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Due tipi di Invidia

di Marquito

Comincio prendendo spunto da due vicende a cui ho assistito personalmente. La prima riguarda un impiegato di banca dotato di notevole intelligenza, che stenta dannatamente ad affermarsi dal punto di vista professionale. Quest’uomo nutre una profonda invidia nei confronti di suo cugino, che pur essendo più giovane di lui è già riuscito a diventare direttore. Lo spirito di emulazione, la convinzione di valere più del suo collega, lo spingono a fare degli enormi sacrifici ed a moltiplicare gli sforzi per raggiungere una qualifica adeguata alle sue capacità. Va a lavorare in una piccola filiale della provincia di Grosseto e con ammirevole tenacia riesce a conciliare le esigenze professionali con quelle familiari. Alla fine i suoi sforzi vengono premiati e riesce a diventare direttore di banca come suo cugino.
La seconda storia riguarda un mio coetaneo, che ha collezionato una serie impressionante di delusioni sentimentali. Quest’uomo nutre un’invidia devastante nei confronti di tutte le persone che sono riuscite a formare una famiglia felice. A un certo punto decide di reagire “razionalizzando” la sua invidia. Si atteggia a cinico e a misogino, elabora un’ ideologia perversa secondo cui l’amore è soltanto un’illusione e rompe i ponti con tutti quegli amici che sono riusciti a realizzarsi dal punto di vista sentimentale. Vive costantemente nell’odio e nel rancore; sfoga la sua rabbia diffamando le persone felici e tentando di seminare zizzania all’interno delle coppie.
Queste storie dimostrano che esistono due tipi di invidia ben distinti. La prima rappresenta un’energia potentissima, che ci spinge costantemente a combattere e a lottare per migliorare la nostra condizione. La seconda (assolutamente patologica) serve soltanto e unicamente ad avvelenarci il fegato.
Nessuno di noi può dirsi completamente immune dall’invidia. Chi afferma di non avere mai provato invidia dimostra soltanto di essere un ipocrita, oppure (nella migliore delle ipotesi) di avere una scarsissima conoscenza di sé. L’invidia, come la rabbia, deve essere riconosciuta per quello che é: un sentimento naturale potenzialmente distruttivo, che può essere canalizzato nel modo giusto e utilizzato per conseguire degli scopi positivi.

L'autore ha condiviso 4 testi sul nostro sito. Per esplorarli, visita la sua pagina autore Marquito.

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Categorie: - Riflessioni

16 commenti

  • 1
    Kid -

    Ed a volte per taluni , l’invidia è un sentimento completamente
    sconosciuto.
    Il senso di giustezza ,etica , lealtà civile , muove le loro azioni ,senza che gli immeritati o meritati vantaggi di altri , costituiscano alcuna forma di invidia o delusione personale .
    Semmai prendono atto che vengono diffusi modelli sbagliati e che azioni riprovevoli sono diffusamente giustificate in quanto , di fatto , non portano ,quasi mai, ad isolarne l’autore, nè hanno alcun motivo per curarsi della vita , ancorchè felice ,degli altri o individuare modelli materialistici ,artefatti ed artificiali da emulare .
    Essi , vivono di cose semplici , offrono semplicità e purezza di intenti e la loro forza interiore è data dal sentirsi in armonia con se stessi , per avere fatto o cercato di fare , anche nell’inevitabile ledere l’altrui sfera , la cosa giusta nella maniera giusta , sempre e per sempre a viso aperto.
    Quasi mai o raramente, verranno ripagate allo stesso modo, nel corso della loro vita .Spesso , non avranno neppure la stima altrui , perchè
    contrarie alla logica della furbizia , dell’opportunismo , del vantaggio fine a se stesso.
    La dignità è cosa rara oggi e non ha, del resto ,piu’ alcun valore sociale. Conta il successo di facciata , piu’ spesso.

    Pertanto , nutro profonda stima , per chi si è sempre offerto in maniera corretta e capace,in qualunque campo , e ha , malgrado tutto , collezionato insuccessi. Se questo avesse cambiato il suo modo di vedere le cose , non posso fargliene una colpa . E’ solo un bagaglio della sua esperienza e non si dovrebbe giudicare una persona, come giusta o sbagliata , a causa delle sue ,incolpevoli,sofferenze e delusioni.
    Del resto , rinunciare costa molto e maggiormente vivere andando contro se stessi e le proprie naturali aspirazioni.
    Preferisco condannare i modelli sbagliati e le persone che li condividono come perbenisti di facciata e squali veri sotto la pelle .
    Perchè chi soffre per una qualsiasi e vera ingiustizia e da questo nascono le sue frustrazioni e rinunce ,è di fondo una persona per bene, che ,probabilmente ,mai avrebbe messo in atto , cio’ che ,invece , ripetutamente puo’ aver subito.

  • 2
    Mariù -

    L’invidia non farebbe parte dei sette peccati capitali se non fosse una cosa negativa. Vivere all’ombra di un altro non piace a nessuno,ma non tutti decidono di lottare per raggiungere quell’altro e non per sé stessi. L’invidia è un peccato e un sentimento negativo: tutti dovremmo cercare di eliminarla,e non di “canalizzarla nel modo giusto”.

  • 3
    Marquito -

    Ognuno è libero di credersi un santo e di auto-incensarsi pubblicamente, soprattutto se questo fatto contribuisce a incrementare la sua traballante autostima. L’autocoscienza, d’altro canto, è un traguardo che comporta tantissimi sforzi e molti sacrifici.
    Di fronte ai sentimenti negativi e potenzialmente distruttivi come l’invidia, possimo reagire in due modi completamente diversi. Possiamo praticare l’autosuggestione, convincerci di esserne completamente immuni e di essere immensamente, sommamente virtusosi … Oppure possiamo prendere atto che l’invidia esiste, che fa parte della natura umana e che anche a noi può capitare di provarla, e cercare di sfruttarla come carburante per accrescere le nostre potenzialità. Questo era il senso del mio ragionamento, condiviso da migliaia di psichiatri e di psicoterapeuti. Buona serata a tutti.

  • 4
    L'ottavo peccato capitale -

    Perchè tirare in mezzo i peccati capitali….perchè infilare la religione in una lettera che parla di uno dei sentimenti più umani, naturali, normali e non necessariamente negativi della Terra?
    Anche la gola è un “peccato capitale”.
    Allora condanniamo le persone cicciotte che al ristorante, in casa propria, in mensa fanno il bis se non il ter e (a detta di tutti) danno tanta allegria (le note contraddizioni del sistema)?
    Anche l’ira è un peccato capitale. Allora condanniamo il poveraccio che, di fronte ad un’ingiustizia, sbraita e reagisce anzichè allontanarsi a testa bassa massaggiandosi le chiappe doloranti?
    Per me, molto semplicemente, l’invidia è uno stato d’animo in grado di assumere connotazioni positive o negative a seconda di come la si indirizza:
    -a vantaggio di sè: autospronandosi.
    -contro di sè: macerarandosi.
    L’invidia può portare ad un miglioramento a cui la semplice ammirazione può non portare. L’ammirazione è statica, è contemplativa. L’invidia è dinamica.
    Invidiare e combattere per portare sè stessi verso un traguardo che si sente proprio ma da cui si è lontani non significa necessariamente calpestare tutti per raggiungere quel traguardo e dare uno spintone all’invidiato per fottergli il posto.
    Saper condividere il traguardo per cui si lotta è la miglior prova della propria capacità di stimare (nel senso di valutare) sè stessi e le proprie capacità, della propria capacità di non dover calpestare i “concorrenti” per primeggiare potendo essere primi in mezzo ad altri primi.
    Poi c’è chi invidia con rancore e parte ribaldamente alla conquista di ciò che non può che essere suo suo suo e solo suo perchè teme la concorrenza di chiunque e travolgerebbe persino un neonato nella carrozzina pur di arrivare primo.
    Poi c’è chi invidia, non fa un tubo per spostarsi dalla situazione in cui vegeta, e si limita a mandare accidenti ed invettive ad un presunto destino avverso e ad un gruppo indistinto di furbi e volponi.
    L’invidia può dare ottimi risultati a sè stessi e a chi ci circonda se gestita in modo sano ed equilibrato.
    (E basta con ‘ste infiltrazioni di Catechismo su……).

  • 5
    Kid -

    …Tralasciando il superfluo , per rimanere in argomento , vorrei aggiungere che esiste , tuttavia, un equilibrio personale in cui l’esplicazione della propria autostima non è subordinata al raggiungimento di un risultato ed in cui si vive per se stessi e non per “essere come” o “non essere come” qualcun altro.
    Pertanto , cade il presupposto dell’invidia , e cioè il paragone tra se stessi e un terzo soggetto.
    Se il soggetto del primo esempio , avesse raggiunto quel risultato , non solo sapendo di meritarlo oggettivamente ma considerando che ogni tassello aggiunto per il raggiungimento dell’obiettivo , era frutto esclusivo della sua capacità , non avrebbe avuto nulla da invidiare ad un immeritevole di pari livello. Infatti saprà ,con certezza ,di saper fare bene il proprio lavoro , per meriti personali.
    Avrebbe spostato l’attenzione dal “Io voglio essere come lui perchè lo merito piu’ di lui ” al “So’ che esiste , in ogni campo , chi ha la strada spianata ma al sottoscritto interessa essere stimato per quanto vale. Prima o poi i risultati arriveranno per mio esclusivo merito e competenza”.
    In questo caso , proprio dalla consapevolezza che , sempre e comunque , ed in qualunque campo , ci sarà sempre qualcuno che brucerà immeritatamente o anche meritatamente , perchè piu’ capace , le tappe , nasce una spinta positiva in se stessi , volta a voler valorizzare le proprie ed esclusive capacità senza termini di paragone prettamente soggettivi e la frustrazione conseguente.
    Con la differenza che l’invidioso che raggiunge il risultato , domani
    invidierà qualcosa e qualcun’altro. Chi lo farà con quella consapevolezza , non avrà niente da invidiare a nessuno.
    Diverso è il secondo caso , per me neppure paragonabile al primo , in quanto legato a variabili e circostanze che dipendendo fortemente dall’altrui “volontà “, prescindendo anche dai propri meriti ed impegno personali.
    In questo caso la frustrazione puo’ , indubbiamente , essere maggiore
    ma ,in nessun caso , la negazione della propria felicità puo’ essere vinta dalla propria spinta personale se non è , contemporaneamente , supportata da un evento , assolutamente casuale , che funga da collante tra la propria delusione e la propria rinascita .
    E l’evento è un incontro con qualcuno che , finalmente , colmi quel vuoto. Eventuali ,altre vie , anche il “canalizzare” sono solo un palliativo.
    Viene spesso suggerito di pensare piu’ a se stessi , in una fase di lutto-emotivo dovuta agli strascichi di una storia finita.
    Indubbiamente , questo è un passaggio utile , per non abbandonarsi al proprio dolore e rinchiudersi in se stessi ma è solo un passaggio e la conseguente apertura verso l’esterno non è sufficiente ed appagante se non si concretizzerà nella soddisfazione,attraverso un nuovo incontro ,dei propri bisogni , che tuttavia potrebbero ben essere piu’ realistici e meno idealizzati. Soprattutto in questo caso l’invidia è totalmente inutile, perchè in nessuna relazione esiste la garanzia del lieto fine.

  • 6
    Marquito -

    @ Ottavo Peccato:
    Ti sono infinitamente grato per avere compreso il senso della mia lettera. Ovviamente il problema che ponevo era un problema di consapevolezza. Gli invidiosi peggiori sono quelli che negano di esserlo e che non hanno il minimo sentore della loro invidia (è a questa categoria di persone che mi riferivo con il mio secondo esempio).
    Ho conosciuto persone la cui invidia era chiaramente percepibile da tutti tranne che da loro stessi. I “negazionisti” possono adottare due tattiche ben diverse. La prima consiste nel rimuovere i sentimenti negativi, convincendosi di essere buoni, onesti e virtuosi. La seconda (ancora più insidiosa) consiste nel razionalizzare la loro invidia, convincendosi di disprezzare l’oggetto del desiderio (l’eterna storia della volpe e l’uva).
    Chi è consapevole della propria invidia ha maggiori possibilità di addomesticarla e di tenerla a freno, ma soprattutto ha maggiori possibilità di veicolarla in una direzione positiva. Il mio primo esempio (si tratta di un mio parente) dimostra che l’invidia può essere impiegata in modo costruttivo e che può contribuire al miglioramento delle proprie condizioni morali e materiali.
    Quello che è certo è che l’invidia rimane ancora oggi un pericoloso tabù ed i motivi sono facilmente comprensibili. Chi ammette di essere invidioso ammette di trovarsi in una posizione di inferiorità rispetto allla persona invidiata. Non tutti hanno l’onestà intellettuale necessaria per farlo.

  • 7
    cuoreeanima -

    Beata me che non invidio nessuno….. Hehehehhe
    Bhè magari in questo periodo un pochino si …quelli che sono pieni di soldi e non si devono chiedere se l’azienda ce la fara’ in questo periodo di crisi…ma questo pensiero non è esclusivamente egoistico …a volte mi capita di pensarci anche perche mi peserebbe lasciare molta gente senza un lavoro.
    Per me la gente invidiosa sta male e basta.
    Ho un’amica che ha tutto, un bel ragazzo, una bella casa, tanti soldi, lei è molto bella (solo fisicamente perchè il carattere…mio dio…) Eppure… Si capisce benissimo che è una persona molto invidiosa…e io dico che non è felice.
    Poi non è l’invidia che ti spinge a migliorare la tua posizione o riuscire nel lavoro…quello secondo me si chiama orgoglio…

  • 8
    rossana -

    Marquito,
    rispetto al tema proposto, la mia posizione è simile a quella di Kid.

    credo non sia questione di negazionismo, di veicolazione o di razionalizzazione ma di rapporto fra sè e il mondo. una persona centrata più su di sè che sul confronto è meno portata di altre a nutrire invidia.

    di certo gioca anche l’autostima, che a volte può essere del tutto indipendente dai risultati raggiunti. a qualcuno può bastare la convinzione di aver fatto del proprio meglio, pur essendo consapevole di essere incappato anche in errori difficili da evitare…

    perchè, poi, invidiare gli altri, se si è consapevoli che dietro ogni persona apparentemente felice e realizzata coesistono quasi sempre problemi di varia natura che non è dato conoscere. nessuno al mondo ha tutto quello che desidera: esiste sempre una falla, un ricordo doloroso o anche soltanto una semplice frustrazione per qualcosa o qualcuno che viene a mancare…

  • 9
    Ottavo peccato capitale (per concludere) -

    Comunque, ignorando il superfluo, credo che ci siano situazioni in cui l’autostima, la conoscenza delle proprie capacità e della propria competenza non siano atte a frenare l’invidia.
    Esempi? A iosa. Ad esempio l’invidia verso chi abita in Paesi in cui il clima è mite e nessuno è terrorizzato dalla presenza della bolletta del gas nella cassetta della posta, dell’invidia verso chi abita in Paesi in cui i proventi di tasse e imposte sono effettivamente reinvestiti in servizi pubblici, dell’invidia verso chi abita in Paesi in cui le persone che vanno in pensione riescono a “godersi” almeno un terzo di quanto gli è stato letteralmente estorto durante la carriera lavorativa e non sono trattate come mendicanti mantenuti dai giovani, dell’invidia verso chi abita in Paesi in cui il carico impositivo e contributivo non oscilla tra il 70/80% di quanto viene parcellato .
    O siamo tutti proseliti del fu Padoa Schioppa e sventoliamo lo striscione “le tasse sono bellissime !!!!”?
    Potrei andare avanti all’infinito. Ma ogni singolo punto verrebbe sistematicamente demolito perché lo scopo del forum sembra essere passato dal confronto allo scontro a tutti i costi. Atteggiamento ridicolo ma evidente.
    E’ veramente difficile essere immuni dall’invidia. Pare, però, che sia ancora più difficile ammettere di non esserne totalmente immuni.
    Una fitta allo stomaco scappa a chiunque…..negarlo equivale all’asserire “intanto volevo scendere” affermato da chi cade da cavallo.
    Io non vedo nulla di strano né di negativo nel provare invidia nel momento in cui questa non porta a calpestare gli altri e a rubare ciò che, probabilmente, spetterebbe di diritto se le proprie capacità venissero apprezzate anche dagli altri oltre che da sé stessi. Oppure a calpestare sé stessi arenandosi in un mare li livore, rancore in cui, pur nuotando, non si arriva da nessuna parte.

  • 10
    rossana -

    Marquito,
    concordo con te che soprattutto in questa epoca ci siano molte persone malate d’invidia, che può essere canalizzata in positivo o volgersi al distruttivo.

    di recente, grazie a confronti su questo sito, sono quasi arrivata a comprendere perchè non mi riesce di provare odio, cosa abnorme secondo la mia psicanalista d’un tempo, di cui nemmeno lei era riuscita ad approfondire la ragione e di cui mi era rimasta curiosità.

    ho accennato a questo argomento fuori tema, per insistere sul punto di vista che possono esserci persone non dico immuni dall’invidia ma poco inclini ad essa, forse anche per inconscio autocontrollo, come hai precisato tu.

    nel mio caso (sai che amo discutere ma che rispetto qualsiasi punto di vista a condizione che sia espresso in modo pacato) il tuo post mi ha indotta a riflettere e mi sono ricordata di due momenti in cui ho provato invidia.

    una prima volta è stata quando mio marito, in gran parte per merito mio, ha avuto successo in una mostra d’arte senza riconoscermi il contributo che vi avevo apportato; l’altra, più penosa, quando il mio amante ha portato con sè la moglie in Giappone lasciando a me il compito di organizzare il loro viaggio…

    sofferenza in entrambi i casi, con la spiacevole sensazione di non essere apprezzata quanto secondo me avrei meritato.

    ci saranno stati, forse, anche altri momenti che non ricordo, di certo meno significativi e quindi maggiormente destinati all’oblio. ti assicuro, comunque, che non devono essere stati per niente numerosi…

  • 11
    Marquito -

    @ Rossana:
    Ciao. Non ho mai dubitato del fatto che ci siano persone meno inclini all’invidia di altre; ho detto soltanto che l’invidia è un sentimento fra i più umani e fra i più naturali e che soltanto un angelo potrebbe affermare a buon diritto di non averla mai provata. Il mio discorso verteva sulle strategie che vengono messe in atto per arginare questo sentimento doloroso. Ritengo che la razionalizzazione sia la più pericolosa, anche perché comporta una notevole disonestà intellettuale.
    Anche io sono stato in analisi e la mia analista ha riscontrato una curiosa incapacità di rimuovere e di razionalizzare i sentimenti negativi :-))
    Per quanto riguarda l’invidia l’ho conosciuta molto bene quando soffrivo di depressione ed ero praticamente immobilizzato a letto. La depressione mi ha arrecato delle sofferenze indicibili e in quel periodo terribile, lo ammetto senza alcun timore, ho invidiato intensamente le persone che non erano affette da quella malattia invalidante.

  • 12
    LUNA -

    Ciao 🙂

    Ho trovato molto interessante il post di Marquito, il centro del quale mi sembra piuttosto la gestione delle emozione negative piuttosto che un’apologia delle emozioni negative. Non mi sembra neanche una “tesi” la sua, quanto piuttosto un’interessante osservazione delle dinamiche umane (certamente molto vaste) prendendo degli esempi concreti.
    Che le emozioni “negative” esistano, quanto quelle “buone” mi sembra un dato ovvio.
    Personalmente credo, come Marquito mi pare di capire, che l’ammettere le proprie emozioni negative sia molto più sano che negarle.
    Spesso se accettiamo una nostra emozione negativa, di qualsiasi genere, essa può anche sciogliersi come neve al sole, o dirci come stiamo noi in quel momento. in cosa ci sentiamo stonati con noi stessi o in una situazione, cosa stiamo proiettando all’esterno e offrirci l’occasione per guardarci dentro in modo propositivo.
    Trovo interessante anche l’osservazine che è difficile ammettere l’invidia non solo in quanto sentimento negativo, ma anche/soprattutto per il suo comune significato di “mi sento meno di te in qualcosa che tu hai e io no”. Insomma, l’invidia sarebbe una dimostrazione di mancanza di autostima che eleva l’altro ad una posizione superiore. “Se io ammettessi di invidiare qualcosa che tu hai significherebbe dire che mi sento frustrato rispetto a te”.
    In realtà non è sempre così. A volte significa anche solo: io mi sento frustrato rispetto a me, ma posso essere in grado di capire perché o semplicemente di accettare il mio senso di frustrazione. Anche, in alcuni casi, la mia diversità o accettare ciò che di me non posso cambiare, ma quali siano invece i miei punti di forza.
    Esiste una fase, la pubertà, in cui ad esempio credo che sentimenti di confronto/”invidia” siano molto naturali, e fanno parte in realtà della ricerca/costruzione della propria identità. Gli adolescenti vedono spesso gli altri, in un gioco speculare, come migliori: più alti, più magri, più “formati”, più abili, più sicuri, più loquaci, più spigliati ecc. Spesso questo tipo di “invidia” è assolutamente silente, altre volte si manifesta con chiusura o aggressività.
    Non a caso credo che pochi di noi tornerebbero volentieri ad avere 12 anni, che nelle foto di allora si vedano fighi o sfigati poco importa.
    Non so per quale ragione ci sia lo stereotipo che l’invidia investa sempre qualità materiali o superficiali: l’auto più costosa, il successo, le tette più grosse.
    A parte il fatto che spesso queste sono “proiezioni”, in realtà penso all’esempio della donna che ha difficoltà ad avere figli o sta rielaborando il lutto biologico di non poter averne. E’ abbastanza naturale direi (non è successo a me ma l’ho visto succedere) che, finché costei non ritrova la sua pace, provi una fitta di dolore nel vedere donne incinte, passeggini, madri felici. La sua non è un’invidia cattiva, è il dolore di un desiderio frustrato. Il suo momentaneo “sentirsi meno” non è un sentirsi meno rispetto ad un’amica,

  • 13
    LUNA -

    una sorella, una sconosciuta con il pancione. Non prova cattiveria nei confronti di donne che in quel momento sono incinte. Prova però una serie di sensazioni molto umane e contrastanti, un tormento che può essere definito negativo in quanto fa male, ma non, in una visione psicanalitica, “giusto o sbagliato”, semmai più o meno funzionale.
    Mi sembra anche naturale, per esempio, nel momento in cui abbiamo un problema di salute o una limitazione fisica, “invidiare” coloro che invece hanno salute e non solo limitati fisicamente. Ciò non significa che non possiamo anche essere contenti per loro e con loro o che vorremmo mettere loro il cianuro nella minestra o che abbiamo un problema di autostima.

    Concordo con Marquito che spesso sono le persone che provano le più accese emozioni di invidia a negarle. Spesso, anzi, la “colpa” o se vogliamo dire meglio la “responsabilità” viene proiettata all’esterno. Poco importa se una persona semplicemente è e non manifesta in una maniera o nell’altra la propria vera o presunta qualità che è oggetto di invidia: la persona dà fastidio, irrita, provoca. Non è nemmeno importante – come sottolineava Rossana, giustamente, ma in caso di invidia “patologica” ciò non ha nessuna importanza – quali problemi, difficoltà possano esserci nella vita di ognuno. Perché quella dell’invidioso è una visione parziale, in macro c’è quella qualità/difetto perché visto come provocazione. Allora può essere anche inventato un “dietro” (sei colpevole, hai certamente qualcosa da nascondere, ecc) o un’accentuazione dei difetti o mancanze (ciò si riscontra spesso nella dinamica distruttiva del mobbing e della molestia morale, ndr, in cui la persona oggetto di molestia diviene colpevole in realtà più per ciò che ha che per ciò che non ha). Spesso la qualità invidiata non viene neppure centrata con onestà – Non mi dà fastidio che tu mi sembri più sereno/felice/risolto/ricco/alto/basso/biondo/amato/facilitato di me: no, ti detesto perché quando metti ad asciugare il tuo bucato le goccie invadono un pezzo del cortile che, secondo i millesimi, è anche mio (per dire). “Non so nemmeno spiegare perché, ma detesto quella persona, a pelle”. ecc.

    E’ verissimo che una sensazione di invidia non accolta, non riconosciuta, non riportata al proprio stato d’animo e all’ascolto di sè, ma tenuta costantemente fuori e insieme negata, può diventare ossessione, persino odio e distruzione. Comunque un male di vivere, certamente. Ma ciò accade spesso con ogni sensazione di frustrazione, nostra, che non siamo in grado di ascoltare e accettare, superare realmente.

    L'”invidia” (se vogliamo “confronto con” che diviene “stimolo no a emulare, prendere l’altrui identità, quanto piuttosto notare cosa ci piacerebbe avere per noi stessi” e ad attivarci per ottenerlo con i nostri mezzi) di cui parlava M. nel primo esempio è spesso non manifesta. Ma non per ipocrisia o negazione. E’ una questione tra sè, che trova la sua ragione e la sua risoluzione funzionale.

    ciao 😀

  • 14
    Marquito -

    L’analisi di LUNA è assolutamente impeccabile e la considero un’ottima integrazione del mio intervento iniziale. Se dovessi basarmi sulla mia esperienza personale, potrei dire che gli invidiosi peggiori sono proprio quelli che negano ostinatamente e insistentemente di provare invidia. E lo stesso ragionamento si potrebbe fare per molti altri sentimenti negativi, come la rabbia, il rancore, la gelosia e il desiderio di vendetta. Mi diverto sempre moltissimo quando una persona, senza neanche essere stata interpellata, interviene per farci sapere di “non sapere cosa sia l’invidia”. Se imparassimo a convivere con le emozioni negative ne trarremmo dei benefici straordinari, saremmo molto più sereni e non riverseremmo le nostre frustrazioni sulle persone che ci circondano. Il vero problema non sono i sentimenti negativi, ma la totale mancanza di auto-coscienza e di consapevolezza degli stessi.
    Come ho già scritto nel mio precedente intervento, la razionalizzazione è il meccanismo di difesa più subdolo e insidioso. Ci sono persone che per non ammettere di provare invidia arrivano a elaborare delle vere e proprie ideologie. Di fronte a tanta ipocrisia, di fronte a tante mistificazioni, io sono orgoglioso di dire: “Sono una persona piena di difetti, ma proprio perché ne sono consapevole mi resta ancora qualche possibilità di migliorarmi”.

  • 15
    Dodicesimo peccato capitale -

    Cara LUNA, come sempre mi trovi d’ accordo con te. Aggiungo un caso. La mia invidia-senso di frustrazione si è manifestata (anche) conto terzi. Il non poter/riuscire a soddisfare desideri di altri che vedevo sotto la mia ala protrettrice. E questo, credi, c’entra sia con l’autostima (labile se si arriva al punto di cercare negli altri la ragione di sé stessi) che con un senso di protezione innato destinato ad infrangersi (almeno in parte) contro la realtà. La mancanza di autostima viene, tratteggiata, spesso, come un tabù da rinnegare o un’arma da usare per insultar/punzecchiare chi ci sta sulle palle. In realtà è un qualcosa da affrontare prima che ci distrugga l’esistenza rendendoci ombre che strisciano oppure mostri di falsa boria e aggressività quando, in realtà, ce la facciamo sotto. Il senso di protezione andrebbe limitato confidando (anche) nell’intelligenza altrui di non pretendere l’impossibile.

  • 16
    Eme -

    Un’ ultima considerazione. Il pensiero di Marquito in merito a certi argomenti è profondamente diverso rispetto a quanto da altri riportato. Chi ha l’accortezza di leggere anziché basarsi sulle deduzioni altrui per formarsi una propria opinione ne è ben consapevole. Ora, per davvero, spero che la lettera prosegua senza altre distrazioni o, in alternativa, si chiuda. Mammina o dominatrice (non è ben chiaro) saluta e se ne va.

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