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Populismo contro Repubblica

Populismo contro Repubblica

Negli ultimi tempi la parola populismo ha invaso la cronaca nazionale attraverso una costante presenza sugli organi di informazione di massa, allora si procede verso una puntuale verifica linguistica del suo significato e relativa contestualizzazione storica. Nata nella Russia zarista, la parola attraversa presto i confini nazionali ed entra nel lessico politico della riflessione di intellettuali quali Gramsci e Pasolini, per divenire, alla fine, sinonimo di atteggiamento favorevole verso il popolo, ma esercitato dalla classe dirigente in modo velleitario e demagogico (31 maggio 2018)

Maximilien

Quando non capisco il significato di una parola m’innervosisco. Allora è buona norma fare una piccola ricognizione storica sul termine di cui non si conosce il senso. Dopo la metà dell’Ottocento, il Populismo sorse come movimento politico-culturale tra gli intellettuali russi che auspicavano l’emancipazione delle classi sociali emarginate dalla vita pubblica, con particolare attenzione verso i contadini e i servi della gleba sfruttati dai kulachi, cioè i ricchi proprietari latifondisti alleati dello zar.

Lo spirito paternalistico di questi nobili pensatori verso le classi sociali diseredate, ambiva al miglioramento delle loro condizioni di vita, attraverso un processo di riforma dell’ordinamento politico e burocratico della società zarista, che esercitava nei confronti dei miserabili una profonda egemonia politico-culturale. Per raggiungere l’obiettivo furono avviati intensi studi allo scopo di conoscere come vivevano realmente le classi popolari, in particolare quelle agricole, insieme ad attività di studio e di proselitismo che avrebbero riscattato la coscienza di classe dei più umili, quando, in alcuni casi, non prevalse la corrente estremista che ricorse pure ad azioni violente e insurrezionali, così come avvenne, nel 1881, con l’uccisione dello zar.

Con l’evoluzione del pensiero socialista e di conserva quello marxista, il movimento perse parecchio smalto, finendo col disgregarsi anche a causa della repressione poliziesca, e sopravvisse nei suoi valori ideali e sentimentali che inspirarono tanta produzione artistica e letteraria. Ma sotto i risguardi politico-ideologici, il movimento fu duramente avversato dal comunismo sovietico e dal suo ispiratore Lenin che, pur polemizzando fortemente contro il populismo, ne assunse alcuni toni stigmatizzandone però una connotazione fortemente negativa.

In termini più generici, per populismo dobbiamo intendere un vago quanto indefinibile atteggiamento di amore e commiserazione umanitaria verso il popolo da parte delle classi dirigenti egemoni, che, a differenza dell’operazione culturale promossa dagli intellettuali russi, mantiene le persone in subalternità e soggezione. Insomma la negazione della rappresentanza democratica a favore della deriva qualunquista che omogenizza i valori culturali in campo, secondo la nota formula che livella tutti indistintamente, cioè uno vale uno! Anche a Napoli nel Seicento Masaniello vendeva la trecca, ma poi assurse al ruolo di re, pur tuttavia ognun sa come andò a finire.

Tra gli intellettuali italiani che citarono questo termine, non poteva sfuggire il nostro Gramsci, che l’adottò ricordando l’uso che ne fece il De Sanctis a proposito del romanzo realista che, sviluppatosi dopo la fiammata della democrazia quarontottesca, aprì alle masse operaie ormai protagoniste della nascente industria urbana. La parola fa ancora capolino in due scrittori impegnati come Carlo Levi e Cesare Pavese, per trovare alla fine una forte connotazione politica nella voce critica del Partito Comunista di Pier Paolo Pasolini. Il poeta polemizzava contro il marxismo di Carlo Salinari che accusava lo scrittore friulano di sentimentalismo populista, reo di aver composto un epigramma che infilava il dito nella piaga purulenta di una questione irrisolta all’interno del Partito comunista italiano.

Nella sua accezione propriamente politica, la parola populismo è sinonimo di atteggiamento favorevole al popolo, che, individuato nei ceti sociali più umili, economicamente più svantaggiati e culturalmente più arretrati, è impersonato dalla classe dirigente in maniera velleitaria e demagogica, che adula il popolo idealizzato come portatore di tutte le virtù sociali, e lo incorona depositario di una verginità intemerata, contrapposto sì alla decadenza morale e alla corruzione egoistica dei ceti dirigenti, che sono additati alle masse come carne da macello per improbabili sommosse rivoluzionarie.

Secondo questo delirio di onnipotenza, vengono formulate delle proposte politiche di riforma sociale che sobillano lo spirito di rivalsa del popolo desovranizzato, ma destinate a portare nessun miglioramento all’interno della società complessa in cui viviamo, tranne l’inasprimento del conflitto sociale che rema nella direzione opposta rispetto al delicato processo d’unità nazionale cui aspirano i governi legittimi e democratici, oppure si perseguono scopi meramente strumentali per la conquista del potere assoluto attraverso progetti reazionari che ripropongono palliativi anacronistici e superati dalla storia.

Rispetto ai numerosi esempi che troviamo nella galleria storica del passato, da Mario a Masaniello passando la Manica di Oliviero Cromwell fino al nostro Uomo Qualunque, in tempi più recenti un Partito Populista fu realmente fondato nel 1891 negli Stati Uniti d’America, che, serrate le fila di agricoltori e operai, compose presto un ambizioso programma di riforma sociale che prevedeva la nazionalizzazione dei mezzi di comunicazione (asset strategico dell’industria americana di fine secolo), la difesa pauperistica del bimetallismo, il limite nell’emissione dei titoli azionari e soprattutto l’elezione del presidente attraverso la forma plebiscitaria del voto diretto, non mancando, tra le istanze dei populisti, l’abolizione del protezionismo insieme al contenimento dello strapotere dei latifondisti. Ma la scarsa incidenza della rappresentanza elettorale relegò il partito su posizioni marginali rispetto alle tendenze dominanti del bipartitismo americano, e dopo l’esito delle elezioni del 1908 vinte dal repubblicano Taft dell’Ohio, si sciolse come neve al sole.

Ma populista può essere anche un aggettivo che s’inspira alla deriva del populismo più becero, di cui però cerca d’ingraziarsene i favori e, pur mistificando l’atteggiamento ipocrita rivolto alla misericordia del popolo sovrano, in realtà subalterno ai voleri del populista, cresce smisuratamente nei consensi elettorali spacciando una falsa merce assai perniciosa per gli incauti acquirenti che la pagano a peso d’oro.

Per concludere la ricognizione linguistica di cui sono assolutamente debitore al GRADIT (Grande dizionario della lingua italiana, 24 volumi indice e aggiornamenti compresi), di cui invitiamo caldamente a leggerne l’illuminata paginetta sub voce, aggiungo solo che il termine populismo deriva dall’inglese populism, a sua volta derivato da populist di cui traduce il russo narodničestvo secondo il noto calco linguistico.

Ma qualche riflessione sul nostro populismo di cui sono piene le cronache cinegiornalisticoradiowebtelevisive?  Che macedonia!

Un passo indietro.

Il triste spettacolo indecoroso che l’Italia di queste ore recita sulla ribalta internazionale, volto alla spasmodica ricerca del Presidente del Consiglio incaricato mezzo laureato mezzo millantato, è figlio illegittimo della Costituzione più ambigua del mondo che, nonostante le interpretazioni perite dei giureconsulti, lascia un grosso margine di dubbio per l’esercizio fondamentale della sovranità popolare, che appartiene, oltre che al buon senso, al sacrosanto diritto alla democrazia, cioè la condivisione dei diritti e dei doveri tra il demos e il tiranno.

Una sera di maggio abbiamo ascoltato con apprensione il radiodramma televisivo del Presidente della Repubblica, che in questa ingarbugliata matassina istituzionale,  s’è divertito come un gatto mattacchione a correre su e giù per la stanza, rotolandosi avvolto nel gomitolo di lana di cui alla fine ha rischiato d’essere strozzato dal suo stesso gioco pericoloso, che, condotto con sapiente maestria lungo il confine borderline del dettato costituzionale, ha disperatamente cercato di salvare il salvabile, ma in realtà aggravando una situazione già compromessa di cui egli stesso è in parte responsabile insieme alla Costituzione più ambigua del mondo, in luogo dell’adagio  popolare che invece la riverisce come la più bella del pianeta sulla Via Lattea.

E allora bisogna citare alla lettera il secondo comma dell’articolo 92 della Costituzione che da sempre così recita: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i Ministri», dove io avrei adottato il dimostrativo allocutivo questi visto che usate sempre il maiuscolo in segno di deferente rispetto verso le cariche istituzionali, ma la linguistica difetta di comprensione pei più e allora faremo appello alla semantica che studia il significato delle parole, poiché, di là dalle interpretazioni della Corte Costituzionale e dei migliori giureconsulti italiani, la Costituzione riposa purtuttavia sulle parole sviscerate da Dante, cioè è stata scritta con le parole della lingua italiana che, caso raro ma non eccezionale, non viene neanche citata dalla Costituzione come lingua ufficiale della Repubblica Italiana verosimilmente non a caso.

Insomma ogni cittadino che abbia superato qualche primavera, tu stesso caro lettore che stai leggendo, può essere nominato Presidente del Consiglio senza aver mai varcato la soglia del parlamento, senza un briciolo d’esperienza nella conduzione del condominio sotto casa, senza alcuna conoscenza del diritto internazionale e via discorrendo, ma però, secondo una tradizione inveterata che risale alla notte della Repubblica, ogni Presidente ha sempre esercitato questa prerogativa istituzionale lasciandosi guidare inconsciamente dal primo articolo della Costituzione, dove è sancito, a lettere di fuoco, che la sovranità appartiene al popolo che, aggiungo io, ha eletto il parlamento delegando ai deputati la responsabilità di rappresentare la Nazione senza vincolo di mandato.

Per essere più chiari, significa che il Presidente della Repubblica agisce in balìa della libertà vigilata consentitagli dal popolo sovrano per l’espletamento di questa nomina responsabile, secondo quella inveterata tradizione che ha sempre considerato, tranne qualche rara eccezione, il responso delle urne, cioè il partito vincitore delle elezioni secondo la legge elettorale vigente.

Ma mi fermo qui, poiché nella seconda parte di questo articolo, ci occuperemo di una attenta ricostruzione storica dei risultati elettorali dal 1948 a oggi, e soprattutto della designazione del Premier da parte dei presidenti della Repubblica. Buona lettura!

Vostro,

Maximilien     

L'autore ha scritto 2 lettere, clicca per elenco e date di pubblicazione.

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3 commenti a

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  1. 1
    nicola -

    qual’è il contrario di populista?

  2. 2
    Yog -

    So la risposta. È “piddino de m….”. Ma non è politically correct, perciò non so se vale. Se la risposta è giusta vinco una soppressa?

  3. 3
    Oronzo -

    Atsilupop.

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