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Lettera aperta sul referendum del 22/23 marzo 2026

di mcornia

Gentile Direttore,
Gentile Redazione,

in vista del referendum del 22 marzo 2026 sulla giustizia desidero condividere una riflessione da semplice cittadino che ha avuto, suo malgrado, una lunga e dolorosa esperienza diretta con il sistema giudiziario.

In Italia esistono magistrati onesti e coraggiosi, ma temo siano una minoranza. Troppo spesso, infatti, il sistema appare come una struttura chiusa, poco incline ad ammettere i propri errori, pronta a trasformare il processo in una sorta di caccia alle streghe dove, per ragioni di carriera, di inerzia o di “ragion di Stato”, è più semplice sacrificare una persona che rimettere in discussione il lavoro di PM e colleghi.

I numeri sugli errori giudiziari sono impressionanti: negli ultimi vent’anni migliaia di cittadini sono stati privati della libertà per poi essere assolti dopo anni di sofferenza, quando la loro vita familiare, lavorativa e sociale era già stata irrimediabilmente segnata. Altri, probabilmente, non sono mai riusciti a dimostrare completamente la propria innocenza e oggi stanno scontando pene che non meritano.

La storia di Enzo Tortora, condannato inizialmente a 10 anni per mafia e poi totalmente assolto, resta emblematica: la sua estraneità ai fatti era evidente fin dall’inizio a chi avesse voluto guardare le prove con onestà. Anche vicende come il delitto di Garlasco, con anni di processi, contraddizioni e scontri tra magistrati, o il caso di David Rossi (responsabile comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, morto in circostanze mai chiarite del tutto nonostante anni di inchieste, archiviazioni, perizie contrastanti e commissioni parlamentari), lasciano la sensazione di un sistema più interessato a “chiudere il caso” che a cercare con rigore la verità.

Scrivo anche sulla base della mia vicenda personale. Sono stato l’unico condannato in un procedimento per turbativa d’asta in un piccolo paese di montagna del modenese, per dei lavori e la gestione di un semplice campo da calcio. Non ho mai firmato bandi, non ero presidente dell’associazione sportiva all’epoca dei fatti ma un consigliere, e l’autocertificazione contestata è stata sottoscritta da un’altra persona – l’allora presidente, firmatario di tutta la documentazione dei bandi – che non è mai stata nemmeno indagato.

Le informative della DIA e della DDA, che escludevano collegamenti con la ’ndrangheta, sono state tenute nascoste per anni e rese disponibili solo dopo molto tempo, mentre nel frattempo sulla stampa si alimentavano sospetti infamanti di collusione con la mafia. Nel corso delle indagini tutti i miei hard disk, che contenevano anche documentazione utile a dimostrare la regolarità della gestione del campo da almeno tre anni, sono scomparsi. Anni di intercettazioni telefoniche e ambientali non hanno prodotto alcun elemento concreto, salvo una frase estrapolata (“abbiamo mandato deserte le aste”) trasformata in prova di colpevolezza, come se non partecipare a un bando fosse di per sé un reato, quando in realtà tutti, non solo noi, avevano disertato quei bandi più volte per gli importi elevati da dover finanziare in proprio e non erogati dall’ente come avviene di norma nei bandi.

Dopo quindici anni di vicende processuali, appello e Cassazione si sono limitati a confermare la sentenza di primo grado, senza un reale riesame dei fatti, fino a lasciarmi nella paradossale condizione di essere l’unico colpevole in una vicenda priva di “corrotti” e ritenuto responsabile di una autocertificazione firmata da un altro. Non auguro a nessuno di vivere ciò che ho vissuto io, né di ritrovarsi la Guardia di Finanza in casa all’alba, con i figli spaventati, per accertamenti che molti, fin dall’inizio, sapevano essere privi di reale fondamento.

So bene che il referendum del 22 marzo è uno strumento complesso, difficile da comprendere fino in fondo perfino per molti addetti ai lavori, e che non basterà da solo a riformare in profondità il sistema. Tuttavia, proprio perché ho visto quanto possa essere devastante una giustizia che non sa correggere i propri errori, ho deciso di votare SÌ. È un segnale, forse piccolo ma necessario, per dire che così non può continuare e che servono meccanismi più efficaci di responsabilità, trasparenza e controllo, a tutela soprattutto degli innocenti.

Esiste un principio antico, noto come “Blackstone’s Ratio”, formulato dal giurista inglese William Blackstone nel XVIII secolo: “È meglio che dieci colpevoli sfuggano piuttosto che un solo innocente soffra”. Questo principio, ripreso da pensatori come Voltaire e Benjamin Franklin, è alla base di ogni concezione garantista della giustizia. Oggi, purtroppo, abbiamo spesso l’impressione che questo principio venga capovolto: si preferisce colpire “qualcuno” pur di non ammettere un errore.

Una giustizia che accetta consapevolmente la condanna di un innocente, per non mettere in discussione il lavoro di un PM o di un collegio giudicante, non è più giustizia: è puro esercizio di potere.
Per questo, pur consapevole dei limiti dello strumento referendario, credo sia doveroso provare a cambiare qualcosa.

Con la presente chiedo cortesemente di voler pubblicare questa mia lettera, affinché possa contribuire a un confronto più consapevole e meno ideologico su un tema che riguarda tutti: la possibilità, domani, di non trovarsi al posto di chi oggi è stato travolto da errori giudiziari che nessuno vuole più vedere.

Cordiali saluti,
M.Cornia

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Categorie: - Cittadini - Politica

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