La guerra dei bambini inivisibili
Viviamo in un’epoca in cui la sofferenza non è più un fatto umano, ma un prodotto culturale selezionato, impaginato, distribuito secondo criteri di convenienza narrativa. È per questo che alcuni volti noti del panorama televisivo italiano si prestano con impeccabile compostezza a campagne umanitarie che sembrano più curate di un editoriale di moda: si sceglie il tema, si calibra il pathos, si decide quali vittime meritano di essere raccontate e quali no. Così accade che Cesare Bocci, come altri testimonial, appaia negli spot dedicati ai “bambini di Gaza”, iniziativa promossa da “Save the Children” e ripetuta con una frequenza che non lascia spazio al caso. Nulla vieta che lo faccia per sincero spirito umanitario, ma ciò che colpisce è l’assenza totale di qualsiasi riferimento ai bambini ucraini: quelli deportati, uccisi, sradicati, trasferiti oltre confine per essere rieducati o adottati. Non è un’opinione: è documentato. L’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha registrato migliaia di minori uccisi o feriti dall’inizio dell’invasione; l’OSCE ha pubblicato rapporti dettagliati sulle deportazioni e sui trasferimenti forzati; la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per la deportazione illegale di bambini, definendola una violazione grave del diritto internazionale. Eppure, tutto questo non trova spazio nei palinsesti, nelle piazze, nei testimonial. È come se questi bambini fossero stati cancellati non solo dalla loro terra, ma anche dall’immaginario collettivo. Invisibili. Scomodi. Non funzionali alla narrazione dominante. Mentre in Ucraina si bombardano scuole, ospedali, condomini, infrastrutture civili, fatti riportati in decine di report ONU e OSCE, la grande macchina dell’indignazione selettiva rimane silenziosa. Le piazze che si mobilitano per altre cause non trovano un solo giorno, un solo slogan, un solo striscione per questi minori. Nessuna manifestazione di massa. Nessuna campagna mediatica. Nessun volto noto che si esponga. È una cecità che non nasce dal caso, ma da un riflesso ideologico: alcune tragedie sono “compatibili”, altre no. Alcune vittime diventano simboli, altre restano statistiche. Alcune guerre vengono raccontate come drammi umanitari, altre come rumori di fondo da sopportare. E mentre si denuncia, giustamente, la carneficina in Medio Oriente, si evita accuratamente di ricordare che l’escalation attuale ha un punto di origine preciso, il 7 ottobre, un massacro che ha scatenato una spirale di violenza che continua a divorare vite innocenti. Anche qui la memoria è selettiva: si condanna ciò che conviene condannare, si tace ciò che disturberebbe la narrazione. Il risultato è un panorama culturale in cui la solidarietà non è più un valore, ma un accessorio ideologico; l’umanità non è più un principio, ma un filtro; la sofferenza non è più universale, ma modulata in base all’utilità politica. E così i bambini ucraini restano fuori dal campo visivo collettivo: non riempiono piazze, non generano slogan, non attirano testimonial. Non fanno audience. E questo, più di ogni altra cosa, rivela il fallimento morale di un’epoca che ha trasformato il dolore in un palinsesto, la compassione in un algoritmo e la verità in un esercizio di selezione editoriale.
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