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Il suicidio

di beppino
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14.953 commenti

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  • 8561
    Andrea -

    Ci ho provato Marzia, ma la reazione generale era inevitabile…
    Se accetti un consiglio non prenderla come un’aggressione (anche se la tua, in apparenza, lo era) ma come un’occasione per riflettere.

    Bella la 9 Eme, in effetti ci sono troppi speaker diversi e troppe interpretzioni diverse, per questo non ci si capisce mai.

    Cambiando discorso, hai provato a mettere le sigarette in un posto dove di solito non vai?
    Se riesci a fumare meno puoi concentrarti su quanto stai bene senza fumare, così quando fumi senti la differenza, e c’è! A me funziona abbastanza bene.

  • 8562
    Eme -

    Sai Luna, c’è stato un momento in cui ho convinto me stessa di essere per davvero mentalmente spaparanzata in un prato verde in mezzo ai grilli (chissà se ora hai capito chi sono ;-). Pensavo di aver trovato un equilibrio, una sorta di serenità. Avevo smesso di atteggiarmi a Fantozzi trascinandomi una bara appresso.
    Mi sentivo una persona normale, con normali momenti di sconforto, di allegria.
    Si….va bè….qualsiasi emozione era annebbiata da un velo di malinconica scaramanzia, non avevo progetti per il futuro nè rimpianti per il passato nè programmi per il presente. Sempre (credevo) per scaramanzia.
    Vivevo con un perenne, costante senso di colpa e di totale superfluità. Ma, in fondo in fondo ci stava, d’altronde il viaggio verso sè stessi è lungo è pieno di insidie.
    In realtà ero ferma al palo. Ma mi vedevo in movimento.
    In realtà non vivevo ma inanellavo un giorno all’altro. Ma credevo che vedere l’alba del giorno dopo fosse vita.
    In realtà rifiutavo gli altri e me stessa. Ma credevo fosse un sano istinto di conservazione.
    In realrà mi stavo raccontando un sacco di bugie. Ma credevo di essere in viaggio verso la Verità.
    In questi mesi ho fatto tantissima autocritica. Certe persone devono saltare addosso a sè stesse e darsele di santa ragione per poter, alla fine, stringersi la mano e ripartire. Con qualche osso rotto, ma ripartire. Per davvero.
    Dentro ho una gran confusione e poche certezze. Quelle che servono.
    Ed una di queste è che non voglio più raccontarmi una caterva di bugie “solo” perchè ho paura di me.
    Vorrei che gli altri non fossero più in grado di manovrarmi come una marionetta perchè sento una sorta di colpa ad occupare uno spazio sulla Terra e la necessità di giustificare in ogni modo la mia presenza qui.
    Questo è ciò che vorrei, ci sto provando. E, questa volta, ci sto riuscendo. E non è l’ennesima bugia.
    Le molestie morali sono atti subdoli e schifosi. Ma quelle peggiori sono quelle che, magari inconsapevolmente, infliggiamo a noi stessi.
    Magari condannandoci ad una lentissima morte.
    E’ inutile tentare di trovare pace e serenità nel mondo se dentro di noi è in corso una guerra bestiale.
    E’ inutile cercare motivazioni all’esterno se il nostro interno, inesorabilmente, censura e butta via tutto.
    E’ inutile muoversi verso gli altri se prima non ci si muove verso sè stessi.

  • 8563
    Eme -

    Ho sempre ammirato chi, ad un certo punto, magari dopo mille peripezie, magari dopo aver messo a repentaglio la propria esistenza è riuscito a mettere tutto (anche sè stesso) in discussione per riprendere tra le mani le redini della propria Vita.
    Magari metto in discussione i modi :-).
    Ma, di certo, non gli obiettivi!
    Sono persone positive.
    E qui, per fortuna, ce n’è qualcuna.

    Ps. Andrea, se mai la prossima volta in cui sento i nervi tendersi fino all’esplosione ti scrivo i miei improperi in modo che tu li traduca in un diplomatico linguaggio peace & love 🙂

  • 8564
    Andrea -

    Eme, è interessante come esperimento 🙂 Proviamo. Però mettiamo le due versioni,la tua e la mia, così non ci facciamo torti a vicenda 🙂 Non pensare però che io sia sempre stato così pacifico, anch’io ho i miei limiti, solo che ho lavorato molto sul quando lasciarli liberi di esprimersi in tutto il loro colore e quando è meglio trattenere il fiato per un minuto e poi respirare. La tensione la elimino comunque.
    Il tuo decalogo mi piace un casino, aggiungerei solo una cosa sul punto 6. Ognuno è libero di curarsi come gli pare, d’accordissimo. L’errore che spesso si fa è di dividere l’effetto dei farmaci dal lavoro su sè stessi che se comprendesse anche l’illuminare la mente con lo yoga, nuotare, correre etc etc etc, come dicevi tu, accorcerebbe molto i tempi di guarigione. Chiaramente, appena uno inizia a farcela. Il problema degli ansiolitici è che danno dipendenza e se fai l’errore di considerarli la sola cura, finisci per allontanare temporaneamente l’ansia e ammalarti di ansiolitici. Il cambio, a lungo andare, non è molto vantaggioso. Qualunque cura con i farmaci deve basarsi sia sui farmaci che sulla famosa volontà di usarli solo per arrivare ad un punto in cui si inizia a camminare da soli. Lo stesso vale per le persone che ci aiutano. Se proprio bisogna diventare dipendenti da qualcosa è molto meglio diventarlo della propria volontà e della propria voglia di rinnovarsi completamente. Quella è una dipendenza molto più bella, anche se serve anche lì una certa elasticità, secondo i momenti.
    Predica finita. Pace & love! 🙂

  • 8565
    Eme -

    Concordo Andrea, infatti il tuo ragionamento si ricollega, da un certo punto di vista, con i miei post sopra.
    Prendi un farmaco, ti accerti che ha un certo effetto benefico, ti ci stravacchi sopra e asserisci con forza: ok sono guarita.
    E ti racconti una palla.
    L’ennesima.
    Il problema non sta tanto nel farmaco quanto nella bugia che ci si racconta e nell’inconsapevolezza della stessa.
    E quando finalmente ti si apre un mondo davanti perchè il teatrino delle bugie crolla miseramente scatta il dubbio amletico: è un mondoo vero quello che si sta spalancando di fronte a me o è l’ennesima bugia?
    La risposta è dentro ciascuno di noi. E’ una rispèosta che viene dal proprio passato, dal proprio carattere, da come saremmo stati se…..e da come siamo diventati.
    E’ una risposta chiara se si ha il coraggio di guardare dentro di sè, di fare chiarezza, di mettere ordine nella confusione e di accettare il rischio di verificare che …..non sempre sei stato un Santo subito, martire, vittima ma, a volte, hai avuto una bella fetta di responsabilità in tutto ciò che ti è capitato.
    Il che non significa darsi addosso. Prendersela con sè stessi non serve ad un tubo.
    Nè significa dare addosso agli altri per sviare l’attenzione (la propria verso sè stessi) verso l’esterno mettendosi al riparo dalle autoripercussioni.
    Significa, semplicemente, prendere atto di ciò che è e decidere di conseguenza.
    Per un lungo periodo ho accusato il Destino di tutto ciò che mi stava capitando. Era una comoda soluzione :-). Tu sei lì, fermo, ed il Destino ti sposta a destra e a sinistra come se fossi una pedina su una scacchiera.
    Il Destino, secondo me, esiste e segue un percorso non tracciato da noi. Però credo sia possibile, entro certi limiti, raddrizzarne il tiro evitando di darci delle zappate addosso da soli.
    Compreso uso di psicofarmaci quando da medicinali si trasformano in annebbiatori di sensazioni o, come dici tu, in comodi cuscini.
    La composizione chimica di un medicinale è sempre la stessa, è l’obiettivo per cui si assume che fa la differenza.
    E quell’obiettivo è lo stesso che regola tutta la nostra esistenza, le nostre scelte, le nostre decisioni, i nostri comportamenti ed i nostri atteggiamenti.
    Per le sigarette……le sto provando tutte 🙂

    Peace & love 🙂 🙂 🙂

  • 8566
    LUNA -

    EME:…così sei tu? 😉
    Pensa che ho messo tra la scoperta che tu sei tu e la mia risposta, per fortuna, qualche ora, per evitarti delle scene mix Carramba che sorpresa e C’è post(a) per te. Mi ha commosso che tu sia tu. Per affetto. Sono deficiente, dici?
    Forse è anche per questo che non mi hai detto che sei tu, per evitare ‘sta iperglicemia. E lo rispetto. Volevo solo dirti che, perché è vero, siamo tutti liberi, anche quando purtroppo altro ci imprigiona, ma che egoisticamente, per me, è di conforto sapere che, mentre viaggio, in qualche scompartimento del treno, ci sei anche tu.
    Lo vedi com’è, Eme? Avrei preferito ci rincontrassimo in una lettera che si chiama “Ho appena vinto l’enalotto, ma poiché mi vanno tutte dritte e sto benone non so bene come spendere la vincita”, avrei preferito che tutti noi, che scriviamo in questo post, a vari livelli di disagio, a vari livelli del viaggio, stessimo parlando per organizzare una figata di gita da questa parte (in questa vita, si intende, sia chiaro). Invece eccoci qua… ma anche questa è vita. Nel senso che non bisogna vergognarsi del malessere, e del proprio viaggio.
    Chiedo scusa per il mio tono nel commento, ché parliamo di cose serie. Il fatto è che ero molto seria in ciò che ho appena detto.
    E non ho saputo dirlo meglio.
    Ma torniamo a bolla:
    quello che tu e Andrea dite è molto vero. Ed è molto vero quello che dici, Eme, sul fatto che @Le molestie morali sono atti subdoli e schifosi. Ma quelle peggiori sono quelle che, magari inconsapevolmente, infliggiamo a noi stessi.
    Magari condannandoci ad una lentissima morte.
    E’ inutile tentare di trovare pace e serenità nel mondo se dentro di noi è in corso una guerra bestiale.
    E’ inutile cercare motivazioni all’esterno se il nostro interno, inesorabilmente, censura e butta via tutto.
    E’ inutile muoversi verso gli altri se prima non ci si muove verso sè stessi.

    “Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio per cambiare quelle che posso e la saggezza per riconoscerne la differenza”. Ho sempre pensato che questa non è per nulla una frase banale. Ognuno di noi sa (o scopre) quali sono queste famose cose del tipo a) e del tipo b). Però mi sono resa conto quanto per me faccia la differenza capire la differenza.

    So cos’è la lentissima morte. La mia lentissima morte è stato anche fumare 70 sigarette al giorno. Non sempre, ma ci sono stati periodi in cui l’ho fatto. Stavo in macchina ore a guardare il nulla e a pensare troppo, o

  • 8567
    LUNA -

    a piangere come un vitello o a perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Secondo me mi stavo “ricentrando”, anche, e in parte in qualche modo lo facevo, visto che poi da quella macchina riuscivo ad uscire. Di certo cercavo di sopportare quelle onde anomale pazzesche. Ma, allo stesso tempo, mi spaventavano anche i momenti “piatti” (forse di più?) quelli in cui non stavo piangendo come un vitello, ma non avevo più voglia di niente, pensavo non esistessero soluzioni al mondo e la mia stanchezza, lo stress mi toglievano le forze, e soffrivo per quello che mi stava portando via da me, e mi domandavo se ero ancora capace di vedere il confine tra il malessere e me. Perché, quando uscivo dalla macchina, e di fianco c’era una montagna di sigarette, veramente una montagna, guardavo la mia compulsione e mi dicevo: sticazzi… Ma forse era peggio quando non la vedevo nemmeno. E’ molto difficile parlare di queste cose. Nel senso che credo sia difficile spiegarle. Ma forse a chi ha provato non è difficile. Io non rinnego nessun passo del mio viaggio verso me. So di averlo fatto veramente. So di avere iniziato, in un altro modo, quando avevo 20anni e per la prima volta ho avuto gli attacchi di panico e un periodo di vera merda, in cui mi sono sentita in guerra profonda con me, innanzitutto, e ho pensato: non mi posso più fidare di me. So che uno dei momenti più importanti della mia vita è stato quando mi è stato chiesto: ma è successo qualcosa prima di questi attacchi di panico?
    E io ho detto NO. Ma poi mi sono resa conto che era successo eccome. Che avevo accumulato uno stress pazzesco, ma che io avevo tirato come un cavallo da corsa. Che avevo accumulato dei dolori, delle frustrazioni, ma io le avevo negate, rimettendomi in piedi troppo presto, forse proprio per paura che l’arbitro, se non mi fossi tirata su in tempo, avrebbe contato 10. Ok, l’ho detto, non lo spiegare. Ora di anni ne ho 37, e sarebbe facile dire: allora, vedi, quello che ti aveva insegnato l’esperienza di stare male non valeva na sega, erano tutte bugie se sei stata male un’altra volta. Io invece, giuro, penso questo: valeva eccome, solo che era parziale. Anche perché avevo un’altra età. Io penso che stare male sia una merda, intendiamoci. Io nei due anni veramente merdosi a cui mi riferisco ora penso SERIAMENTE che ho rischiato di morire, per mia mano o per mano dello stress, o della lenta morte mentre TUTTO andava a rotoli e io soffrivo immensamente non riuscendo a ritrovare me.

  • 8568
    birillo -

    zau amici 🙂 scusate ma ho avuto un po di problemi con il pc -.-

    e sono stato infattarato con uno script x vedere le tv su vlc 😀

    nel tempo libero mi okkupo di smanettare con il pc su script e altre cosine…
    altra sera dopo un aggiornamento il pc non partiva piu e ho dovuto formattare e va be tanto io e il pc comunikiamo bene 😀

    @ stankissima
    non saprei quanto sono tenero da quelo che mi hanno detto riesco a farmi volere bene quasi da tutti ^_^

    non sono riuscito a leggere quasi nulla delle ultime 2 pagine poi stasera/domani lo faro con calma 🙂 penso domani stasera riformatto .. ubuntu non mi piace moltissimo …

    dai vi auguro un felice week end o almeno sereno e un bacio alle fanciulle a stankissima 2 🙂

    zauu

  • 8569
    Marquito -

    Quello che sto per dire potrà suonare urtante, o quantomeno paradossale, alle orecchie di molte persone. Io però lo dico lo stesso, suffragato dalla mia esperienza personale e da qualla di tanti bravi psicoterapeuti.
    Moltissima gente preferisce essere infelice piuttosto che felice. E ovviamente (lo ribadisco ancora una volta) non è minimamente consapevole del proprio terribile autolesionismo.
    Come scrissi a Eme nel corso di una corrispondenza privata, l’infelicità ha un suo rassicurante e limaccioso tepore. E’ come un giaciglio squallido ma relativamente morbido, in cui ci si può adagiare tranquilli e trascorrere placidamente tutta la propria esistenza, senza assumersi nessun impegno e nessuna responsabilità. E’ una palude in cui si sprofonda lentamente, senza quasi rendersene conto e senza quasi opporre resistenza. E’ così comodo evitare i problemi aggrappandosi all’idea del suicidio … è così comodo potersela prendere con il destino avverso …
    La felicità richiede coraggio, determinazione e un pizzico di incoscienza. Richiede amore, tenerezza e dedizione verso sè stessi. Spesso, per poterla raggiungere, occorre prendere decisioni traumatiche, mettere in discussione tutte le proprie certezze, rivoluzionare completamente la propria esistenza. Una volta conquistata deve essere difesa con le unghie e con i denti. Tutto questo richiede un’enorme dispendio di energia mentale, tantissima voglia di vivere e di combattere per i propri ideali, la rinuncia a ogni forma di querimonia e di vittimismo, la convinzione che in fondo in fondo “ne vale veramente la pena”. Per le persone fragili e psichicamente labili la felicità può essere molto stressante e molto faticosa.
    Poi c’è da dire anche un’altra cosa. Molti di noi sono cresciuti nella convinzione di non valere niente, di non meritare niente, di non avere diritto a niente. Essere felici ci appare come una forma di “ùbris”; di profanazione, di violenza sacrilega. La felicità non viene vissuta come un diritto, ma come un frutto proibito su cui non possiamo accampare alcuna pretesa.
    Chi vi scrive ha soggiornato nella palude per molti anni e ovviamente, di tanto in tanto, continua a avere le sue piccole ricadute. Non si ritiene più bravo di chi non ce l’ha fatta; ma solamente più fortunato. In ogni caso, anche nei momenti di maggiore sconforto, non ha mai perso la convinzione che ne valesse veramente la pena.

  • 8570
    LUNA -

    MARQUITO: non so se si possa chiamare preferenza. Ma poiché parli di preferenza inconsapevole, non so, può darsi.
    di certo trovo molto vero questo:

    @Poi c’è da dire anche un’altra cosa. Molti di noi sono cresciuti nella convinzione di non valere niente, di non meritare niente, di non avere diritto a niente. Essere felici ci appare come una forma di “ùbris”; di profanazione, di violenza sacrilega. La felicità non viene vissuta come un diritto, ma come un frutto proibito su cui non possiamo accampare alcuna pretesa.

    Io credo che esistono persone che non abbiano semplicemente idea di cosa siano la serenità e la felicità, magari per un’infanzia colma di dolore e di violenza, fisica e morale. In realtà nel loro cuore aspirano a quella serenità e quella felicità, ma non avendo mai conosciuto quello stato di quiete, avendo vissuto sempre in un battaglia, esterna che si è tramutata (come anche diceva Eme) infine in una battaglia interiore, anelano a qualcosa che non si sentono in grado di raggiungere o le strade che tentano per raggiungerla sono sbagliate, sono in realtà strade che passano per il dolore e il tentativo di tamponare, far cessare il dolore vivendolo, ancora una volta… Io credo che molte persone pur conoscendo la violenza quando viene loro tirata addosso se sono state abituate a vivere in un’atmosfera di violenza a vari livelli non la riconoscono quando la incontrano nuovamente lungo il cammino, perché il loro livello di sopportazione, assuefazione alla violenza è già troppo alto… o, peggio ancora, la riconoscono come familiare e quindi si ritrovano in copioni che riportano alla violenza soffrendo immensamente ma allo stesso tempo non riuscendo a spezzare il copione.
    C’è poi da dire che alcune persone temono inconsciamente la felicità, la quiete non perché non le vogliono, ma perché hanno un trauma legato alla sottrazione della serenità e delle felicità. Non si tratta di dire: io non merito.
    Il discorso è un altro. E’: nel momento in cui sono felice o sto bene sono letteralmente terrorizzato da cosa può succedere un istante dopo. L’ansia è più collegata ai momenti di quiete e di gioia che ai momenti di dolore, paradossalmente. Conosco la tristezza e quindi la gestisco. Ma ciò che non riesco a sopportare è l’idea che se mi abbandono a questo momento di quiete, di gioia, fino in fondo, potrebbe accadere qualcosa di terribile. Forse sì, c’è un legame con l’autostima, ma io credo che c’entri molto il trauma, quasi in un processo inverso, in certi

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