Trentenni che decidono di andare a convivere senza un lavoro
Riferimento alla lettera:
Ma sono l'unico che ha notato che parecchi trentenni (anno più-anno meno non fa differenza) attualmente hanno la bizzarra abitudine di andare a convivere e/o sposarsi (e magari figliare) a fronte però della NON autonomia e quindi NON sostenibilità economica (perchè privi di lavoro o comunque sottoccupati)? Non solo, ma...
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Data di pubblicazione: 10 Gennaio 2023
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Ciao Max!
Hai ragione, infatti bisogna lottare affinché gli operai abbiano condizioni lavorative dignitose e una retribuzione adeguata. Ma molte attività manuali hanno retribuzioni superiori ad attività impiegatizie, proprio perché mancano tecnici e operai qualificati, ma tutti inseguono un lavoro dietro ad una scrivania seppur precario.
La cultura e lo studio sono attività sempre utili per migliorare l’individuo. Ben venga se una persona voglia accrescere il proprio intelletto studiando qualunque disciplina, ne giova come uomo. La cultura e la conoscenza sono sempre utili, migliorano il ragionamento e quindi si fanno scelte migliori. Ma non bisogna pensare che conseguire una laurea comporti di diritto una professione intellettuale. Io stesso ho fatto molti lavori umili e manuali, mentre studiavo e non l’ho vissuta come un’ingiustizia.
Sacrosanto il diritto di tutelare i disabili.
Beh ragazzi, i genitori italiani sono una zavorra mentale per i figli. Il discorso “hai studiato e quindi devi cercare qualcosa di rapportato ai tuoi studi” lo fanno loro e lo inculcano loro si figli. Di base, sennò, gli italiani erano e sono ancora adattabili. Basta vedere cosa fanno gli italiani all’estero: pare che all’estero si adattano a fare anche i lavapiatti o a fare 2 lavori. Pare che siano in grado di tirare fuori le palle. Cosa cambia in Italia? Che qui hanno i genitori zavorra che, piuttosto che mandarli a fare i camerieri, passano loro la paghetta a 40’anni. Per me questi sono genitori malati di mente e che non amano realmente i figli, probabilmente percepiscono i figli come una propagazione del loro status, quindi se il figlio/a studiato/a fa un lavoro che non porta status ai genitori, diventa la vergogna della famiglia.
Ditemi se sbaglio.
Ben vengano gli stranieri a questo punto.
Solnze, con questo tuo commento “al sale” hai sostanzialmente ragione. I genitori italiani, nei confronti dei figli, sono generalmente ambiziosi e protettivi fino all’eccesso. Li vogliono laureati a tutti i costi e con impieghi ad alto livello a tutti i costi. Come ho scritto poco sopra, non c’è niente di male nel fatto che un giovane studente o laureato svolga professioni umili, piuttosto che pesare sulla famiglia o sulla collettività e io stesso, come genitore, esorterò le mie figlie, in mancanza d’altro, a fare le commesse o le baby-sitter. Ma una società che non sa valorizzare la preparazione che le persone hanno acquisito ha, secondo me, qualcosa di sbagliato, tant’è che molti nostri “cervelli” vengono assorbiti con profitto da Stati esteri.
Affinché, con le tesi appena esposte, io non appaia un intellettuale snob, mi permetto di dire due parole sulla mia biografia di studio e di lavoro. Io ho frequentato il Liceo Classico e poi mi son laureato in Filosofia. Ovviamente, stante la mia condizione di persona cieca, non avrei potuto fare il muratore o il cameriere. Ho trovato lavoro presso la nostra Biblioteca, facendo il correttore di bozze e redigendo le riviste che pubblichiamo e inviamo ai nostri utilizzatori: mansioni, queste, che hanno, in qualche modo, a che fare con il mio percorso di formazione. Purtuttavia, non ho avuto problemi anche a prestarmi a funzioni più umili come, ad esempio, gestire le punzonatrici che producevano le lastre necessarie per la stampa ad alta tiratura. Ero ben consapevole che il titolo da me acquisito non era fra i più quotati, per cui son stato contento dei risultati che ho raggiunto: un buon compromesso fra realismo e legittime aspirazioni.
Ho sempre visto (soprattutto sul lavoro) che quelli che più si lamentano del fatto che i giovani “non vogliono più fare certi lavori” (lavori manuali si intende, ndr), poi sono i primi che quando tocca ai loro figli li iscrivono alle scuole alte. Leggittimo e giusto, soprattutto perchè i LORO figli saranno senz’altro dei Leonardo da Vinci, mentre quelli degli ALTRI sono tutte delle braccia rubate all’agricoltura! Come no! Come al solito si evince l’italianissima tendenza a fare i fr*ci col cu*o degli altri.
Invece sul fatto che i giovani si adattino a fare certi lavori all’estero piuttosto che in Italia lì secondo me è una stortura culturale dei giovani stessi: dire “faccio il barista in un pub a Londra” o “il cameriere a Barcellona” fa più figo di dire “faccio l’operaio nella ditta del paesello della Bassa Padana”.
Max, non finisco di ammirarti.
@white knight
A Roma non mi volevano neanche per i lavori umili una volta laureata perché per loro ero troppo qualificata o troppo vecchia (trai 25 e i 29 anni). In Scozia mi sono adattata a pulire le camere dell’hotel. Al rientro in Italia? Mi hanno detto di tornare dove stavo perché troppo vecchia e troppo qualificata e che sarei stata un pessimo investimento, poi non sapevano che significa Asperger. Bene ho fatto il biglietto solo andata per Londra. Altro che stortura culturale. Poi a Londra e a Barcellona si migliorano le skills linguistiche e si sta insieme a gente di ogni cultura. Ci sono anche persone che trovano l’anima gemella in queste città. Tipo la sottoscritta. Oppure persone che gli sta stretto il paesello per la mentalità arretrata, tipo il mio collega greco e un ex collega calabrese. Gente che in Italia veniva sfruttata e i guadagni del paesello non reggono il confronto con i guadagni di Londra o Edimburgo.
Grazie Golem, stima più che ricambiata. E sempre grazie, cumulativamente, a coloro che, nei miei pur sporadici interventi, accettano di confrontarsi con me.
@ Ana: concordo sul fatto che in Italia ad essere storta è anche la mentalità provinciale-paesana e che il nostro mercato del lavoro sconta un consistente ritardo e rischia di mancare l’appuntamento con la storia.
Però non mi tornano alcune cose, per esempio: in cosa sei laureata? Chiedo perchè se sei laureata in una materia ambiziosa e richiesta dal mercato del lavoro perchè avresti dovuto fare lavori umili? Non è che magari ti sei laureata in una materia non richiesta dal mercato del lavoro (in quel caso mi spiace ma è un problema tuo, lo sanno anche i sassi che certe lauree fanno solo perdere tempo e non formano).
In più cosa intendi con “mestieri umili”? Perchè per fare le pulizie prendono praticamente chiunque…
Quanto al discorso linguistico e amoroso sono pienamemnte d’accordo con te.
Invece su quello economico… sì ok che lì pagano di più… ma quanto ti costa un monolocale-topaia in zona 5 a Londra? Cioè pagano di più anche perchè lì la vita costa molto di più.
Max, apprezzo molto che ti sei dato da fare e abbia trovato un buon lavoro. Io non sminuisco gli studi umanistici per esaltare solo le materie STEM, scientifiche e tecniche, anzi! La cultura è sempre importante e arricchisce l’individuo. Molte persone che hanno già un impiego, si iscrivono in età adulta all’università per cultura personale, va benissimo. Però, se l’obiettivo dello studio è il lavoro, è assurdo scegliere facoltà che non hanno sbocchi lavorativi. Non ho mai letto un annuncio di un’azienda che cercasse uno storico o un filosofo. Tutte le discipline sono nobili, guai se nessuno studiasse più il pensiero di Kant o la Divina Commedia, ma è assurdo studiarle per un impiego professionale.
I giovani si iscrivono a scienze della formazione perché a ingegneria, che gli garantirebbe il posto di lavoro, dovrebbero studiare noiosissima e complicata analisi matematica. Dopo la laurea daranno la colpa al governo se non trovano un posto di lavoro, mentre le aziende faticano a…
trovare tecnici e ingegneri.
Max, dopo le superiori io volevo iscrivermi a filosofia o storia. Un mio compagno di classe, oggi ingegnere ben piazzato, mi disse:”Vuoi fare una laurea in disoccupazione?” Presi in considerazione le sue parole e andai a lavorare. Lavori umili e calci nel sedere. Poi studiai economia, diventai trader e ora anche addetto SPP.
white knight, sono richieste anche professioni che richiedono titoli di studio: tecnici, ingegneri, contabili. Ben venga quindi se i genitori spingono per scolarizzare i figli, purché si tratti, come ho già detto, di studi utili agli sbocchi professionali. Il mondo oggi è più complicato di una volta e il mondo del lavoro richiede specializzazione.
Io sosterrò gli studi di mio figlio (anche Bocconi), ma se non sarà portato per gli studi, gli farò imparare un mestiere, per esempio meccanico, carrozziere, elettricista. Poi lo finanzierò per aprire un’officina, un laboratorio, un magazzino, quello che serve per mettersi in proprio
@Trader commento n.36: sì sì concordo con te, non mi fraintendere, il mio era uno sfogo da bar contro coloro che polemizzano contro coloro che studiano/hanno studiato, finchè però non tocca ai LORO figli andare all’università (non ho assolutamente nulla contro i laureati anche perchè pure io lo sono =)).
E per quanto mi riguarda uno è pure liberissimo di scegliersi una laurea in qualche materia ad alto rischio di disoccupazione, purchè poi un domani si assuma le proprie responsabilità e non faccia come molti che, col fare indispettito del “genio incompreso” si lamentano che non trovano lavoro o che devono accontentarsi di qualcosa che non centra con i loro studi…
Trader, sostanzialmente concordo con le tue affermazioni, nel senso che credo che la formazione ideale, la più completa, sarebbe quella che prevede studi classico-umanistici alle superiori e poi, all’università, studi tecnico-scientifici. Peraltro, buona parte di coloro che sono annoverati fra i più grandi scienziati della Storia provenivano da una cultura classica, sulla quale poi avevano innestato l’approccio scientifico che li ha resi celebri. Giusto per spaccare il capello in quattro, mi permetto alcune considerazioni. 1. Non tutti sono portati per la matematica o l’ingegneria e chi ha un’intelligenza di tipo diverso deve poterla sviluppare; 2. Laurearsi in filosofia o in lettere non vuol dire solo o necessariamente fare i filosofi o i letterati o i poeti. A parte lo sbocco dell’insegnamento, ma esistono mille possibilità, pur di saperle cogliere: il giornalismo, la correzione di bozze, il mondo della comunicazione ecc. Tutti ambiti, questi, nei quali certe capacità contano.
Quando parlavo di aspettative deluse mi riferivo al laureato che per tutta la vita è costretto a fare il netturbino, ma al di là di questi casi limite, anch’io dissento profondamente da tutti coloro che partono con aspirazioni grandiose, senza minimamente scendere a compromessi. Mi è capitato di conoscere persone che, in forza della loro laurea, rifiutavano perfino di andare a prendere un foglio dalla stampante, nonostante servisse a loro, e pretendevano che venisse loro portato da chi era, o ritenevano che fosse, di grado inferiore. Mi è capitato, altresì, di incontrare persone che hanno rifiutato lavori simili al mio, perché ritenevano di avere il diritto di entrare nell’insegnamento, meglio se universitario, o di entrare in un’azienda già in qualità di dirigenti, solo perché laureati. Insomma, in questa, come in tutte le altre cose, ci vogliono buonsenso e misura: Le migliori ricette contro i fallimenti e le frustrazioni evitabili.
@Max
Ho due lauree: una in turismo e una al conservatorio in Pianoforte. Qui a Londra ho preso un master in Business Administration. Adesso lavoro in un ufficio finanziario vicino Canary Wharf. Abito in una zona turistica. Guadagno abbastanza da permettermi un one bedroom flat (basement flat) grandissimo in zona 1 (ovvio con mio marito, sola non potrei), andare in palestra, e fare vacanze a Punta Cana. E in un palazzo del 1860 con i muri spessissimi, niente muffa, niente topi. Siamo solo io, mio marito e la gatta. A breve comprerò casa, ma non potrei permettermi nella zona dove abito adesso. A meno che non mi capitasse una botta di culo.
Max, i tuoi studi umanistici hanno sicuramente contribuito a renderti la persona speciale che sei, oltre alla tua indole e propensione naturale. Un mondo in cui si incentiva solo lo studio finalizzato al mercato del lavoro attuale (come sta accadendo oggi) è un mondo che non sa guardare oltre il qui ed ora, in cui l’individuo ha valore solo come produttore e consumatore, e tutto ciò che è arte, cultura, Bellezza fine a sé stessa è considerata superflua. Il mondo di Orwell o Huxley.
No, grazie.
Aggiungo, che avendo avuto un percorso molto simile al tuo, apprezzo ogni tua singola parola, comprese quelle riferite all’arte del sapersi arrangiare anche con tre lauree in tasca. Penso però, che per avere una vita soddisfacente, alzarsi al mattino e fare un lavoro che si ama è forse la condizione necessaria per poter essere appagato.
P. S. Ma che perdita sarebbe stata se Barbero avesse studiato ingegneria anziché lettere? Evviva i perditempo non portati per la matematica eh eh! (Che poi, la matematica è molto piú interconnessa alla filosofia di quanto si immagini).
Sulla Matematica insistono ancora sciocchi pregiudizi che ne limitano la profonda bellezza che, appunto, proviene proprio dalla base filosofica dalla quale nasce. Questo perchè i più si fermano all’uso mnemonico delle regole aritmetiche e algebriche e pochi arrivano ad apprezzare il piacere dell’Analisi e dello studio delle Funzioni, che mostrano la “verità” in maniera inconfutabile. Io stesso sino alle superiori non riuscivo a trovare nessun piacere nella ripetizione pedestre di quelle regole algebriche senza vederne un risultato pratico, non sapendo che in realtà stavo osservando il funzionamento di uno “strumento”, e non il risultato dell’uso di questo. Solo con l’Analisi Matematica capisci la funzione di quegli “strumenti” e gli obiettivi che si possono raggiungere nella modellizzazione di fenomeni fisici. Tanto per dire, risolvere una struttura portante edilizia sulla carta, dimensionando travi, colonne e mensole (balconi) è una goduria per chi sa “vederne” l’insita bellezza. Per certi versi non distante dalla Poesia.
“Ma che perdita sarebbe stata se Barbero avesse studiato ingegneria anziché lettere? Evviva i perditempo non portati per la matematica eh eh!”
Che perdita sarebbe stata se gli ingegneri e in generale gli scienziati che hanno fatto scoperte e invenzioni, avessero invece studiato lettere? Saremmo ancora nel medioevo a zappare la terra, non a studiare. Quindi bisogna ringraziare loro se oggi il benessere ci consente di studiare lettere.
Sono importanti anche l’arte, la filosofia, la letteratura, sono tutte discipline nobilissime, anch’esse distinguono l’uomo da un’animale. Ma saresti della stessa opinione se casa tua o il viadotto che stai attraversando fossero stati progettati da una persona che non sa fare i calcoli strutturali, ma che conosce bene la Divina Commedia? Se stai male e nessuno studiasse medicina?
“Un mondo in cui si incentiva solo lo studio finalizzato al mercato del lavoro attuale…”
Si vede che non hai bisogno di mangiare. Forse ti nutri di poesia o forse…
hai le spalle coperte e disprezzi chi non ha tempo da dedicare alla lettura di un buon libro, perché lavora. Disprezzi, come Berchet, l’insensibile l’ottentotto.
Alle superiori chiedemmo ad un nostro compagno di classe, che ora è direttore responsabile di due dei quattro reattori di una centrale nucleare nella Repubblica Slovacca o Ceca, se faceva con noi un’attività post scuola. ci rispose:”Nella vita l’importante è non morire di fame. Queste iniziative sono bellissime, ma ho già l’impegno del conservatorio e quest’anno abbiamo l’esame di maturità”.
Suzanne, la vita non è percepire duemila Euro al mese lavorando tre ore seduti dietro una cattedra e passando il resto del tempo ai Caraibi.
“la matematica è molto piú interconnessa alla filosofia di quanto si immagini”
Lo sappiamo. La matematica portata all’estremo diventa filosofia.
Nel milanese si dice: Pasticcere, fa’ il tuo messtiere. Quindi è importante che ci siano i filosofi, o comunque le persone che svolgono mestieri più teorici, così come è importante che ci siano i matematici e gli ingegneri. Il problema a mio avviso non è stabilire chi sia più importante e chi meno, ma fare in modo che nella società ci sia posto per tutti. Peraltro, se fossi stato vedente, probabilmente avrei puntato a un percorso di istruzione multiforme, magari con un liceo classico seguito da una facoltà tecnico-scientifica. Peraltro, come già ho rilevato, molti di coloro che si sono affermati in ambito scientifico provenivano da studi superiori umanistici, quindi le cose non debbono per forza porsi in termini di netta alternativa. Un cervello senza gambe non va da nessuna parte e delle gambe senza un cervello non sanno dove vanno. Ma oramai l’ho capito, voi due, Trad & Suzie, la parte degli avversari dovete farla per forza, come Sandra e Raimondo.
In realtà il problema degli ingegneri odierni, in linea di massima, è proprio quello di avere scarsa cultura umanistica.
Io non dimenticherò MAI il preside della mia modesta scuola professionale per disegnatori industriali: l’ingegner Luigi Straneo. Un gigante culturalmente, che periodicamente ci faceva sentire musica classica e vedere film del neorealismo italiano. Senza contare la qualità degli insegnamenti, che mi hanno dato una base ingegneristica che molti miei colleghi architetti se la sognano dopo 40 anni di professione. Quegli “stimoli” di cultura umanistica, apparentemente lontani dalle materie scientifiche che prevalevano nella didattica, me li sono ritrovati come strumenti per affinare la sensibilità ed avere una visione più ampia dei problemi, anche in ambito esclusivamente tecnico. Infatti gli studi di architettura ne hanno giovato moltissimo, anche perche quella facoltà spazia in modo “orizzontale” tra tecnica e umanistica, e la sensibilità per un architetto è sostanziale per una professione seria.》
》Poi gli ingegneri “moderni”, proprio per la visione “tubolare” e unidirezionale che tendono ad acquisire, si sentono portatori di verità assolute che frequentemente li rende presuntuosi.
Ricordo un episodio significativo nel mitico Politecnico di Milano, quando, attardatici per una lezione in una delle aule di ingegneria, all’uscita ci beccammo le invettive degli ingegnerini, che ironizzavano sulla inutilità degli architetti. Io che oltre ad essere di “antico pelo” -avendo il doppio degli anni degli studenti normali- godevo di un carattere ormai noto anche a chi legge, replicai senza scompormi che: “sì, sarà anche come dite voi, che vi date tutta ‘sta importanza, ma il fatto è che a diventare famosi siamo noi, come mai?”. Colpiti e affondati.
Un architetto studia Statica ma anche Architettura Sociale, Scienza delle Costruzioni ma pure Storia della Città e del Territorio e persino Sociologia, esami che ho fatto; un ingegnere gli aspetti umani li sfiora appena, limitandosi a quelli fisici e matematici, che non bastano se operi, come operi, nella Società.
Ottimo, Golem, ben detto! Hai espresso in modo più compiuto e fondato quello che io cercavo di spiegare sulla base del mero buonsenso. Così facendo hai maggiormente sviluppato il mio ultimo commento, che si può leggere immediatamente prima del tuo. E già che ci siamo,k piccola freddurina gastronomico-professionale. Qual è il piatto preferito dagli avvocati? La pasta alla… Grisham!
Però si perde di vista la base della società moderna, che si può riassumere nella parolina magica “MERCATO”.
La difficoltà delle materie umanistiche di trovare un certo sbocco è perchè di fatto manca loro un MERCATO di sbocco. A parte l’insegnamento e qualche impiego secondario nel mondo della comunicazione e della cultura, personalmente non vedo “grandi” campi di impiego. Salvo che l’umanista in esame non sia anche particolarmente dotato sotto il profilo creativo, al che una formazione umanistica può addirittura fungere da catalizzatore, ma si parla dell’1% della popolazione.
Quindi prima di intraprendere un’avventura didattica e poi professionale bisogna sempre pensare al potenziale mercato che se ne può sviluppare.
E’ un consiglio che dò agli umanisti o aspiranti tali, e così dovrebbero fare anche quei falliti dei professori di liceo che in V superiore all’oirientamento sanno soltanto consigliare ai ragazzi “fai ciò che ti piace e non curarti del futuro”…
E’ vero che la preparazione umanistica dà gli strumenti per applicarsi anche a materie scientifiche. Il mio prof di economia aziendale raccomandava di soffermarsi sul significato delle parole per capire il testo di ragioneria. E’ tutto nelle parole.
Io feci un ibrido tra liceo scientifico e tecnico. Essendo una classe di maschi, frequentavo gruppi del liceo classico, dove abbondavano le ragazze. Quelle studentesse erano più colte ed educate di quelle dell’istituto tecnico femminile e delle magistrali. Quindi non si dica che disprezzo le materie umanistiche. Piuttosto, i professori del liceo classico raccomandavano di non frequentare gli “esseri inferiori” degli istituti tecnici.
Faccio però una considerazione alle vostre osservazioni. Se consideriamo gli studi classici come propedeutici per gli studi tecnico scientifici, attribuiamo un ruolo ancillare alle discipline umanistiche. Torniamo allora al punto di partenza: studiare lettere al fine di erudirsi in letteratura è inu