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Pensieri, racconti, aforismi, osservazioni e chiacchiere

di sherazade
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Lettera pubblicata il 22 Giugno 2024. L'autore ha condiviso 3 testi sul nostro sito. Per esplorarli, visita la sua pagina autore .
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La lettera ha ricevuto finora 59 commenti

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  1. 21
    rossana -

    Maria Grazia,
    una domanda, per semplice curiosità, anche da parte mia.

    Nel 1980 poteva essere considerato “un ruolo socialmente comodo” separarsi dopo 12 anni di matrimonio (di cui 8 di quotidianità in case diverse) per diventare l’amante di un uomo sposato, alla luce del sole, nell’ambito del lavoro, dell’ex marito, della religiosa famiglia d’origine e di un figlio già in grado di percepire l’anomalia della nuova situazione fra i suoi genitori?

    Da Treccani: “Provincialismo, s. m.

    Mentalità, modo di fare, atteggiamento considerati tipici di chi vive o è vissuto in provincia, quindi caratterizzati da limitatezza culturale e di giudizio.

    In senso più ampio, con riferimento a manifestazioni letterarie, artistiche, culturali, intellettuali, ristrettezza di interessi dovuta a scarsi contatti con centri e ambienti culturalmente più aggiornati e di respiro più universale.”

    Pur vivendo in provincia, non mi sento di rientrare nella definizione ristretta ma si sa che raramente si è capaci di autovalutarsi nel più corretto dei modi.

  2. 22
    maria grazia -

    Rossana, probabilmente quel ruolo è scomodo nella misura in cui è tollerato nel proprio contesto di appartenenza. Ci sono ruoli che invece sono scomodi IN SENSO ASSOLUTO, che sono tali ovunque ci si trova. E secondo me sono quelli che rendono davvero una persona predisposta a comprendere le situazioni altrui senza giudicarle. Diversamente la nostra prospettiva sarà sempre limitata solo a ciò che possiamo capire nel raggio limitato a ciò che abbiamo avuto occasione di sperimentare.

  3. 23
    rossana -

    Maria Grazia,
    capisco il tuo punto di vista, che pone l’accento di provincialismo su giudizi espressi nell’ambito di visioni limitate su ambienti e vissuti assoluti.

    Per indole e formazione di famiglia, è raro che esprima giudizi su persone e situazioni. Semmai sono spesso accusata di essere troppo tollerante, con un’eccessiva tendenza alla comprensione/giustificazione.

    Confermo di sentirmi (in linea generale) meno provinciale della media. Essere tornata a vivere dove sono nata e aver scelto di isolarmi da una società che sono stata costretta a frequentare molto più di quanto avrei voluto non annulla le precedenti esperienze, ampliate da letture di approfondimento.

    Grazie a questo dialogo con te ho però compreso meglio la critica di provincialismo: gli argomenti di mio interesse sono davvero pochi, e solo su questi posso esprimere opinioni avvalorate da sufficienti vissuti, studi e conoscenze.

    Sul resto non ho né competenze, né voglia di esplorare più di tanto!

  4. 24
    maria grazia -

    L’apertura mentale a tutto tondo la si può sviluppare senza necessariamente vivere certe esperienze in maniera diretta. Chiaro però che in questo caso sarà più difficile immedesimarsi. Un po’ come quando capisci veramente le problematiche di un immigrato solo quando ti trovi tu stesso a dover emigrare all’estero ( ho fatto un esempio tra tantissimi che si possono fare ). Ma in ogni caso non si tratta di “esplorare” o fare chissà che. Basta semplicemente guardare certe cose, persone, situazioni, un po’ più da vicino togliendo quella barriera invisibile che abbiamo ereditato nel nostro ambiente di provenienza e che è generata dal pregiudizio. Si tratta di sensibilità, sostanzialmente, oltre che di pensiero logico. E queste due peculiarità sono molto rare, me ne rendo conto.

  5. 25
    Golem -

    Solo pochi eletti possono sprovincializzarsi senza viaggiare, ma si tratta di personalità di eccezionale spessore, divenuti famosi per la loro produzione intellettuale, non basta “divorare” libri per scrollarsi da dosso quella condizione. Non è che se ti leggi tutto Bruce Chatwin diventi come lui. La gente comune deve “viaggiare” e “assaggiare l’altro” attraverso una certa sensibilità che peraltro non tutti hanno, pur credendo di averla. La cultura è il medium di quella crescita, e se questa è carente sarà carente anche il risultato. Insomma il viaggio deve essere fatto da viaggiatore e con cognizione, non da turista, allora si che l’arricchimento che ne proverrà sarà completo, e si aggiungerà al patrimonio culturale precedente incrementandolo.
    Non ci si sprovincializza da un giorno con l’altro, ci vogliono anni e partendo da giovani. Infatti una delle “lezioni” che si impartivano al corso di Laboratorio di Urbanistica era il “viaggio di studio”.
    Un architetto che non viaggia è meglio che faccia altro.

  6. 26
    maria grazia -

    Golem, condivido.
    Io durante i miei viaggi ho fatto la peccatrice ribelle non l’architetto. Ma ugualmente ho tratto da quelle esperienze cose che vanno ben oltre i ricordi “da turista”. Credo sia questa la differenza tra me e altri viaggiatori più, diciamo così, “canonici”. Probabilmente ho un’anima particolarmente curiosa che mi porta a volte a percorrere sentieri inusuali o che i più considerano rischiosi. Ma per me è stato l’unico modo per avere un livello di conoscenza, di esperienze e di consapevolezza superiori alla media, perlomeno per quello che posso constatare confrontandomi con la gente ogni giorno.

    Se però c’è chi riesce a fare altrettanto stando comodamente nel suo salottino, buon per lui/lei! È indubbiamente meno dispendioso e meno faticoso.

  7. 27
    Golem -

    Ci può riuscire uno come Tolstoj, come Bukowski, un Flajano, ma quelle sono menti che la cultura la “fanno”, con una creatività che trascende le esperienze necessarie a noi gente comune, seppure queste non gli saranno mancate. Ma quelle sono figure eccezionali, che dal punto di vista intellettuale posseggono sensibilità e intelligenze non comuni. Un po’ come il bambino che a tre anni suona il pianoforte come se avesse fatto dieci anni di Conservatorio, proprio come è successo a Mozart, per esempio. Ma il tizio comune che se ne sta nel paesello, potrebbe anche avere a disposizione la Biblioteca di Alessandia (d’Egitto) che per lui, o per lei, quei luoghi, quella provincia, saranno come l’hotel California degli Eagle, da dove…”You can check out any time you like, but you can never leave”.

  8. 28
    rossana -

    Maria Grazia,
    secondo te, quanti viaggi sono necessari per “aprire la mente” ad altri mondi, usi e costumi?

    Possono bastare anni trascorsi lavorando in due Paesi europei? Un viaggio di mesi “on the road” attraverso gran parte della Francia, Belgio e Olanda? Qualche puntata in almeno un’altra mezza dozzina di Stati in Europa, più alcune visite sulle opposte rive USA e in America Latina?

    Indipendentemente dalla risposta, felicissima di essere provinciale per chi mi considera tale!

  9. 29
    Golem -

    Attenzione MG, per correttezza e coerenza bisogna ricordare che la “provincia” può essere una condizione geografica senza che lo sia automaticamente di natura culturale. Il provincialismo è il concentrarsi sugli immediati dintorni di casa propria quando si è lontani dal centro della cultura di riferimento in una certa epoca, intesa la cultura come sistema di costumi sociali e convinzioni condivise. Sotto questo profilo il provincialismo italiano è guidato, come mi pare di aver richiamato più volte, dal pensiero sociale cattolico. Anche se laici convinti siamo cresciuti nel brodo di coltura (e di cultura) di Santa Romana Chiesa, dalla quale si sono assorbiti inconsciamente tutti gli aspetti relazionali che spesso ho definito dallo stile “gesuitico”, a metà strada tra il bon ton e…. E’ essenzialmente un problema di cultura, intesa come formazione alla conoscenza del mondo contemporaneo, delle sue principali dinamiche sociali e morali.
    Ma non dobbiamo dimenticare che la “provincia”》

  10. 30
    Golem -

    》ha prodotto capolavori come “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, come ne ha prodotti quella di Giovanni Verga. Ma come ho anticipato ieri, si tratta di poche menti speciali che sono state capaci di distillare l’umanità sincera dei protagonisti, quell’essere perfettamete inseriti in una realtà sociale che li completa, senza quelle malcelate “aspirazioni d’immagine” che rende appunto “provinciale” chi le manifesta.
    In questo senso, a mio parere la migliore definizione è quella di Mario Soldati, quando dice che…:”se la vecchiaia consiste, talvolta, nel timore della vecchiaia, il provincialismo consiste quasi sempre nel timore del provincialismo, e in una spasmodica cura di evitarlo”.
    Riuscendo invece solo a confermarlo.

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