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Una voce dal coro

Lettere scritte dall'autore  fiorediloto

Egregio Silvio Berlusconi, per me che non mastico, più di tanto, il “politichese” contano più le persone e i fatti che i simboli e le belle parole.
Forse, è per questo che, essere di destra o di sinistra non conta più di tanto… basta agire bene e per il bene della collettività.
In fondo, se analizziamo la parola “politica” vediamo che è desunta dal greco ed è composta da “polis” e “teconè”; che era l’arte di governare la città.
Oggi, non è così!
Fare politica vuol dire pensare, prima di tutto, ai propri interessi.
Lei, invece, mi è sempre sembrato uno che pensa a se ma anche agli altri.
Forse perché, ha iniziato facendo la gavetta e poi, con la politica del “self made man”, è arrivato in alto.
Ora, proprio per questo, le chiedo: “le sembra carino quello che ha detto, a proposito di chi ha perso il posto di lavoro, sostenendo che “non stiano con le mani in mano! ”
Forse, crede che, a chi ha perso il posto, faccia piacere questo stato di cose?
Chi le scrive è una trentottenne che, dopo una serie di contratti a termine, con la stessa azienda, dopo tre anni, a causa di riduzione del personale, non si è vista rinnovare il contratto.
Ora, sono sette mesi che, le posso assicurare, non sto “con le mani in mano”: spedisco un monte di curricula per fax, per e-mail, compro giornali di lavoro, sostengo colloqui, un giorno si e l’altro pure sono al centro per l’impiego.
Non so cosa fare: per i miracoli non sono in grado di farne.
E come me, tanti altri nella mia condizione.
I CPI sono pieni di disperati che le mani le fanno scorrere per consultare le offerte di lavoro.
Ma crede sia facile per chi, come me, ha un’età?
Ormai, grazie agli “ammortizzatori sociali”, le aziende usufruiscono di sgravi se assumono apprendisti, lavoratori in mobilità, disoccupati di lunga durata…
E per noi, cosa c’è?
Eppure, ad un certo punto, con tanta esperienza acquisita, si diventa qualificati; ma allora, a cosa serve?
Questa è una discriminante per il lavoratore che così, si sente frustrato, impotente.
Pochi giorni fa, sul Televideo, ho letto di quell’uomo di 39 anni che si è dato fuoco a Roma, perché aveva perso il lavoro.
Inoltre, aveva scoperto che il suo ex datore di lavoro non gli aveva versati i contributi.
Mi si è freddato il sangue!
A che punto può spingere la disperazione?
Non si può continuare ad ignorare il problema del lavoro; non si deve più arrivare a tanto per avere un diritto, sancito dalla nostra Costituzione!
È ora che si facciano fatti e non parole, caro presidente!

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