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Il suicidio

di beppino
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14.953 commenti

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  • 8731
    Eme -

    Per provare serenità occorre volersi bene. E per volersi bene occorre rivoltarsi come un calzino, non cristallizzarsi nel pianto sul latte versato prendendosela con sè stessi (e con gli altri…..attraverso sè stessi) ma cercare di dare uno scopo (non un senso, non una giustificazione) al male subito in modo che non vada perso, in modo che non sia un male inutile, un tapis roulant verso la distruzione.
    C’è chi nasce indifferente, chi nasce anafettivo, chi nasce semplicemente stronzo. E c’è chi nasce con un bagaglio gigantesco di sensibilità.
    Se si ha la fortuna di nascere ricchi in un mondo di artisti questa sensibilità è un pregio, un vanto. Una fonte di reddito, persino!
    Perchè deve essere una condanna a morte se si ha la sfiga di far parte del gruppo che si fa il mazzo giorno dopo giorno e confida nel gratta e vinci?
    La frase ricorrente è ” se stai male è perchè sei sensibile”. Ok, ci sta! Ma perchè fermarsi lì? Perchè non prendere questo male, fare una bella analisi di sè, fare un pò di sana autocritica e magari ridere un pò di sè stessi, della propria dabbenaggine, dei propri difetti, dei propri pregi e darsi una pacca sulla spalla anzichè impartire l’ordine “FUOCO” al plotone di esecuzione?
    Perchè non provarci?
    Perchè non darsi una possibilità? E se si fallisce….un’altra e poi un’altra ancora?
    Perchè non rialzarsi dopo essere caduti?
    Forse perchè non si ha energia per farlo?
    Allora non vi rendete conto di quanta energia si butta nello sforzo di distruggere sè stessi. E nello sforzo di trattenersi dal naturale senso di salvaguardia di sè.
    Cara LUNA, l’immagine degli occhi spiritati di chi dice “a me mi piace” mangiando un panino di chiodi me la terrò sempre a portata di mano nei momenti di sconforto. Come “farmaco apporta-risata” 🙂 :-)!

  • 8732
    Eli -

    la sensibilita’ e’ un punto di forza, ma sulla fonte di reddito non sarei proprio d’accordo..

  • 8733
    L -

    È difficile scrivere in sole due pagine tutto ciò che vorrei scrivere, leggendo la tua lettera LUNA ho rivisto diversi flash back di diversi periodi. Diciamo che certi pensieri li nutrivo gia da molto piccolo, a proposito mi rivedevo molto nel bambino che alla ricreazione mangiava da solo la sua merenda, isolato e deriso da tutti, si mi ricordo alle elementari mi ero convinto di essere un mostro, le insegnanti inoltre preferivano dare ragione a una intera classe piuttosto che a un solo bambino, mi ricordo che nelle pagelle scrivevano L fa i dispetti ai suoi compagni di classe, quando non erano quantificabili le violenze fisiche e psicologiche che allora subivo, siccome non avevo i vestiti alla moda degli altri, e sono stata sempre una persona abbastanza introversa, i miei compagni mi allontanavano come se fossi malato di peste, per questo è nato il mondo fantastico, li dove L poteva salvarsi da una realtà terribile, era un ottimo rifugio, gli unici momenti in cui L stava bene, a parte le camminate e le lunghe passeggiate con la nonna, mi ricordo che nonostante andavo ancora alle elementari parlavamo di un sacco di cose, di viaggi, di avventure, delle stelle e dell’universo entrambi appassionati di super quark, questi sono i miei pochi ricordi felici dell’infanzia. Un altro momento terribile è stato subito dopo la morte della cara nonna, inoltre cio è avvenuto subito dopo un trasloco (non per mio volere, motivo per il quale per diversi anni ho nutrito del rancore) sono stati mesi terribili, tutti i giorni in cima a un palazzo, in ascensore a fare finta di sorridere, ma mia madre si accorse in tempo del mio stato ed ecco che sono andato da una psicoterapeuta. Di diverse cose riesco a parlare proprio per merito del lavoro che ho fatto assieme a lei, mi ricordo che le sedute erano strane in quanto sembrava che ci andassero degli L completamente diversi da loro, tanto da sembrare persone completamente differenti, a volte parlava un L lucido e razionale, altre volte c’era un L che contraddiceva completamente L della volta precedente. Mi ricordo che anche in quegli anni ho avuto diverse crisi, per alcune delle quali sono finito pure all’ospedale, in seguito alla quale ho fatto la mia breve esperienza con gli psicofarmaci. Ma la crisi peggiore anche se quella volta non sono finito all’ospedale, è stata dopo non molto tempo che un mio amico ha deciso di togliersi la vita. Inizialmente ero molto incazzato, ma non con lui, ma con la società che lo circondava,

  • 8734
    L -

    con l’ipocrisia di certi luoghi, dove all’apparenza tutto deve apparire perfetto, ci sono pure le leggi che ti dicono che certi fiori in balcone non li puoi mettere perchè visivamente disturbano la vista, e poi però invece di risolvere i problemi abbandonano completamente le persone che hanno bisogno di aiuto. Successivamente ho iniziato ad avere paura che pure io potessi fare la sua fine, tale paura si è trasformata in ansia, e tale ansia mi ha fatto stare molto male, e mi ricordo che quando dicevo alla psicologa ho paura questo per me è un campanello d’allarme, lei mi tranquillizzava dicendomi che a differenza di prima stavo imparando a gestire le mie emozioni, ma così non è stato, è vero sono ancora qui in questo mondo, ma preferisco evitare di raccontare nei dettagli quello che è successo. Da allora ho deciso di smettere con la terapia che già durava da tre anni. In questi ultimi anni, grazie anche a una relazione (ormai passata) con una persona sono stato molto più calmo. Tuttavia la cosa che sento che mi manca è appunto quell’equilibrio di cui mi parlavi, quell’equilibrio necessario e fondamentale per gestire determinati stati, quell’equilibrio per il quale di fronte a una sofferenza più o meno improvvisa, e dopo un bel pianto liberatorio uno alza la testa pronto per continuare a lottare, quell’equilibrio necessario per affrontare gli ostacoli, quell’equilibrio necessario per superare gli ostacoli e non vederli come delle barriere insormontabili. Per questo continuo a ripetere che ho paura, perchè anche se grazie pure alla terapia ora sono in grado di analizzare con più lucidità e meno confusione determinate sensazioni, emozioni e sopratutto ricordi d’infanzia, anche se in qualche modo riesco ad accorgermi di campanelli d’allarme che mi dicono L stai in guardia, la mia paura è appunto quell’assenza di equilibrio.
    Per questo dicevo che è assolutamente umano attraversare dei momenti di sofferenza, (inoltre pensiamoci bene il fatto di essere riusciti a superarli non ci rende più forti e forse anche più maturi?) il problema è riuscire ad affrontarli come mi dicevi con serenità, il che non significa sforzarsi a non piangere, significa non farsi travolgere da questi episodi, sapersi rialzare. Ma continuo a dire che è necessario l’equilibrio, anzi direi che è fondamentale l’equilibrio per potersi rialzare. Spero un giorno di trovarlo.

  • 8735
    Athos -

    Caro Marquito,
    Conosci il Rasoio di Occam? Se non ho messo il destinatario è perchè, semplicemente, ho scritto in fretta. Mea culpa.
    E ora che il mio intervento ha ritrovato “la testa” veniamo al merito, come dicono i politici mediocri. Io non sono abituato a sdoppiarmi per cui nè dottor Jekyll, nè Mr Heyde; nè tantomeno goliardate. Mai fatto il goliardo qui sopra. Ho solo espresso, con sarcasmo, il mio disprezzo per taluni interventi. Forse sono altri che somigliano a Madre Teresa e sono “i buoni a prescindere”. Io sono umano, chiedo scusa.
    Riguardo all’insensatezza, la nostra è una differenza semantica. Io non vedo nell’insensatezza niente di creativo, e non per questo sono uno che ha paura di non non avere punti di riferimento, che non ho mai avuto. Il fatto è che (ed è umano anche questo poterlo affermare) la bellezza della vita in sè non esiste. E se a qualcuno il non avere un senso piace per il gusto di non doversi porre dubbi, allora non faccio parte di loro. La vita magari un senso non ce l’ha davvero, ma allora significa che ha senso per se stessa, per cui un senso comunque ce l’ha.
    Se ad alcuni basta sapere che a un giorno segue la notte e poi un altro giorno ancora e così via, allora beati loro. E forse, però, anche beoti.
    Non so se esiste solo l’immanente o anche il trascendente. So che l’immanente non mi piace e vorrei esistesse un trascendente migliore.
    E in questo immanente specifico (il mondo che vivo e in cui viviamo), che abbia senso o no, io mi ci trovo male. Talmente male da pensare al suicidio.
    E non come un topo in gabbia, ma come un topo da laboratorio.

  • 8736
    Athos -

    Per tutti gli altri.
    Io penso che della vita si parla sempre del concetto di QUALITA’. La famosa QUALITA’ della vita. Giusto dieci minuti fa ho visto lo piscologo Morelli in televisione che ne parlava…
    Ma parliamo di QUANTITA’ della vita.
    E’, secondo me, come un tubo alto, pieno di vita, che ognuno di noi ha. Poi, vuoi per ciò che siamo o per ciò che ci capita, questo “siero” vitale aumenta o diminuisce. Se aumenta, stiamo bene. E l’aumento vien dato dall’Amore ricevuto, dalla pace, dalla tranquillità, dal successo e dalla stima di sè.
    Ma se siamo fragili allora è più probabile che s’incappi in problemi che ti tolgono energia vitale. E diventa poi un drenaggio continuo. Come una lunga cannuccia che dissangua e non si ferma e continua, continua, continua…
    Non credo dipenda molto da noi se questa cannuccia drenante possa fermarsi. Certo, dipenderebbe da noi se noi avessimo la forza (o la trovassimo). Ma io, ad esempio, non ce l’ho. O forse non l’ho ancora trovata e molto certamente (passatemni l’errore grammaticale) non la troverò mai.
    Per cui vedrò cosa accadrà.
    Questo non significa che bisogna aspettare al Sole che qualcosa accada. Significa che però quanta più energia vitale perdiamo, tantomeno abbiamo la forza di reagire. E alcuni, senza più liquido, la fanno finita.
    Altri trovano motivazioni esterne o interne. E fan cessare il drenaggio, e magari recuperano della Vita buttata (ma non il Tempo).
    La verità è che tanto più se ne hanno le palle piene, tantopiù il cilindro è vuoto; e se riempi le palle e svuoti il cilindro, allora sei fatto.

  • 8737
    Andrea -

    Athos, mi associo a Marquito, sempre se tu rinunci all’uso di armi chimiche su di noi.

    Dicevi “Insomma, io preferirei un mondo degno di essere vissuto. Amore e Conoscenza dovrebbero esserne il Senso primo e ultimo.”
    E questa frase mi piace una cifra!
    “Ma dove sono?”
    Ovunque, se li cerchi, anzi, se li dai tu per primo, invece di cercarli solo dagli altri, saranno ancora più evidenti per gli altri. Poi saranno gli altri a cercarli da te, quegli altri che cercano amore e conoscenza come tu ora da loro.

    Buck,

    Quando hai ringraziato chi non ti aveva risposto ho avuto una reazione istintiva e forse eccessiva. Mi sono sentito come uno che aveva perso tempo e quello per cui lo aveva perso era pure infastidito che qualcuno l’avesse fatto per lui. Tu hai salvato la vita e hai visto morire tante persone. Io ti stimo per entrambe le cose, perchè se hai avuto le palle di stare li e di aiutarli, meriti solo rispetto. Ma questa cosa come la chiami se non amore? come la chiami? lavoro? cioè, se invece di pazienti fossero state suole di scarpe da incollare era uguale?
    Che differenza c’è tra amare e lavorare in quel contesto?
    Poi c’è la vita al di fuori del lavoro, visto che, se ti consideri incapace di amare, i tuoi pazienti erano solo numeri, lo dici tu.
    Oppure erano numeri quando ti faceva comodo e persone ora che ti fa comodo dire che lo erano? Si può essere carnefici degli altri in tanti modi. Guarendo (per soldi)non si rappezzano i rapporti con chi trattiamo male, sono due cose diverse. L’odio ti ha dato certezze di essere odiato? O cercato per debolezza da altri? Si prova soddisfazione? Non lo so, non ho mai provato. Non so come si parli per farsi capire da uno che odia. Forse odiando, solo che non riesco più di tanto, ho perso la capacità da un pò ormai. E ti dirò che stò infinitamente meglio, come se fossi disteso in un prato di stelle alpine a guardare un cielo chiaro di stelle vere, con qualche nuvola quà e la che non mi da nessuna preoccupazione. Certo, il temporale può arrivare, ma dopo essere stato a fondo penso che “al massimo si muore”, nulla di più. Tanto, a vivere ho imparato.

  • 8738
    Marquito -

    @ Athos:
    Il tuo intervento denota un totale fraintendimento di ciò che avevo scritto. Non ho nessuna intenzione di trasformare questo forum in un dibattito sui Massimi Sistemi; mi limito soltanto a rilevare alcune colossali incongruenze:
    1) “Riguardo all’insensatezza la nostra è una differenza semantica. Io non vedo nell’insensatezza niente di creativo”.
    Io non ho mai affermato che l’insensatezza sia qualcosa di creativo. Io ho affermato una cosa completamente diversa, che può essere più o meno condivisibile ma che non ha niente a che vedere con le tue esternazioni. La creatività di cui parlo (ovviamente) non è insita nella vita né tanto meno nella sua insensatezza. La creatività è una facoltà della mente umana e consiste nella capacità di inventare sempre nuovi sensi e nuove prospettive. La mancanza di un senso pre-esistente; di un senso ben preciso e preconfezionato, ci offre semplicemente la possibilità di esercitarla.
    2) “Se a qualcuno il non avere un senso piace per il gusto di non doversi porre dubbi, allora non faccio parte di loro”.
    Niente di più lontano da ciò che avevo scritto. Niente di più lontano dal mio modo di pensare, dal mio modo di vivere e di affrontare i problemi dell’esistenza. Qui il fraintendimento è talmente macroscopico da farmi dubitare della tua buona fede.
    3) “Se a qualcuno basta sapere che a un giorno segue la notte e poi un altro giorno e cosi’ via, allora beati loro. E forse, però, anche beoti”.
    Ancora una volta torno a chiedermi cosa c’entri tutto questo con ciò che avevo scritto. Se però mi passi la metafora, l’alternarsi del giorno e della notte mi ha sempre affascinato. Certi beoti, più bisognosi di stabilità e di certezze, preferirebbero che fosse sempre giorno.

  • 8739
    Eme -

    Bè Eli, direi che non tutti gli attori, scrittori, cantautori, musicisti, registi, pittori e, in generale, coloro che sanno esprimere la propria sensibilità vivono per strada con un piattino davanti ed un cartello al collo con la scritta “operato al cuore 14 volte, tengo figli, ho fame” 🙂
    Per alcune persone la sensibilità può essere una fonte di reddito.
    Per alcuni, ovvio. Non è una regola generale.
    Ci sono i sensibili -artisti di strada, i sensibili-artisti per strada, i sensibili alla cassa del supermercato, quelli in fabbrica, quelli dietro ad una scrivania, quelli in miniera, quelli precari, quelli disoccupati etc etc etc.
    Così come ci sono gli insensibili a cui il deposito di Paperon de Paperoni fa un baffo.
    La sensibilità di per sé è un dono. Un dono che, alcuni, sanno sfruttare anche economicamente.
    Sono le circostanze della vita che possono trasformarla in un’arma puntata contro.

  • 8740
    LUNA -

    L. caro, anch’io mi riconosco nelle cose che scrivi. Anch’io ho sofferto il fatto di essere “strappata” da una casa (anche se le ragioni degli adulti erano sacrosante, logiche e siamo andati a stare in meglio) in un modo simile al tuo, inoltre poi sono stata “strappata” anche da una scuola (idem come sopra). Anch’io avevo (ho) i miei mondi fantastici, anch’io ho avuto un rapporto meraviglioso-viscerale con i miei nonni, anch’io sono andata in crisi esistenziale con le contropalle, a 20anni, quando un mio amico si è suicidato. Anch’io ho avuto (ho) i miei meccanismi di difesa (come tutti), anch’io ho delle cose da dirmi. Sono andata in terapia, ci ho portato tante parti di me, e poi ho smesso. Nella fase intermedia ho raccolto dei frutti bellissimi del fatto di aver potuto “liberare” ancora di più la mia parte fantastica, o meglio di “liberarmi” e basta e in sostanza sono riuscita a riconoscermi di nuovo delle parti di me che, attraverso un eccesso di analisi mentale, quando ero stata male per una serie di ragioni, invece avevo imbrigliato, maltrattato, guardato come “corpi estranei”. Io sono stata creativa e in un certo modo da sempre. Ho a avuto quella sensibilità che così bene tu descrivi, ho avuto, senza pensarci troppo, una fantasia, una voglia di vivere, e altre caratteristiche che permettevano in modo naturale a quella sensibilità di non essere solo un tallone di achille, ma anche un punto di forza. La nostra mente, la nostra persona, è come un piccolo mondo, che le sue cadute e si riassesta, autonomamente. Finché le cose funzionano non ce ne rendiamo neppure conto.
    Anch’io ho avuto delle resistenze a tornare dalla strizzacervelli (in fondo non ci siamo già dette tutto? cosa posso sapere di più?), o meglio, per un periodo non ci sono andata perché andava bene così. Stavo vivendo, rielaborando anche, in modo positivo, quanto avevo appreso di me. Come funziono io. Poi però ho avuto delle resistenze quando mi sono resa conto che avevo bisogno di sapere di più. Io ero contenta del mio percorso, ma avevo ancora un pregiudizio sul fatto di tornarci. Cioè riuscivo ad accettare il fatto di esserci andata una volta come una cosa molto positiva, ma avevo paura che tornare significasse: allora ti sei illusa che la prima volta fosse servita realmente. Ma era una cazzata. Semplicemente se prima… ero stata alle scuole medie del viaggio dentro me adesso potevo andare alle superiori. No, non è questione di prendere un diploma, ovviamente. Forse non so dirlo

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