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Viaggio nella psiche dell’indagato: “La volpe” di Andrea Sempio

di Seneca

Nel dedalo irrisolto del caso Poggi, tra faldoni processuali, ricostruzioni tecniche e contro analisi che si rincorrono da quasi vent’anni, esiste un oggetto che non appartiene alla sfera delle prove materiali, ma a quella più sfuggente e complessa del mondo interiore: un disegno. Un foglio, apparentemente innocuo, ritrovato tra gli effetti personali di Andrea Sempio, giovane amico di Marco Poggi, figura marginale nelle prime indagini e oggi tornato al centro dell’attenzione investigativa. Quel disegno raffigura due figure distese su un letto, in una postura intima, e accanto a loro una volpe stilizzata. Un’immagine semplice, quasi infantile, ma che, come spesso accade negli oggetti simbolici, contiene più livelli di lettura di quanti la sua superficie lasci intuire. Per comprenderne il possibile significato, al di là che il disegno non sia stato fatto direttamente da Andrea Sempio come lui stesso ha dichiarato, o invece fosse realmente opera sua, è stato però conservato. Occorre indipendentemente da ciò, collocarlo in un quadro più ampio, storico, psicologico e relazionale, che attraversa l’intera vicenda e che oggi, alla luce dei modelli criminologici più avanzati, può essere interpretato dai magistrati con una profondità nuova. Il delitto di Chiara Poggi è stato fin dall’inizio un caso anomalo: un omicidio domestico senza movente, un quadro indiziario controverso, una condanna definitiva priva di una spiegazione psicologica coerente. La figura di Alberto Stasi è stata giudicata colpevole sulla base di elementi tecnici, ma senza che fosse mai emersa una ragione chiara, un impulso, una dinamica emotiva capace di spiegare l’azione. È proprio questa assenza di movente che ha lasciato aperto uno spazio interpretativo, un vuoto che oggi, con la riapertura delle indagini su Sempio, torna a interrogare la scena del crimine. In un caso in cui tutto è stato analizzato fino all’ossessione, impronte, orari, computer, percorsi, compatibilità, ciò che resta da esplorare è la dimensione psicologica, quella più difficile da afferrare, ma spesso decisiva nei delitti senza movente apparente. È in questo scenario che il disegno assume un valore diverso: non probatorio, ma interpretativo. La volpe che compare accanto alla figura femminile non è un dettaglio ornamentale. Nella tradizione simbolica occidentale, la volpe è un animale carico di significati stratificati: astuzia, seduzione sottile, desiderio trattenuto, osservazione silenziosa, ambiguità emotiva. Non rappresenta la sessualità esplicita, bensì la tensione che precede l’azione, il desiderio che non si manifesta apertamente, la presenza che sfiora senza toccare. È l’archetipo di chi vive le emozioni in modo laterale, obliquo, trattenuto. Di chi osserva più di quanto dica. Di chi sente più di quanto mostri. È l’animale che si muove ai margini, che vede tutto ma non si espone, che desidera ma non rivela. In psicologia simbolica, la volpe è spesso associata a personalità introverse, riflessive, ambivalenti, capaci di nutrire sentimenti intensi senza trovare il coraggio o la possibilità di esprimerli. Se si applica il modello psicodinamico, la volpe può essere interpretata come una proiezione dell’Io osservante, una parte della personalità che vive il desiderio in forma indiretta, simbolica, sublimata. La volpe non agisce: osserva. Non possiede: contempla. Non dichiara: allude. È un simbolo di tensione interna, di conflitto tra impulso e inibizione, tra desiderio e controllo. In molti casi di interesse affettivo non dichiarato, la volpe rappresenta la parte dell’individuo che vive la relazione in modo immaginativo, non reale, costruendo un mondo interno parallelo in cui ciò che non può accadere nella realtà trova spazio nella fantasia. Accanto alla volpe, nella cultura anglosassone, compare spesso il cervo: fragile, timido, vulnerabile, esposto. Da qui nasce la coppia metaforica “fox & deer”, utilizzata in diversi contesti, dalla psicologia pop alla narrativa, fino alle dinamiche relazionali complesse, per descrivere due ruoli complementari: la volpe, più sicura, più strategica, più ambigua; il cervo, più ingenuo, più emotivo, più ricettivo. Non si tratta di categorie cliniche, ma di immagini che aiutano a comprendere relazioni sbilanciate, attrazioni non dichiarate, tensioni affettive che non trovano parole. In molte dinamiche relazionali, soprattutto quelle caratterizzate da asimmetrie emotive, la volpe rappresenta chi osserva e desidera senza esporsi, mentre il cervo rappresenta chi vive la relazione in modo più diretto, più trasparente, più vulnerabile. Se si applica il modello investigativo di David Canter, fondatore della psicologia investigativa moderna, il disegno può essere interpretato come un “comportamento espressivo”, un elemento che non riguarda l’azione criminale in sé, ma la struttura psicologica dell’individuo. Canter distingue tra comportamenti “strumentali” (finalizzati a uno scopo concreto) ed “espressivi” (che rivelano il mondo interno). Un disegno come questo appartiene alla seconda categoria: non serve a ottenere qualcosa, ma a esprimere qualcosa. È un frammento di identità, un indizio della narrativa interna dell’autore, un segnale della sua posizione psicologica rispetto alla figura rappresentata. Dal punto di vista della Behavioral Analysis Unit dell’FBI, il disegno potrebbe essere classificato come un “artifact of fantasy”, un oggetto che appartiene alla sfera immaginativa dell’individuo e che può rivelare la natura delle sue preoccupazioni, dei suoi desideri, delle sue tensioni. Gli analisti della BAU considerano questi oggetti come indicatori della “fantasy life”, la vita fantasmatica che spesso precede, accompagna o sostituisce l’azione reale. Non sono prove, ma mappe. Mappe che mostrano come l’individuo organizza il proprio mondo emotivo, quali figure idealizza, quali ruoli assume, quali simboli utilizza per rappresentare ciò che non può dire. In questo caso, la presenza della volpe accanto alla figura femminile suggerisce una dinamica di osservazione, di desiderio trattenuto, di ambivalenza. La volpe non è un predatore aggressivo: è un animale che si avvicina senza farsi vedere, che studia, che attende. È l’archetipo dell’osservatore silenzioso. In un contesto relazionale, può rappresentare chi vive un’attrazione non dichiarata, chi idealizza una figura, chi si sente vicino ma non abbastanza da esporsi. Se si applica il modello psicodinamico, la volpe può essere interpretata come una parte scissa dell’Io, una componente che vive il desiderio in forma indiretta, simbolica, sublimata. La volpe non agisce: osserva. Non possiede: contempla. Non dichiara: allude. È un simbolo di tensione interna, di conflitto tra impulso e inibizione, tra desiderio e controllo. Il disegno, dunque, non è importante per ciò che mostra, ma per ciò che suggerisce. Non è una prova, ma un indizio psicologico. Un frammento di mondo interno che, se inserito nel mosaico più ampio delle relazioni, degli orari, delle telefonate, delle abitudini, può contribuire a delineare un profilo. Un profilo non accusatorio, ma possibilistico. Un profilo che esplora la possibilità di un interesse non dichiarato, di una tensione affettiva, di un ruolo psicologico “da volpe”: osservatore, silenzioso, ambiguo. In un caso dove tutto è stato analizzato fino all’osso, impronte, orari, computer, dinamiche, forse la chiave non si trova negli oggetti, ma nelle emozioni. Forse la verità, o almeno una parte di essa, non è nascosta in un dettaglio materiale, ma in un dettaglio simbolico. La volpe, con il suo sguardo obliquo e la sua natura ambivalente, potrebbe essere il simbolo perfetto di ciò che ancora sfugge. Non perché indichi un colpevole, ma perché indica un’emozione. E nei delitti senza movente, spesso è proprio un’emozione non detta a fare la differenza tra ciò che appare e ciò che è.

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Categorie: - Riflessioni

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