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La sinistra in cattedra: lezioni al Presidente della Repubblica

di Seneca

È curioso osservare come in certi momenti della vita politica italiana emerga una sorta di irresistibile vocazione pedagogica: c’è sempre qualcuno di sinistra pronto a spiegare agli altri come dovrebbero comportarsi, anche quando gli “altri” sono le massime istituzioni della Repubblica. È il caso delle dichiarazioni di Debora Serracchiani, che con sorprendente sicurezza ha deciso di impartire una lezione nientemeno che al Presidente della Repubblica. Non capita tutti i giorni di assistere a un simile slancio di “superiore sapienza”, soprattutto quando il Capo dello Stato ha appena definito un atto del governo “giuridicamente ineccepibile”, riferendosi al referendum sulla giustizia, formula che nel linguaggio del Quirinale equivale a un punto fermo, definitivo, non negoziabile. Ma evidentemente non per il Pd quando rischia di metterlo all’angolo ad esisto avvenuto.
Serracchiani, infatti, non si è lasciata minimamente turbare dalla chiarezza del Presidente. Anzi, ha ritenuto opportuno denunciare la “solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa”, come se il Capo dello Stato avesse firmato un decreto con leggerezza, distrazione o, peggio ancora, complicità. È un esercizio retorico che sfiora il paradosso: da un lato il garante della Costituzione che certifica la correttezza dell’atto; dall’altro una dirigente politica che, con tono indignato, parla di forzature, calpestamenti istituzionali e prevaricazioni autoritarie. Una rappresentazione talmente sproporzionata da sembrare quasi una caricatura, se non fosse che viene proposta con assoluta serietà.
Il punto, però è un altro: insinuare che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia avallato un abuso, significa mettere in discussione la sua imparzialità. E farlo senza uno straccio di argomentazione giuridica, ma solo per esigenze di polemica politica, è un gesto che non rafforza la credibilità di chi lo compie. Anzi, la indebolisce. Perché se davvero si crede che il Capo dello Stato abbia sbagliato, allora si dovrebbe avere il coraggio di dirlo apertamente, assumendosene la responsabilità. Se invece non lo si crede, ma si insinua comunque il dubbio per ragioni di convenienza, allora il problema non è l’atto del governo, ma la qualità del dibattito politico.
E qui il sarcasmo diventa inevitabile. Perché sembra quasi che l’on. Serracchiani si aspettasse dal Presidente una sorta di “gratitudine istituzionale”, come se la sua rielezione, sostenuta in larga parte dalla sinistra, dovesse tradursi in una forma di allineamento politico permanente come in molte occasioni avveniva con Napolitano, ex comunista tutto d’un pezzo, che nel 1956 plaudeva all’invasione dell’ Ungheria da parte dell’ U.R.S.S! Una visione bizzarra della Repubblica, da parte dell’on. Serracchiani e fortemente deludente all’interno del Pd, in quanto abituato precedentemente ad avere sempre un “Santo protettore” nell’ ultimo stadio del Paradiso! Ora per fortuna il Capo dello Stato riveste con dignità il ruolo di garante super partes, non una figura che modula i propri giudizi in base alle aspettative di chi lo ha in larga parte votato! È un’aspettativa delusa quella della Serracchiani che non sta né in cielo né in terra, e che soprattutto non trova alcun riscontro nella condotta di Mattarella, la cui sobrietà e dirittura morale sono note a chiunque segua la vita istituzionale del Paese.
Il risultato è un cortocircuito politico: si invoca la moralità pubblica mentre si gettano ombre sulla figura che più di tutte, almeno oggigiorno, rappresenta l’unità nazionale; si denuncia l’arroganza altrui mentre si pretende di correggere il Presidente della Repubblica; si parla di istituzioni calpestate mentre si tenta di trascinare il Quirinale nel teatrino della polemica quotidiana. Il tutto con una leggerezza che lascia interdetti, come se la gravità delle parole non fosse minimamente percepita.
E allora sì, il finale non può che essere tagliente. Perché se c’è qualcosa che stona in questa vicenda, non è certo la condotta del Presidente, che ha agito con la consueta sobrietà e piena aderenza al diritto. Stona invece la pretesa di trasformare un atto limpido in un pretesto polemico. Stona la facilità con cui si insinuano ombre senza fondamento. Stona l’idea che si possa ergersi a paladini della moralità pubblica mentre si attacca, anche solo indirettamente, la neutralità del Capo dello Stato. E soprattutto stona la sensazione che, dietro tanta indignazione, non ci sia una reale difesa delle istituzioni, ma il tentativo di coprire l’imbarazzo di una battaglia politica difficile, in cui ogni occasione viene sfruttata per lanciare anatemi, anche quando a certificare la correttezza di un atto è il Presidente della Repubblica in persona.
In definitiva, ciò che resta non è un atto di coraggio politico, ma un esercizio di retorica che finisce per rivelare più debolezze che convinzioni. Perché quando si arriva a mettere in discussione la parola del Capo dello Stato per ragioni di convenienza, non si colpisce il governo: si colpisce la credibilità delle istituzioni. E questo, in un Paese che ha già pagato caro l’uso strumentale delle istituzioni, è un errore che non merita indulgenza.

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Categorie: - Politica

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