Personaggi di sinistra, predatori seriali del dolore umano!
Ci sono tragedie che non appartengono alla cronaca, ma alla metafisica del dolore umano. Tragedie come quella di Vado sulle colline di Camaiore, che non si spiegano con le categorie politiche, ma con quelle dell’anima: la solitudine, la frattura, la perdita di senso, la disgregazione lenta di ciò che dovrebbe essere il luogo più sacro della vita, la famiglia. Quando un padre crolla, non crolla solo un individuo: crolla un’intera architettura interiore fatta di responsabilità, aspettative, fallimenti, tentativi disperati di tenere insieme ciò che si sta sgretolando. Crolla la sua identità, la sua storia, la sua idea di sé. E quando un figlio si perde, non si perde solo un giovane: si perde un mondo, si perde un futuro, si perde la possibilità di un equilibrio che non arriverà più. In questa vicenda c’è un padre che lotta contro un dolore che non sa più nominare, un figlio che vive una frattura identitaria profonda, una madre che non riesce a fare da ponte ma diventa parte della frattura. È un triangolo psicologico che implode: dipendenza, conflitto, isolamento, incomunicabilità. È la perfetta rappresentazione di ciò che accade quando la sofferenza supera la soglia del dicibile e diventa un magma che travolge tutto. E quando il dolore non trova più un varco, quando la psiche non regge, quando la disperazione diventa più forte della ragione, accade l’irreparabile. Un gesto terribile, ingiustificabile, ma che nasce da un abisso umano, non da un manifesto politico. Ed è qui che inizia la parte più oscena della vicenda: la corsa alla strumentalizzazione. Non appena il fatto emerge, prima ancora che la polvere si posi, prima ancora che si comprenda la complessità psicologica del dramma, ecco comparire i professionisti della narrazione tossica, pronti a trasformare un dolore privato in un’arma pubblica. Non c’è rispetto, non c’è attesa, non c’è analisi: c’è solo la fame di visibilità, la necessità di incastrare la tragedia dentro uno schema ideologico già pronto, prefabbricato, impermeabile alla realtà. È un meccanismo antico: prendere un fatto complesso, doloroso, umano, e ridurlo a un simbolo, a un pretesto, a un’accusa. È la violenza di quel pensiero binario, che si finge di combattere, ma solo a parole, che non tollera la complessità perché la complessità non si può usare come clava. È la violenza di chi non vede persone, ma categorie. È la violenza di chi non vede dolore, ma opportunità retorica. La psicologia ci insegna che la sofferenza non è mai lineare, mai semplice, mai riducibile a un’unica causa. È un intreccio di fattori: biografici, relazionali, emotivi, sociali. Ma la politica identitaria non vuole capire: vuole solo usare. E così un dramma familiare diventa improvvisamente la prova di un clima d’odio, di un’intolleranza sistemica, di una responsabilità collettiva che non esiste. È un’operazione intellettualmente disonesta e moralmente ripugnante: prendere un gesto disperato e trasformarlo in un atto d’accusa contro un intero schieramento politico, accusando la destra di avere creato un clima di odio contro il mondo Lgbtq+ come se la fragilità umana fosse un prodotto di partito. Il risultato è una distorsione totale della realtà. Non si parla più del padre che è crollato. Non si parla più del figlio che soffriva. Non si parla più della madre che non ha saputo reggere. Non si parla più della tragedia psicologica, della spirale emotiva, della solitudine devastante. Si parla solo di ciò che conviene, di ciò che serve, di ciò che permette di puntare il dito. È un modo di fare che non illumina: oscura. Non cura: ferisce. Non difende: sfrutta. Non costruisce: distrugge. La filosofia ci ricorda che il dolore è un territorio sacro, un luogo che richiede silenzio, ascolto, sospensione del giudizio. La psicologia ci ricorda che la sofferenza non è mai un argomento da talk show. Eppure c’è chi, con una leggerezza che rasenta la crudeltà, calpesta tutto questo pur di ottenere un titolo, un applauso, un nemico da esibire. La verità è che chi strumentalizza il dolore altrui non combatte per i diritti: combatte per sé stesso. Non difende le vittime: le usa. Non cerca giustizia: cerca visibilità. E nel farlo commette una violenza simbolica che, per gravità morale, non è molto diversa da quella che denuncia. Perché c’è un limite che non dovrebbe mai essere superato: il dolore umano non è materia prima per la propaganda. Chi lo usa, chi lo piega, chi lo manipola, chi lo trasforma in arma, non è un attivista: è un predatore o una predatrice. E la società dovrebbe iniziare a riconoscerlo/a e non solo se vince o se conduce uno talk show televisivo, o se è Presidente nazionale di qualche associazione, ma anche quando travalica il limite della decenza umana.
Data di pubblicazione: 4 Luglio 2026.
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Categorie: - Politica
