costruiti da soli. C’è una frase di Jim Morrison in cui mi riconosco fin da adolescente:
“Playing solitaire
Playing warden to your soul
You are locked in a prison
Of your own devise”
Suzanne, la mia domanda era difficile, ma la tua risposta ha colto nel segno: riuscire o meno ad emanciparsi da quelle situazioni cui nostro malgrado siamo stati soggetti e che erano indipendenti dalla nostra volontà. Secondo me, il grado di “liberazione” di un individuo si misura proprio da ciò che riesce a concretizzare, tra le cose che desidera, partendo da una situazione sociale, familiare o ambientale relativamente castrante. Gli aspetti interiori che riguardano il nostro essere, e che tu dici difficilmente arginabili e monitorabili, sono invece secondo me anch’ essi in gran parte la risultante di condizionamenti culturali, familiari e ambientali ( almeno nella maggior parte dei casi ). La famiglia in primis, che può trasmetterci ansie e insicurezze, oppure forza e fiducia in noi stessi, a seconda dell’ impostazione cui tende o che ha a sua volta ricevuto. Coloro che riescono davvero a LIBERARSI da questi circuiti invisibili e condizionanti, sono molto meno di quanto generalmente si creda. Del resto l’ attaccamento al cordone familiare ( quand’ anche questo fosse dannoso per la nostra evoluzione personale ) è uno dei pilastri portanti della nostra italica tradizione. Cosa ben diversa è all’ estero, specie nei paesi anglosassoni, dove i giovani ragazzi già a 18/20 anni sono incoraggiati ad abbandonare il nido materno e paterno per trovare da soli la loro strada.
Jim Morrison ? è persino superfluo citarlo con me. E’ il mio maestro ispiratore, a mio avviso un genio senza tempo.
Maria Grazia, una persona può benissimo emanciparsi dalle situazioni che in qualche modo l’hanno condizionata; ciò non significa (nella maggior parte dei casi) essere riusciti a modificare la propria struttura. Molto facile confondere il nostro mondo interno con la realtà che viviamo : a volte le persone che paiono maggiormente “libere” sono invece quelle più soggiogate ai propri meccanismi interni, talvolta del tutto inconsapevoli. E comunque c’è una disposizione del tutto personale e naturale che credo sia immodificabile; una volta scoperta e compresa, possiamo forse cercare di conviverci.
Suzanne, più ti leggo e più ho l’ impressione che tu sia in qualche modo “ingabbiata”, e non sopporti di percepire la libertà di altri. Una persona “libera” la si riconosce facilmente ed è di solito quella incurante delle convenzioni sociali e dei giudizi altrui, non si scampa. Poi ci si può sentire liberi anche dentro una cella, per carità.. tutto dipende da come si vive interiormente una situazione. Non credo però che chi VUOLE essere libero, non desideri esserlo anche “esteriormente”.
Maria Grazia, mi pare di aver specificato io stessa quali sono le mie gabbie, non mi occorre psicoanalisi spicciola.
Invece io ho l’impressione che tu appartenga a quella categoria che definisco “bidimensionale” : un bel quadro, anche d’impatto visivo, ma senza prospettiva ( artisticamente intesa) e ombreggiature.
Insomma, un’immagine piatta.
Solo impressioni, non te la prendere.
“Everyone I come across, in cages they bought
They think of me and my wandering but
I’m never what they thought
I’ve got my indignation, but I’m pure in
all my thoughts
I’m alive…
If ever there was someone to keep me at home
It would be you…
https://youtu.be/ZtZ1TK1Sfpg
Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.
Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura, sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale, incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.
La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.
Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia..
Suzanne, nelle relazioni umane c’è un periodo di latenza più o meno lungo, durante il quale la comunicazione è “automatica”, supportata da luoghi comuni collegati a quel tipo di relazione.
Nello specifico, in quelle sentimentali l’automatismo è spesso legato all’attrazione e all’abitudine che si insinua nella relazione stessa, che quasi sempre sembra no “bastare” a dare senso alla storia. La crisi comincia quando le crescite personali non sono state condivise dai due, per creare quella koinè di cui parlavo nel thread degli scambisti.
Si smette di comunicare, o meglio, non ci si capisce più, perché è cominciata una NUOVA realtá e non si è creato un percorso semantico biunivoco e di comuni prospettive, e questo accade perché entrambi, o anche solo uno dei due, non ha fatto quel famoso passaggio alla fase “voglio” amare. Perché l’amore comincia da quel momento eventualmente, non è vero che finisce. È un’altra cosa quella che è finita, che non ne è neppure l’anticamera. E c’è gente che vive lustri sul “ballatoio” credendo che sia il salotto dell’amore.
L’inerzia della “passione”, dell’attrazione, può durare un mese o dieci anni, ma prima o poi si esaurisce. L’energia dell’amore no, quella si autoalimenta. L’amore ci “ricarica” mentre lo diamo e lo riceviamo all’unisono, invece ci consuma quando ci illudiamo che lo sia ma non lo è. Se poi è a senso unico non siamo neppure sul ballatoio, ma “in mezzo a una strada”, e hai voglia a gridare “apri”. Non solo l’altro non capisce, non sente proprio.
Beetlejuice, a me piace stare sopra all’albero, e a volte da lassù mi sento più sicura e ho tutto sotto controllo. Ma ogni tanto mi capita di scendere, e in rari, intensi momenti mi sembra di riuscire a spaziare con la fantasia non più sola. É bello, ma poi ritorno sull’albero; quella è la mia dimora.
“Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia..”
ehh si! Desiderio comune..
Io credo invece che nelle prime fasi di una relazione vi sia una comunicazione più autentica, svincolata dalle aspettative dell’altro e impregnata di quell’energia volta a disvelarci. Poi subentrano le richieste, ci si sente in diritto di poter modificare l’altro, come se in qualche modo ormai ci appartenesse e potessimo disporne a piacimento. É una gran fatica rimanere a livelli profondi di comunicazione senza tradire un po’ se stessi.
Più autentica non direi. Diciamo più fiduciosa, più ottimista, più idealizzata.
Quando non si conosce bene l’altro la sua immagine è completata dalla nostra fantasia.
Col tempo i fumi del l’ubriacatura endocrina si diradano e si vede “meglio” chi si ha di fronte, e in quel momento si “decide”. Ma tanto più era forte la “sbronza” tanto maggiore sarà la possibilità di cambiare aria una volta “sobri”.
L’ideale per le grandi sognatrici è quello di restare nella perenne incertezza o nel ricordo di un “amore mai nato”. La sicurezza dell’acquisizione dell’altro fa perdere tutto il piacere dell’amore di zucchero filato come lo sono quelli mai realmente vissuti.
Golem, io parlo della fase di conoscenza, in cui si prova semplice interesse nello scoprire l’altro, non di quando si è innamorati. Se non ti aspetti e non pretendi nulla se non il piacere di svelarsi e riconoscersi, la comunicazione dovrebbe essere più autentica. Questo intendevo. Poi subentrano le aspettative, l’emotività, e si finisce per considerarsi il punto focale di ogni discorso, anche quando in realtà non c’entriamo proprio nulla.
Suzy, l’interesse verso una persona,ancorchè non amoroso, nasce già da una “nota positiva” che in qualche modo ci è stata trasmessa, e che ci “predispone” positivamente verso questa figura. Lo facciamo automaticamente, mettendoci in una posizione di attesa “positiva”. Quanti di noi dopo un incontro “piacevole” durato un paio d’ore, raccontandolo ad altri ci sbilanciamo sula base di quelle sensazioni in complimenti del tipo “era una persona squisita” e altre amenità di questo tenore? Tutti, persino io, che ancora oggi lo faccio se non ci rifletto. In realtà di queste persone non conosciamo nient’altro che quel momento, ma questo basta per farci un’idea “generale, ma generica”, che risente inevitabilmente di quel “circoscritto” piacere. Un po’ quello che succede anche qui, dove tendiamo a giudicare sulla base di quello che leggiamo di un soggetto, reagendo secondo quanto questo soggetto “asseconda” le nostre aspettative, acriticamente.
D’altra parte, l’altro si trova in una situazione simile ma di verso opposto. Se tende, anche suo malgrado, e per una serie di ragioni, ad essere “dominante” nell’interazione che si è creata, cerca di dare di sè un’immagine gratificante e comunque in linea con la inevitabile supeficialità del momento, e questo non lo si riflette, lo facciamo anche in buona fede, perchè tutti vogliono “piacere”, anche quando non vi sono secondi fini.
Nel caso di potenziali rapporti “sessuali”, intesi in senso lato, non ne parliamo, è pressochè scontato.
Per quello che può valere, quando incontrai Sally al bar della nave, a lei GIA’ PIACEVO, esteticamente, e lei pure a me, visto che era molto bella, e questo ci ha “predisposto” ad una chiacchierata che confermasse eventuali piacevoli affinità di alto genere, che poi per fortuna ci sono state. Ma certamente non sono potuti emergere altri lati (peraltro praticamente inesistenti) che sarebbero state lette “negativamente”, inficiando così…>>>
>>>…la recondita finalità del momento che aveva come tema appunto “una piacevole conoscenza”.
Nessuno ha “recitato” scientemente, ma comunque lo si è fatto, sempre perchè infondo siamo mossi da un interesse, candido, umano, ma che ha comunque una ragione di fondo di natura innocentemente egoistica: quella di “stare bene”.
Riuscire a “decodificare” i nostri comportamenti, riportandoli alla loro essenza primordiale, che è quella del “piacere”, non è un compito facile, poichè come si suol dire “l’occhio non vede se stesso”. Ma se ci mettiamo di fronte ad uno “specchio” possiamo farcela. E ci vedremo per quello che siamo e non quello che vorremmo essere, e che spesso vorremmo che ci fosse confermato dagli altri, e non solo da quelli che ci piacciono.
Quando ho parlato del “rovesciamento degli intestini” nella mia vicenda, sul quale molti hanno ironizzato, abbiamo usato quello “specchio” metaforico di cui parlavo prima. Abbiamo visto le rughe, le imperfezioni e i difetti che ogni “volto” ha, ma ci ha consentito di constatare che ci piacevamo a vicenda anche con tutte quelle “mancanze”. Anzi, di più, perchè forse per la prima volta ci vedevamo come finalmente si era, senza volersi “dipingere” sull’immagine dell’altro per piacergli e compiacerlo.
Dentro quegli intestini c’era anche la “merda” ovviamente, ma va compresa nelle cose che riguardano l’amore in questo caso, come pure per qualunque altro rapporto umano che voglia definirsi VERO. Tentare di far credere agli altri di essere “stitici” non è solo ridicolo, “fa male”, e prima di tutto a sè stessi.
Come direbbe il Professor Yog un “fecaloma” non è un buon modo per “risparmiare sulla carta igienica”.
L’amore è fatto da automatismi,
perfino quando finisce e magari una coppia
si rincontra per caso…questi automatismi possono
scattare…naturalmente in quel caso è un fuoco di paglia.
Sono automatismi che si autoalimentano, ottenuto il primo bacio sarà facile avere il secondo e l’escalation
continuerà finchè la relazione si alimenta.
Golem, concordo su ciò che hai scritto, ma io mi riferivo più che altro al fatto che determinate caratteristiche personali in realtà non sono né positive, né negative in senso assoluto. Purtroppo quando arriviamo ad instaurare una relazione importante, tanti aspetti che prima erano letti appunto in modo neutro, diventano un eventuale pericolo per noi, o qualcosa che non accettiamo. Questo perché l’altro smette di essere individuo e diventa una persona sempre e costantemente in relazione con noi. Non so se mi sono spiegata.
Certo Suzy, diventano un “pericolo” perchè le caratteristiche di cui parli le proiettiamo idealizzando l’altro per via di certe NOSTRE aspettative, spesso prive di esperienze pregresse che possano averci abituato a ridimensionarne il valore in termini più realistici.
Ma questo accade quasi a tutti, nel senso che un quadro caratteriale si compone mano a mano e attraverso esperienze comuni. Ma spesso, quando il “dipinto” è già abbozzato con colori i “squillanti” dell’entusiasmo, l’emergere di toni più “scuri” nel “modello” non viene preso in considerazione, sempre perchè l’imprinting, supportato da quei primi piaceri, ci ha dato un’informazione falsa se immaginata in un lungo periodo, per la banale ragione che nessuno è come lo immaginiamo, mai.
Ti ricordi gli annunci matrimoniali di una volta? Chi si offriva spesso sembrava incredibilmente attraente, un affare per come appariva dalla descrizione, e la fantasia dell’interessato si sbizzarriva ad immaginarne le virtù, tanto da chiedersi come mai uno o una così fosse ancora “solo”. A quel punto i due si incontrano e il sogno 99 volte su cento si trasformava in una triste delusione. La capacità di autosuggestione, alimentata da una impellente necessità o bisogno, arriva ai livelli assurdi di quelle donne che si sono fatte truffare sul web da sedicenti innamorati. Donne che sono talmente “accecate” da quel bisogno da perdere il senso della logica più elementare quando, vedendo le foto di uomini attraenti e affascinanti che le “corteggerebbero”, ignorano il loro di aspetto pur di “sognare”, aspetto che chiaramente non potrebbe risultare MAI appetibile per soggetti di quella portata, negando una semplice evidenza .
E’ la sindrome di Mediugorjie, o di Fra e di migliaia come lei, che con una sola esperienza all’attivo VEDE quello che vorrebbe vedere in Bob, idealizzandolo, perché “ne abbisogna”. E’ la credulità spinta dalla necessità. Che non ha età.
Vic, quindi sostieni che anche la comunicazione si basi su automatismi? In parte lo penso anch’io, e risulta il motivo per cui in tante occasioni non ci si comprende più.
Suzanne
Si, automatismi inconsci, che ci fanno agire
in base al nostro imprinting e alle esperienze
passate.
La mente pesca nel nostro database
cercando esperienze analoghe vissute nel passato.
Anche nei discorsi subentra il nostro imprinting
e quindi le nostre idee e da questo punto di vista l’attenzione è
selettiva, infatti vede certe caratteristiche
che ci interessano nell’altra persona, mettendone
in ombra altre non così positive.
“da questo punto di vista l’attenzione è
selettiva, infatti vede certe caratteristiche
che ci interessano nell’altra persona, mettendone
in ombra altre non così positive.”
Avviene anche l’ esatto contrario: e cioè, una persona che vogliamo vedere a tutti i costi come “negativa”, la vedremo tale anche nel momento in cui dovesse esprimere doti apprezzabili.
Vero maria grazia
Poi però arriva un momento che i paraocchi cadono…
e si vede la realtà così com’è…
Comunque almeno Vic ha capito per conto suo che le nostre scelte si rifanno a un data base formato da imprinting esperenziali pregressi.
Ma tanto più scarsa sarà l’esperienza maggiore saranno le possibilità di sbagliare, naturalmente. Così, come correttamente sostiene MG, è facile cadere nella errore pregiudiziale di cui ha accennato, in quanto anche il pregiudizio è esso stesso un data base precotto dalla “vulgata”. E a cui spesso si ricorre per mancanza di cognizioni e esperienza. E qui di chi ricorre alla saggezza di quella vulgata è pieno. Anzi, sono in esuberanza.