Italia Viva: becero sarcasmo politico senza rispetto per i morti
C’è un dolore che attraversa ogni giorno la rete ferroviaria italiana, un dolore che non compare nei comunicati ufficiali, che non viene pronunciato dagli altoparlanti delle stazioni, che non trova spazio nei dibattiti televisivi. È un dolore che scorre lungo i binari come una corrente sotterranea, invisibile eppure devastante, e che rappresenta una delle cause più frequenti dei ritardi dei treni: i suicidi quotidiani che avvengono sulla rete ferroviaria nazionale. Da non tralasciare in questa analisi anche gli attentati che dei veri criminali come gli anarchici &Co, di tanto in tanto mettono in pericolo la vita degli stessi viaggiatori creando fortissimi disagi e ritardi. È una realtà che chi lavora nel settore conosce bene, una realtà che i dirigenti delle ferrovie non possono ignorare, una realtà che pesa come un macigno sulla circolazione, sui macchinisti, sui tecnici, sui passeggeri. Ma è anche una realtà quella dei sucidi che non può essere raccontata apertamente, perché ogni parola sbagliata rischia di trasformarsi in un invito involontario all’emulazione. Così, quando accade, la comunicazione ufficiale si riduce a una formula neutra, quasi asettica: “investimento di persona”. Una frase che non spiega nulla e che serve a dire tutto. Perché un treno non investe qualcuno sul marciapiede, né sulla strada: quella formula è il codice con cui si maschera una tragedia individuale che diventa immediatamente un problema collettivo. Dietro ogni convoglio fermo nel nulla, dietro ogni annuncio che invita alla pazienza, dietro ogni ritardo che si accumula fino a diventare esasperazione, c’è spesso un dramma umano che non può essere raccontato. I macchinisti lo vivono in prima persona, i tecnici intervengono per ore, le linee vengono chiuse, i passeggeri restano bloccati senza sapere perché. È un dolore che non si può spiegare, un silenzio che non si può rompere, un tabù necessario per evitare conseguenze ancora più gravi. Eppure, mentre questa realtà scorre sotto traccia, c’è chi sceglie di trasformare i ritardi in materiale di propaganda politica per racimolare lo 0,2% dalla dichiarazione dei redditi dei cittadini; slogan da affiggere nelle stazioni, in battute sarcastiche che ignorano volutamente la complessità del problema. Le campagne pubblicitarie che ironizzano sui ritardi, come quelle comparse nelle stazioni di Roma e Milano, poste da Italia Viva rappresentano un cortocircuito morale: si ride di un disservizio senza sapere, o fingendo in perfetta malafede di non sapere, che dietro quel disservizio c’è spesso una vita spezzata. È legittimo criticare il funzionamento della rete ferroviaria, è legittimo denunciare inefficienze e ritardi, ma è altrettanto necessario ricordare che una parte significativa di quei ritardi non nasce da cattiva gestione, bensì da tragedie umane che nessuna riforma potrà mai eliminare. Quando si affiggono cartelli provocatori nelle stazioni, quando si usa il tema dei ritardi come arma politica contro il governo, quando si trasforma un problema complesso in un pretesto per attaccare le istituzioni governative o le ferrovie, e peggio ancora per fare cassa, si rischia di calpestare la dignità di chi ogni giorno affronta un dolore indicibile. È una forma di leggerezza che diventa indecenza, perché ignora la dimensione umana del problema e riduce tutto a un gioco di slogan per racimolare una manciata immorale di miseri voti e denaro. La politica, su questo tema, è prigioniera del silenzio. Non può confermare, non può smentire, non può entrare nel merito. È un silenzio istituzionale che serve a proteggere vite, non a nascondere responsabilità. Ma proprio per questo, chi sceglie di usare i ritardi come strumento di polemica sarcastica come Matteo Renzi dovrebbe evitarlo se avesse un minimo di dignità morale, evitando di trasformare un dramma collettivo in un espediente comunicativo di squallido opportunismo politico. Ma quei cartelli che svettano alle stazioni ferroviarie di Roma e Milano, di pessimo gusto, saranno un boomerang che punirà Italia Viva alle prossime elezioni del 2027 se non ci penserà prima un’adeguata soglia di sbarramento. A quel punto Italia Viva sarà un manipolo di sbandati politici che per racimolare qualche briciola in parlamento saranno costretti a piegare la testa al solipsismo di Elly Schelin o alla sterile tracotanza politica dell’ ”Avvocato delle cause perse degli Italiani”. Perché dietro ogni ritardo c’è un macchinista che ha visto ciò che nessuno dovrebbe vedere, ci sono tecnici che lavorano per ore in condizioni difficili, ci sono passeggeri che aspettano senza sapere, e soprattutto c’è una persona che ha deciso di porre fine alla propria vita. È una realtà che non si può banalizzare, non si può ridurre a battuta, non si può trasformare in becero marketing politico. Il paradosso è che questa verità è nota a chi lavora nel settore, ma invisibile per chi osserva da fuori. È una verità che non può essere scritta nei report pubblici, che non può essere annunciata dagli altoparlanti, che non può diventare oggetto di dibattito televisivo. E così, mentre il Paese discute di ritardi, inefficienze e responsabilità, la causa più tragica e più frequente rimane confinata nel silenzio. Un silenzio che protegge, ma che allo stesso tempo impedisce di comprendere davvero la complessità del problema. I ritardi dei treni non sono solo un disservizio: sono spesso il riflesso di un dolore sociale che attraversa il Paese e che nessuno può raccontare apertamente. E finché questa verità rimarrà nascosta, ogni polemica rischia di essere superficiale, ogni slogan rischia di essere fuori luogo, ogni ironia rischia di colpire nel punto sbagliato. Perché ci sono binari che non portano solo treni: portano storie che non si possono dire…e per questo possiamo definirla “Italia Morta” non “Italia Viva”.
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