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Se è business, non è cultura

Egregio direttore,

dopo aver insegnato filosofia in diversi licei romani, sono oramai in pensione da qualche lustro.

Della mia vita, prossima ad esaurirsi, mi è rimasta la gioia di aver fatto un lavoro (una missione/passione) che mi ha permesso di  nutrirmi e nutrire tanti giovani con la cultura. Passione che ho trasmesso anche ai miei figli.

Ho fatto questa premessa per testimoniare quanto ritengo importante per un paese la divulgazione della cultura che, affinché sia efficace, non deve avere vincoli.

Nella mia libreria personale, che comprende oltre diciottomila volumi, i libri che hanno lasciato il segno si contano sulle dita di una mano. Anche questo elemento, lo scrivo semplicemente per evidenziare come non mi faccia entusiasmare facilmente da libri qualunque.

Lo scorso mese di aprile, mi sono recato, per la prima volta nel Salento. Inutile e superfluo sottolineare il fascino barocco della Firenze del sud.

Mentre, con mia moglie, percorrevo il centro storico, superata piazza Duomo, ho comprato, da una bancarella, un libro.

La sera, rientrato in albergo, la curiosità era tanta che non ho potuto fare a meno di leggerlo. Sono rimasto sorpreso, piacevolmente sorpreso. Era un racconto scritto bene, letterariamente maturo con una trama coinvolgente e un ritmo degno di un musico.

Il titolo è “La pacifista, il soldato e uranio q.b.” mentre l’autore, a me fino a quel momento sconosciuto, si chiama Pino Cannoletta.

Volevo saperne di più e mi sono recato nuovamente presso la bancarella dove avevo comprato il libro ed ho scoperto che a venderlo era lo stesso autore.

Gli ho chiesto perché non contattasse qualche editore importante considerato il valore dell’opera. Mi disse che aveva spedito il racconto a diverse case editrici ma gli avevano chiesto una compartecipazione in denaro.  

A questo punto, da persona che ha dedicato la propria vita alla cultura mi chiedo: ma la cultura può essere business? Perché se è business non è cultura.

Ma quello che voglio rivendicare è il diritto, per il lettore, a vedersi proporre prodotti di qualità e non libri insignificanti, i cui autori dovrebbero chiedere scusa agli alberi sacrificati.

Per questo motivo Le scrivo questa lettera.

Cordiali saluti

Carlo Alberto Malagodi

Insegnante in pensione.

L'autore ha scritto 1 lettera, clicca per dettagli sulla pubblicazione.

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6 commenti a

Se è business, non è cultura

  1. 1
    Piccola78 -

    Alberto, con tutto il rispetto, anche qui abbiamo il medesimo trio, anche se non altrettanto meritevole. Comunque, che dire? Coraggio! Il talento paga sempre, non sempre in denaro, ma prima o poi, in crocchette. Io mi chiedo, avendo avuto 10 in Filosofia al Classico anche alla Maturità, ma alla fine, questi libri a che portano se non portano alla salvezza dell’anima, e tutti crediamo di averne una, spero.

  2. 2
    Pax -

    Carlo Alberto Malagodi

    bella lettera. Pochi libri ci lasciano il segno, magari raddoppio il numero ed uso le due mani. Ed ognuno ha il proprio universo ed ha segni diversi.

    Ad esempio metto un romanzo su tutti: L’inverno del nostro scontento di Steinbeck. Fra i “saggi” propri od impropri: Il principe di Macchiavelli, ‘inconscio delle masse di Gustave Le Bon ed Il potere di Bertrand Russell. Nel campo della poesia Juke Box all’idrogeno sia nella traduzione della Pivano sia in originale, come le Poesie d’amore di Pablo Neruda lo stesso in italiano o in originale. Ognuno è toccato da spunti diversi.

    E non mi capacito di collegare una bella lettera coma la tua, uso il tu di internet, inventando balle per sommergerci di propaganda religiosa. Spero vi siano altri interventi perché la lettera merita. La cultura può essere businness, perché senza di esso non può raggiungere un gran numero di persone. Ad esempio ho scritto 2 libri di peosa ed alcune raccolte di poesie. un libro a 4 mani con una giornalista svizzera ed uno da solo. Per mia/nostra scelta non sono stati editi, ma sono stati letti da centinaia di persone. Le poesie lo stesso, e nonostante questo sono state tradotte in più lingue. Una è stato oggetto di una tesina alla maturità.

  3. 3
    Rossella -

    Io penso che negli anni si sia sentita l’esigenza di costruire un modello multiculturale. Anche la televisione è molto più leggera. A me non dispiace. Mette d’accordo un po’ tutti, ma sono lontani i tempi in cui teneva incollati al video milioni di telespettatori. Io la guardo molto poco. Non si tratta di una scelta. E’ diventata un’abitudine. Sono molto pochi i personaggi che scrivono un romanzo con la loro vita. Oggi è importante. Contribuisce a tenere in vita il pensiero razionale universale. Il pensiero policentrico mi disorienta. Il resto dipende da noi. Possiamo scegliere.

  4. 4
    Yog -

    Essì, la cultura può essere businezz, eccome! Prenniamo per esempio la narda (con i libri ho picca pratica, ma di narda ne ho praticata tanta, forse 18.000 bocce no, ma un tre-quattromila di sicuro): essa rappresenta l’apice della cultura contadina eppure costa un occhio della testa.
    Quindi il businez v’è, eccome se v’è!
    Perciò il libro lo ha almeno firmato con dedica? Vendeva solo il suo oppure è un commerciante a tutto tondo ancorché policentrico?

  5. 5
    Golem -

    Professore, non si faccia un’idea sbagliata del sito. Siamo tutti così. E inoltre non c’è nessun Direttore. Il posto è vacante.
    Complimenti per la scelta del luogo. Glielo dice un salentino. È una terra di artisti e di folli, come diceva l’otrantino Carmelo Bene.

  6. 6
    V -

    Sollevi un punto interessante. Però, se è vero che un libro può essere cultura, è vero anche che non è possibile affermare che tutti i libri lo siano. Tutti, invece, sono prodotti editoriali, che hanno dei costi da sostenere. Ora, se io fossi un editore, cercherei di non perderci soldi, puntando a prodotti editoriali che non abbiano per forza un valore culturale, ma un appeal sul pubblico. Penso sia umano: se non ti avessero pagato, avresti insegnato?

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