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17 marzo e dintorni

Per quanto possa comprendere lo sforzo di alcuni di dare importanza a questo nostro centocinquntenario, facendo leva su qualche maestrina deamicisiana, o qualche giovincello di belle speranze in questa Italia unita solo nel calcio (unica occasione di spontanea e popolare concordia partecipata dal basso), mi permetto di aggiungere una voce critica al coro di forzato, e molte volte ipocrita, entusiasmo (vedi, solo per esempio, il Papa che – dimenticando Porta Pia e il Non possumus – rivendica alla Chiesa Romana la partecipazione all’unità del popolo italiano!)

Ritengo che sia, più che giusto, NORMALE festeggiare un anniversario certamente importante nella nostra storia che sarebbe anche UTILE se non servisse solo ad ammantare di un fatiscente e slabbrato “spirito nazionale” e patriottico, “appiccicato” ad un popolo che nella sporadica esposizione della bandiera (per quelli che lo hanno fatto) cercano, forse, una identità che di fatto non esiste.
A dimostrazione di ciò basti pensare che abbiamo atteso ben 150 anni per ricordarci di un anniversario di cui ci siamo dimenticati, appunto, per ben 150 anni!
Basti pensare che il Museo del Risorgimento Nazionale di Roma prevedeva la chiusura in questi giorni di “Festa Nazionale” (e c’è voluto l’intervento di Striscia la notizia per evitare tale ridicola coincidenza facendoci, inoltre, scoprire come il Vice Direttore di tale Museo fosse del tutto ignorante di cosa fosse mai accaduto il 17 marzo di 150 anni fa – alla pari, d’altronde, della crassa ignoranza, messa in evidenza dalla trasmissione Le Iene, degli “onorevoli parlamentari” su tale “fatidica data” – il tutto con buona pace della Gelmini e della capacità della nostra scuola, pubblica e privata, di trasmettere cultura).

Se, quindi, la nostra classe politica e i rappresentanti apicali della nostra cultura ignorano le ragioni della scelta di questa data, rimane alquanto strano che, con tutto il battage pubblicitario che c’è stato, nessuno si sia preoccupato di far passare l’informazione che il 17 marzo 1861 è stato scelto perché in quel giorno il re Vittorio Emanuele II ha assunto il titolo di re d’Italia davanti al Parlamento (senza, peraltro, preoccuparsi di cambiare il suo numero dinastico).
Tutto qui! Il Centocinquantenario della monarchia sabauda!

E’ chiaro che una “data vale l’altra”; risposta ricevuta a questa affermazione quando, partecipando ad una trasmissione radiofonica, ho fatto presente che sarebbe stao più opportuno stabilire come data “fatidica” il 18 febbraio 1861 (data in cui nel corso della prima seduta del nuovo parlamento italiano si è ratificata l’avvenuta unificazione del nostro paese) oppure il 6 luglio 1861 (data in cui gli ordinamenti legislativi piemontesi sono stati estesi a tutto il territorio nazionale).
La risposta ricevuta (“una data vale l’altra”) serve, tuttavia, a mettere ancora in evidenza il pressapochismo nostrano!

Una ignoranza “tele-guidata”, d’altronde, in quanto la televisione di stato e quella commerciale è troppo intenta a “unificare” la nostra coscienza di cittadini sull’omicidio di Yara o su altri fatti di cronaca, approfonditi fino alla nausea facendo leva sulla morbosità nazionale, piuttosto che volgersi ad analizzare (visto che accade “ogni” 150 anni!) il fondamento sociologico di questa nostra nazione, il senso civico di noi cittadini e quanto questa Italia corrisponda alle aspettative e alle ansie patriottiche di chi è morto per renderla unita.

Non posso evitare, infine, di far cenno – ma solo un cenno – che questi festeggiamenti di Stato sono stati platealmente osteggiati da una parte politica, per di più di governo, che non crede in questa unità e che una opposizione, che surrettiziamente si auto-definisce “patriottica”, si è dichiarata disposta, nella logica del voto di scambio, a offrire a questa parte politica la realizzazione del federalismo al di là di quanto previsto dall’art. 117 della nostra costituzione.

Senza presumere di essere stato esaustivo, basti ricordare in chiusura quanto affermato dal d’Azeglio: “Abbiamo fatto l’Italia; dobbiamo fare gli Italiani!”
Pare proprio che in questi 150 anni non ci siamo preoccupati di fare gli italiani ma ci siamo dati abbastanza da fare per dis-fare l’Italia!

L'autore ha scritto 1 lettera, clicca per dettagli sulla pubblicazione.

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2 commenti

  1. 1
    Rossella -

    Mi sembra eccessivo mettere tanta enfasi in una vittoria priva di contenuti religiosi che non la rendono meno importante. Per carità! Nessuno dice questo. Ma una spiritualità vaga non basta a colmare il bisogno di partecipazione alla vita divina. Lady Diana attraverso madre Teresa di Calcutta ha sentito come il bisogno di avvicinarsi al cattolicesimo perché il suo divorzio aveva sbilanciato il rapporto tra trono e altare. Ricordiamo che il trono continuava a garantire questo ordine voluto da Dio. Si tratta di un personaggio che è entrato nel cuore della gente, ma rispetto ad altre principesse del Regno Unito non è riuscita a razionalizzare il divorzio (perché sentiva questa responsabilità e non trovava nel sovrano regnante la sicurezza che nasce dalla partecipazione alla vita eterna… se avesse conservato i suoi privilegi probabilmente avrebbe patito di meno. Ma sarebbe stato difficile) , dal mio punto di vista, non si è comportata nel migliore dei modi perché agiva in funzione del marito, ma non aveva gli strumenti culturali per trasformare questa inclinazione naturale in un servizio. Ci sono tante altre donne di nobili origini che dividono le responsabilità ed escono dal matrimonio con il Vangelo nella mano destra e lo scettro della loro vita nella mano sinistra. Queste donne riconoscono ad un’altra donna (come peraltro ha fatto anche lei) il diritto di amare un uomo che non vivono però come una proprietà.

  2. 2
    Rossella -

    Il senso di sconfitta nasce da quello. Per questo diciamo che il divorzio è un fallimento. Guardiamo la cosa anche da un punto di vista oggettivo per trasformare la morte in vita. Affidarsi solo alla legge che è scritta dentro di noi può essere pericoloso quando questa legge è scolpita a chiare lettere nella nostra coscienza. Non accetto il tradimento? Il giuramento di fedeltà ha un significato… vorrà dire che andrò avanti per la mia strada e se non avrò abbastanza fede da credere in un dogma imparerò dalle mie cadute.

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