Il suicidio
di
beppino
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ANDREA, mi unisco al tuo coraggio 😉 così se ci linciano saremo in due 😛
perché purtroppo a volte uno dei problemi di chi sta male è avere l’autostima bassissima ma al contempo la mancanza di umiltà che serve per guarire. Non dico sempre, ma purtroppo accade. La mancanza di umiltà è paura, che niente funzioni, ma tant’è diventa arroganza verso di sè
quello che dici sulle etichette e gli psicologi è molto vero. Tutto, dal mio punto di vista, è molto vero. Ho un’amica che è stata in crisi con il marito, una crisi seria. E’ vero che la bomba l’ha fatta esplodere lui, esplodendo ad un certo punto, poco dopo il matrimonio, e dopo una storia di lungo corso, tipo doctor Jekil e Mr Hyde. Però i problemi erano di entrambi (pure se c’era un sentimento forte alla base), problemi di non comunicazione, di cose date per scontate, ecc, ecc e comunque anche lei, ad un certo punto, ha “riesumato” una serie di strategie sue, di lei, non funzionali. (per non funzionali intendo dire che le facevano più male che bene, in sostanza). Lui aveva fatto esplodere la bomba, era umano che lei fosse andata in crisi profonda, ma, potrei dire, le strategie attraverso cui, automaticamente, lei aveva percorso la sua crisi, erano cosa di lei.
Lui torna e lei gli dice: sì, ma dopo quello che hai fatto o vai dallo psicologo a vedere che cacchio ti è successo davvero per comportarti in quel modo o io non crederò mai più in te. Lui dallo psicologo ci va. perché in fondo probabilmente è sempre voluto venire a capo di alcune sue “disfuzioni” (anche inerenti al rapporto con i suoi genitori) e questo è il momento giusto. Perché si rende conto di avere messo a repentaglio qualcosa a cui tiene davvero. di essere statop male anche per dirsi delle cose. Probabilmente per semplice ultimatum non ci sarebbe mai andato dallo psicologo. Ma lo sta facendo per se stesso, in primis, e per un rapporto a cui tiene, perché, in sostanza, ci tiene a vivere in migliore armonia con se stesso e con gli altri.
Ciò non significa che per questo sia sempre necessario uno psicologo ovviamente. Ma intendo dire che lui sente che da solo non dipana il suo caos.
Lei, intanto, non vuole sentire nemmeno nominare lo psicologo per sè: le sue resistenze/scuse sono:
– è lui che ha fatto male a me, io sto male di conseguenza, io non ho niente che non va
– sarebbe inutile, perché quello che lui mi ha fatto è colpa sua e comunque è come se io ormai fossi mutilata, e comunque vada io mi sentirò sempre mutilata, se qualcuno
deve fare qualcosa è lui, e se non ci riesce non sarà certo colpa mia.
(non con queste parole esatte, ma il senso è questo).
Però di fatto, qualsiasi sia la causa, il malessere che sente è suo.
E’ lei che se lo porta appresso tutti i giorni, dentro. ed è attraverso quel malessere che guarda il suo presente e il suo futuro.
Ciò non significa che siano da togliere delle responsabilità a lui per i suoi errori, ma significa che lei vive il fatto del proprio malessere solo da un lato attivo, che è quello negativo, quindi potremmo dire passivo (sto male da morire, ma così è, punto) mentre non riesce a vedere il lato attivo “sto male io, cosa posso fare IO per me?”.
Lei arriva a concepire il fatto dello psicologo per sè, ma solo in chiave di attenzione/dimostrazione: lui dovrà sceglierne uno per lei, lui dovrà portarla in braccio (simbolicamente) fino alla porta. Perché Lui dovrà capire quanto a pezzi è lei. Lui non se la sente, ma non per disinteresse, ma perché si rende conto che sarebbe un’invasione ecc. Comunque lo fa. la porta fin sulla porta. Quando lei sta per suonare il campanello si rende conto che la psicologa (non è quella di lui) è una sua ex compagna di scuola. A cui non vuole raccontare i fatti suoi. Non si fida di una con cui faceva merenda in giardino ecc. Lei scappa, con un attacco d’ansia. Ma poco dopo se lo sceglie lei lo psicologo. Ora a distanza di un tempo entrambi stanno meglio. Lei alla fine si è ritrovata ad ammettere, con se stessa, che era bulimica da prima di conoscere lui e che non aveva mai accettato che fosse realmente un suo problema. ad ammettere che aveva sempre rimproverato a lui delle strategie con i propri genitori, ma anche lei aveva le sue. e che della bulimia o altri disagi aveva parlato, in precedenza, solo a persone che le dicevano: tanto un modo per stare meglio non esiste. Gli psicologi sono solo dei magnasoldi ecc. A chi le dava una comprensione a circolo vizioso e chiuso.
In sostanza lo diceva a chi sosteneva l’esistenza del suo malessere ma non che le confermava una possibilità di vedere le cose sotto un altro aspetto. Di darsi, se vogliamo, delle possibilità.
Questo, non è un racconto sulla coppia, ma sul disagio (il loro, di ciascuno, era grande, e mixato) e la consapevolezza del male e però le “resistenze”. sarebbe bello riuscire a darci la possibilità di vedere più ampio e scegliere quale idea farci piuttosto che implodere in un’idea chiusa di base. su noi stessi e gli altri.
Maurizio, farò senz’altro inc…are qualcuno quì, ma posso farti una domanda? Non controbatto, mi interessa solo la risposta, perchè mi incuriosisce sempre questa cosa.
Da agnostico non hai molta fiducia in un’altra vita, eppure sei certo che sia una sola. Perchè i conti non mi tornano?
Eppure non hai detto di esserti interessato alla cosa, di aver fatto ricerche, di averci studiato sopra, letto libri, fatto confronti, ascoltato testimonianze o avuto esperienze tue, rapportato gli studi di discipline diverse come la fisca, la chimica e la psicologia, risultati, conclusioni, ecc. Cose che tendono tutte esattamente dalla parte opposta, senza contare il fatto che avere più di un vita darebbe un senso anche ai dolori di questa, in quanto lezioni da imparare. Al contrario, una sola vita vissuta nel dolore per poi crepare non ha alcun senso.
Da da dove arriva la certezza assoluta di qualcosa che non si conosce?
Neanch’io posso dire di averla, sebbene tutto porti in quella direzione, ma tu, perchè ne sei certo e senza neanche interessarti allo studio della cosa? Perchè è quello che sembra, anche se posso sbagliarmi.
Se invece ti sei interessato, cosa ti ha convinto del contrario?
A parte questo, sono contento che tu dia alla vita il valore che dai e su questo sono pienamente d’accordo con te.
Mi manchi fratellino mio.
Sono qui nel mio ufficio e ascolto le nostre canzone, chiudo gli occhi sperando di sentire le tue carezze, sorrido pensando a quando mi facevi il solletico.
Dove sei?ma soprattutto hai trovato la pace che hai sempre sognato?
Io non riesco a vivere, faccio finta con mamma per darle forza.
Ma mi manchi.
Solo sabato sono venuta sulla tua lapide, ma li’ non ti ho sentito.
So che non sei li’.
Dove sei?ti prego dammi un segno?
Voglio vivere nella sofferenza ma sapere che tu sei in pace.
Ti amo profondamente amore della mia vita
@vanda: grazie delle tue splendide parole,un abbraccio
Pollon: volevo dirti che leggo i tuoi messaggi e vi leggo un profondissimo amore e un senso di condivisione affettiva. Anche se l’altro giorno non mi sono rivolta direttamente a te, per discrezione e rispetto, naturalmente non per indifferenza. Scusa se lo faccio proprio oggi.
Volevo solo dirti che ti leggo e che ho letto della tua volontà di cercare di incanalare la profonda energia di quell’amore e della tua sensibilità ascoltando chi possa averne bisogno. Neanch’io credo che caricarti della sofferenza altrui possa farti meglio, anche se naturalmente ognuno sa per sè. La mia sensazione istintiva ed emotiva leggendoti è invece che tu, quando te la senti o sentirai, o comunque anche solo quando comunichi le tue emozioni, possa fare molto invece, anche in nome di quell’amore, per chi ti legge o ti ascolta. E anche per te. Questo ho provato io leggendoti, oltre all’empatia.
Un abbraccio.
Ciao Andrea. Lo sai che se sento parlare di potenziali linciaggi e altri atti di violenza mi sento tirata in causa…. 😉
Credo che tu abbia preso in pieno il nucleo del problema: la volontà.
Una volontà che puòmancare per 1000 + 1 motivi. Dalla depressione che sfianca, alla malinconia che tracima nel male di vivere, dalla gioia di vivere che, implodendo ti scoppia dentro facendoti un gran male, all’assenza di motivazioni.
Io vorrei smettere di fumare. Vorrei per davvero smettere d fumare 🙂
Ma non ci riesco. Al primo sbotto di nervoso (e, lo sai, sono un soggetto a rischio) la mano parte in automatico verso il pacchetto.
Quindi capisco perfettamente i discorsi sulla volontà. Ma non sono così certa che, da soli, si riesca a combinare qualcosa di più dallo stilare un bell’elenco di motivazioni con decorrenza, caso strano, il giorno DOPO! Quel famoso giorno la cui alba stenta a sorgere (sulla strada del poi poi si va a casa del mai mai…..grande nonna ;-)!
Ho impiegato un sacco di tempo per ammettere con me stessa: io da sola non ce la faccio!
Vale per le sigarette…..che per tutto un pò.
Sono in terapia (anche se, caso strano, sono spesso in conflitto con il terapeuta), prendo farmaci di cui non conosco la valenza ma che, per adesso, mi fanno bene. Quantomeno mentalmente.
Probabilmente sono solo convinzioni. Però, all’inizio, serve tutto. Anche l’attaccarsi all’efficacia dei farmaci o dei palliativi.
E va beh….
Per il fumo, comunque….mi sto dirigendo verso le sigarette elettroniche :-).
Avevo abbandonato il forum perché si era trasformato in un’arena, ma mi pare che adesso si possa di nuovo discutere serenamente.
Chi si appella alla forza di volontà,molto spesso, non tiene conto di un particolare importantissimo: anche la volontà può essere malata.
La volontà non è un’energia a sé stante, non è una “causa sui” in grado di auto-generare sé stessa. La volontà è soltanto una parte della personalità di un individuo e se l’equilibrio psicofisico di una persona è compromesso, è quasi inevitabile che anche la volontà ne risenta. Con questo non sto dicendo che la volontà non sia importante; al contrario … personalmente la ritengo importantissima. Sono convinto che molte persone malate potrebbero uscire dalla loro impasse se avessero veramente la voglia di guarire. Il problema è che questa voglia di guarire non si può evocare a piacimento, come si fa con un fantasma durante una seduta spiritica. La depressione è una malattia insidiosa, che mina alle radici la tanto decantata “forza di volontà”. E’ proprio questo il nocciolo del problema. E’ proprio questo che tanta gente non riesce a capire.
Ciao Marquito, è sempre un piacere sentirti 🙂
Capisco benissimo quello che dici sulla volontà, ci sono passato anch’io. Se ci fosse sempre non ci sarabbero problemi, è vero, e il problema è che la depressione te la toglie. Ma c’è anche la consapevolezza di questo che serve come arma e, come tutte le armi, dipende da come le usi. Puoi rivoltartela contro e dire “la depressione mi toglie la volontà” oppure dire “la depressione mi toglie la volontà, ma prima o poi la depressione avrà un cedimento e io approfitterò di quella SUA debolezza per riprendermi la MIA vita”. Diciamo che puoi fregare la tua stessa depressione, lasciandola sfogare, lasciando che si diverta alle tue spalle, certa di essere più furba di te. Ma non lo è, bisogna solo lasciarglielo credere.
Si, perchè la tua depressione non sei tu, ma solo la tua parte più negativa che ha preso temporaneamente il sopravvento. Solo che se la lasci agire, o peggio la rinforzi, quel “temporaneamente” diventa la tua vita intera.
Il bello della nostra coscienza è proprio questo, che è in grado di sdoppiarsi e guarire altre sue parti, per poi ri-unirsi. A qualcuno succede in modo spontaneo, ma non sapendolo gestire si ritrova ad avere solo diverse personalità che lottano l’una contro l’altra. Se invece lo fai con coscienza, con un pò di pratica puoi risolvere ogni problema la cui soluzione dipende anche da te.
Comunque, la mia non era una critica a Birillo, ho solo ammesso un fatto evidente e che lui aveva già ripetuto più di una volta. Infondo, chi non ha volontà spera solo che qualcuno confermi quella sua idea, e io l’ho accontentato. Naturalmente, spero davvero che lui trovi il coraggio e la volontà per cambiarla.
Ciao Eme 🙂 Anche se ho parlato spesso di farcela da soli non significa che ritengo sbagliato cercare aiuto. Anzi, cercare aiuto è giustissimo, a patto che quell’aiuto non diventi un cuscino su cui addormentarsi, sperando che sia lui a risolverti i casini. Perchè sei comunque tu a doverteli risolvere. Per “volontà” intendo questo. Se tu vai dallo psicologo e non vuoi guarire, nessuno psicologo al mondo potrà mai guarirti. Anche per i farmaci vale la stessa cosa. Senza avere almeno l’intenzione di prendere in mano il primo barlume di volontà, appena si presenta, gli aiuti diventano scuse per non farcela, cuscini su cui dormire, e basta. Se lo capisci e unisci la tua volontà a quella di chi ti aiuta, la depressione avrà una vita molto dura.
Ciao Andrea. Ho letto con grande interesse quello che hai scritto a proposito dell’auto-coscienza; questa meravigliosa facoltà di sdoppiarsi (e di osservarsi) che è tipica degli esseri umani. In effetti la consapevolezza può essere un’arma micidiale. Il problema è che molte persone depresse non hanno il minimo sentore della loro spaventosa autodistruttività. Vivono abbarbicate alla loro malattia ma non ne sono per niente consapevoli; anzi, sono sinceramente convinte di voler guarire. Per me la depressione è stata soprattutto un rifugio; un’evasione; un modo subdolo e autolesionistico per evitare di affrontare la vita. Quando passavo le giornate chiuso in casa; quando me ne stavo tutto il tempo a fissare il soffitto e a meditare il suicidio, non mi rendevo assolutamente conto di essere impaurito. Soltanto a posteriori, dopo avere intrapreso un lungo percorso analitico, ho preso consapevolezza della mia angoscia, del mio autolesionismo, della mia paralizzante paura di vivere.
Però voglio spiegare bene cosa intendo per “sdoppiarsi”. Non intendo dire che dobbiamo crearci una seconda personalità, ci mancherebbe altro! Ma che ci sono cose che facciamo inconsapevolmente e che possono essere usate in diversi modi. Spesso non ce ne rendiamo conto, ma tutti noi abbiamo delle potenzialità molto più grandi di quanto pensiamo. Se nei momenti peggiori c’è una nostra parte che ci tiene comunque a galla, significa che c’è una parte di noi che non è d’accordo con quella che ci tira a fondo. Anche se pare strano, quelle due parti siamo sempre noi, solo che la prima ha bisogno dell’aiuto della seconda e non di entrare in conflitto con essa. In questo senso ci “sdoppiamo” e lo facciamo naturalmente. La parte che ci tiene a galla è quella che sa vedere oltre ed è quella che dobbiamo usare per risalire, quella alla quale dobbiamo credere. Se invece diamo più importanza a quella che ci tira a fondo, non facciamo che creare ulteriore confusione e le conseguenze sono tristemente ovvie. La parte che ci ha tenuti a galla non l’ha fatto a caso. L’ha fatto perchè è la nostra parte più istintiva e sa che è la cosa giusta. Per questo va considerata più dell’altra. Al contrario, l’altra è schiava della confusione, dei preconcetti, delle influenze esterne e di idee che spesso altri ci hanno imposto e che noi abbiamo accettato passivamente. In effetti, pensandoci bene, ci sono tre parti perchè, oltre alle due citate, c’è anche una terza parte di noi che può rendersi conto della differenza tra le altre due, per poi dare la precedenza a quella costruttiva. Queste nostre parti che collaborano siamo sempre noi, non dimentichiamolo, ma siamo noi che ritroviamo, pian piano, il nostro equilibrio.
L’errore di molti è che vogliono andare oltre senza andare oltre, senza osare. Pretendono di risolvere tutti i problemi senza cambiare mezza idea, neanche accorgendosi che è sbagliata. Questo, ovviamente, è impossibile. Se non avessimo niente da cambiare in noi stessi non ci troveremmo neanche in quella situazione, cioè a fondo, perchè quando ti trovi a fondo è sempre a causa di scelte sbagliate riguardo a persone o azioni sbagliate. Se abbiamo subito dei torti, la scelta di quelle persone o situazini sbagliate è stata anche nostra. Se fossimo stati diversi, avremmo fatto altre scelte.
Luna, grazie. La storia che hai raccontato è un esempio perfetto.