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Fermiamo lo tsunami della deriva sociale e culturale

di Seneca

Ciò che viviamo oggigiorno non è un semplice cambiamento sociale, ma una vera e propria deriva culturale.
Se dovessi condensare il cuore del problema, direi questo: a differenza degli anni ’50 e ’60 – la mia generazione – oggi conta l’apparire, non l’essere. Il mondo si è progressivamente svuotato dei suoi valori fondanti, e la comunicazione, quella autentica, è entrata in uno stato comatoso dal quale temo non si risveglierà più. Possiamo già celebrarne il funerale senza timore di esagerare.
Gli strumenti che avrebbero dovuto avvicinarci – smartphone, messaggistica istantanea, social network – sono diventati i carnefici di un’intera cultura relazionale. E i social media, con la loro logica spietata di superficialità e velocità, hanno fatto da becchini, cancellando le ultime tracce di buon senso, profondità e logica. L’appiattimento sociale e culturale che osserviamo oggi non ha precedenti nella storia dell’umanità, nemmeno nei periodi più bui del passato.
Per questo serve una rivoluzione culturale. Una rivoluzione che inizi dalle scuole, dove ai bambini vadano insegnati quei valori che un tempo non avevano bisogno di essere spiegati, perché erano parte naturale del nostro modo di stare al mondo: il rispetto per gli altri, per le regole, per le gerarchie educative. L’insegnante non può essere ridotto allo “zimbello di turno”, come purtroppo accade sempre più spesso, ma deve tornare a essere la luce che orienta il cammino culturale e umano dell’alunno. Finché i compiti verranno assegnati via WhatsApp, come se la scuola fosse un’estensione distratta dello smartphone, questa battaglia sarà inevitabilmente persa.
Valori come il rispetto per gli anziani, la considerazione per la saggezza che nasce dall’esperienza, l’empatia, l’altruismo, la generosità: tutto ciò è diventato materiale da museo, relegato nei libri che nessuno legge più, come il Cuore di Edmondo De Amicis, che un tempo formava intere generazioni.
Alla radice di questo smarrimento c’è anche una profonda fragilità dei genitori, spesso privi di autostima e incapaci di trasmettere ai figli ciò che loro stessi non possiedono più. Così, per colmare il vuoto, ricorrono all’esteriorità: figli griffati, esibiti come trofei, nella speranza che l’apparenza supplisca alla sostanza. Ma l’educazione non si compra: si costruisce, giorno dopo giorno, con la presenza, l’ascolto, il dialogo.
È da qui che bisogna ripartire. I genitori devono tornare a parlare con i figli, a guardarsi negli occhi, a spegnere i cellulari durante i momenti condivisi. La comunicazione familiare deve tornare a essere un rito, un luogo di intimità e di crescita, non un’interferenza tra una notifica e l’altra.
Solo così potrà nascere un nuovo Rinascimento: culturale, emotivo, esistenziale. Solo così potremo restituire ai ragazzi di oggi – e agli adulti di domani – la maturità, la profondità e la consapevolezza dell’essere, che vale infinitamente più dell’apparire.

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Categorie: - Riflessioni - unclassified

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