Etichette, che passione !
Oggi non devo lavorare e ho un sacco di tempo libero; così decido di connettermi a Internet e di dare un’occhiata in giro. Entro in un forum dove si parla delle donne russe. Alcuni si pronunciano a favore; altri contro. Esco rapidamente e capito in un forum dove si parla delle donne brasiliane. Alcuni ne dicono bene; altri male. Mi precipito fuori e mi imbatto in un forum dove si parla delle donne rumene. E’ sempre la solita solfa; c’è chi le denigra e c’è chi le esalta. Comincio ad avvertire una lieve senso di disagio e passo ad un altro forum dove si parla delle donne in genere, senza specificare la loro provenienza, la loro etnia e la loro origine … qui gli utenti si scannano a viso aperto e sembrano veramente molto incazzati … a poco a poco mi sento assalire da una sensazione angosciante.
Adesso mi trasferisco in un forum dove si parla degli uomini … gli uomini in genere, senza specificare la loro età, la loro storia, il loro temperamento e il loro carattere … Anche in questo caso la musica non cambia. Qualcuno li attacca a testa bassa; qualcuno li difende a spada tratta. La mia ansia aumenta, avverto un senso di soffocamento e un leggero mal di testa … Ecco un forum dove si parla degli immigrati; un altro dove si parla delle suocere; un altro dove si parla dei preti, dei dentisti, degli impiegati, dei carcerati … Alla fine, quasi immancabilmente, mi imbatto in un forum dove si parla dei giovani e in cui si fanno confronti fra le generazioni presenti e le generazioni passate … Basta; non riesco più a andare avanti. Ho deciso di fermarmi qui. Mi sembra di essere capitato in un mondo irreale, un mondo fatto di cloni, dove gli esseri umani sono fatti in serie e dove portano, tutti quanti, la loro bella etichetta fosforescente…
Spengo il mio pc, guardo fuori dalla finestra e riprendo rapidamente contatto con la realtà. La realtà dove ogni uomo è diverso dagli altri uomini, dove ogni donna è diversa dalle altre donne; dove non esistono “l’Uomo” e “la Donna” ma soltanto singoli uomini e singole donne; singoli cani e singoli gatti; singoli alberi e singoli uccellini … la realtà dove ognuno è unico e irripetibile, indescrivibile e ineffabile, irriducibile a un’etichetta e diverso da tutti gli altri … la realtà che è così variopinta, multiforme, ricca di sfumature … la realtà che è fatta di individui.
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Categorie: - Riflessioni
29 commenti
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La stessa identica cosa che ho fatto io oggi..ero sola e con molto tempo a disposizione..ho girato non so quanti posti..bè sono arrivata ad una conclusione..è meglio una girata in montagna anche da sola..e con questo ho detto tutto..internet è una giungla si parla e si sparla valori sinceri pochi..un pò come i reality..anzi che dico..identici..solo parolacce e tanta confusione..la vita vera cè la siamo giocata con questa tecnologia..
Temo che il senso di questa lettera sia stato lievemente frainteso :-))
…e quindi?
Bravo! Ti sei reso conto come migliaia di persone annoiate debbano, in qualche modo trovare una soluzione alla loro illusione e si scagliano senza pensare su questo o quello. Senza cognizione di causa, anonimamente se la prendono un po con tutto e tutti. Ma, dico io, se si faccessero una bella passeggiata in città oppure al parco si renderebbero conto di come la vita è qualcosa in più di un paio di caxxate sul web. Credo sia diventata una sorta di sindrome da internet, sparlare senza ritegno su tutto.
@ Piero:
Buongiorno Piero. Ovviamente io ce l’avevo con chi generalizza, con chi vive di stereotipi e di luoghi comuni, con chi ragiona per categorie, senza rendersi conto che la realtà è fatta di individui. In certi casi generalizzare è una forma di stupidità, una regressione a un modo di ragionare a-logico e pre-logico. In altri casi si tratta di vera e propria disonestà intellettuale. Mi sarebbe piaciuto parlarne con gli altri utenti, ma visto lo scarso interesse suscitato dalla mia lettera ho deciso di lasciar perdere.
Ciao Marquito.
Purtroppo siamo portati a significare ogni cosa con degli schemi. Lo stesso linguaggio poggia su atti che di fatto originariamente erano unici, per poi diventare simboli.
Noi lavoriamo così, facendo una sintesi tra ciò che è mondo (intendendo un mondo di significati) e il mondo che ci è dato alla nostra esperienza.
Quando tu vedi un albero, anche se non ti poni da un punto di vista riflessivo, intenzioni quello stesso albero con l’eidos di albero, con il concetto di albero che ti porta ad avere una coscienza DI albero. Quello che vedi è si un albero nella sua individualità e unicità, ma tu sai che è un albero non perchè stai percependo proprio quell’albero. Questo lo dimostra il fatto che un albero te lo puoi anche immaginare senza bisogno di percepirlo. Questo vuol dire che ogni individualità sarà conosciuta con un certo sapere che la significa.
A volte però ci si dimentica che quel sapere è comunque sgorgato, sia pur in forma antepredicativa, da una certa intenzionalità che poggia le proprie basi sull’esperienza. In sostanza, ci si dimentica che per quanto sia necessario avere un mondo di significati, ci deve essere uno sforzo di trascenderli, andando oltre, lasciandoli affiancare da nuove informazioni che solo l’esperienza concreta ti può dare. E a volte siamo troppo pigri, è più facile lasciarsi cullare da qualcosa che nell’opinione pubblica si è gia dato, ingannando quella che è la realtà. Questo lo si fa perchè ci si esonerà dal vivere. I preconcetti che governano la nostra società a volte sono troppo radicati in noi.
Saluti =)
Ciao Leonardo !
Un’esposizione perfetta la tua … E’ la vecchia disputa fra “realisti” e “nominalisti” che torna inaspettatamente di moda quando ci caliamo nella vita di tutti i giorni.
J.L: Borges affermava che al giorno d’oggi tutti siamo nominalisti, ma poi, quando si passa dalla riflessione astratta alla concretezza del quotidano, ci comportiamo come se fossimo realisti. Ci dimentichiamo che i concetti astratti hanno un carattere convenzionale e li trattiamo come se ad essi corrispondesse qualcosa di reale. Entro certi limiti è inevitabile che sia così (senza i concetti astratti non esisterebbe nemmeno il linguaggio); peccato che di questi concetti si faccia un uso del tutto distorto e assolutamente strumentale. Generalizzare è così facile; così comodo … generalizzare semplifica la vita e in molti casi ci può fornire dei veri e propri alibi. Molte persone non sopportano la complessità della vita e si aggrappano a degli schemi che permettano di semplificarla. Cosi’ facendo la maltrattano e la violentano … Io sono uno che rispetta la complessità del reale e che non sopporta di vederla violentata. Forse è proprio per questo che le mie parole e le mie intenzioni vengono spesso fraintese.
Ogni essere umano appartiene a infiniti generi, non uno soltanto ed allora credo sia la casistica di quelli che sentiamo nostri a distingerci dagli altri; forse sono le innumerevoli combinazioni a renderci unici al mondo. Ognuno diverso dall’altro, pur avendo tutti delle etichette
@ Almost Imperfect:
Il tuo punto di vista è molto interessante e ha l’enorme pregio di riconoscere l'”unicità” di ogni singolo individuo. In un certo senso, però, tu ti muovi ancora in un’ottica realista. Anche tu sei convinta che i concetti astratti corrispondano a qualcosa di reale, di concreto e di tangibile. Per come la vedo io i “generi” sono soltanto un’utile finzione. Lo stesso concetto di “uomo” non è altro che un’utile finzione … I concetti astratti hanno un valore convenzionale; servono a orientarci nel caos dell’esistenza, ma considerati di per sé non corrispondono a nessun oggetto reale. Noi ci serviamo di questi concetti per assemblare tutti gli oggetti che si somigliano, o che presentano un comune denominatore… ma non si deve confondere questo mondo di astrazioni con la realtà, che è composta unicamente di individui. In quante circostanze utilizziamo la parola “rosso” ? Eppure, sulla faccia della Terra, non esistono due soli “rossi” che siano perfettamente identici.
Il vero problema non sta nella nostra struttura. Il formarsi degli schemi è ciò che ci consente di socializzare e di conseguenza di sopravvivere, anche se oramai non ci limitiamo alle mere necessità.
Noi siamo fatti così.
Hai ragione quando dici che violentiamo la vita, anche se è già un’atto che implica una certa fatica. Forse siamo anche peggio di violentatori, siamo passivi, ci lasciamo violentare da una vita che ci viene imposta dalla nascita dalla nostra società. Però si gioca tutto li, proprio nei primi anni della nostra e-sistenza, che troppo spesso ormai si trasforma in una re-sistenza. Un’educazione alla vita potrebbe tuttavia farci comprendere più cose. Ma se si parla di educazione entriamo in un discorso abbastanza articolato.
Per fortuna che comunque ogni tanto qualcuno che riesce a VEDERE lo si trova in giro, anche se siamo abbastanza rari. La cosa triste è che in fin dei conti potremmo tutti fare una bella pulizia di preconcetti che inquinano le nostre menti. Ma in una società permeata dal materialismo e che si sviluppa sul sistema monetario e consumistico, beh cerdo che le faccia comodo un certo ofuscamento vitale. Perchè non si sa mai che le persone vedendo si rendano conto di un qualchecosa che nuocerebbe alla strutturazione di quelle che oggi sono le modalità delle nostre vite.
Purtroppo c’è poco da fare. Si può solo comprendere certe personalità troppo annebbiate, e non accusarle di superficialità giacché sono purtroppo motivate ad avere un certo rapporto con la vita. Quindi il nervosismo dovrebbe lasciar posto ad una comprensione, e l’amarezza ad una soddisfazione personale che constata la positiva diversità.
Si salvi chi può!
concordo con quanto scritto prima da Piero, Marquito, Leonardo e Almost-Imperfect.
aggiungerei soltanto, anche se un po’ fuori tema, che lo scagliarsi di categorie più o meno correttamente codificate contro altre, definendole in negativo, è una facile modalità per non assumersi le proprie responsabilità addossandole all’altro, al diverso.
sembra che, essendo impossibile considerare il prossimo con amore e comprensione, non resti che la strada di farne un nemico. l’odio può mantenere vivi quanto l’amore. sempre meglio dell’indifferenza…
@ Leonardo:
E’ evidente che senza la facoltà di astrazione ( e senza l’uso dei concetti astratti) noi non saremmo in grado di comunicare e tanto meno di socializzare. Lo stesso uso del linguaggio (l’ho già sottolineato) diventerebbe pressoché impossibile. Ma una cosa è servirsi dei concetti astratti e una cosa è generalizzare.
La consapevolezza che i concetti hanno un carattere convenzionale, e che la realtà è composta unicamente di individui, rappresenta un ottimo antidoto contro ogni forma di generalizzazione, di intolleranza e di fanatismo. Perché in effetti il problema è proprio questo … generalizzare può essere molto pericoloso e la storia ce l’ha insegnato in modo quanto mai esplicito. Pensa a quanti danni hanno prodotto i pregiudizi contro un’intera categoria di persone … generalizzando si possono creare delle grandi tragedie. Pensa ai pregiudizi contro le donne, contro gli Ebrei, contro la gente di colore…
Però profondi cambiamenti nella modernità li si riscontrano…
Se prima la nostra identità appoggiava sul concetto di appartenenza, oggi si sviluppa a seguito di relazioni interindividuali in cui ci si identifica nello sguardo dell’altro. La nostra stessa individualità la appercepiamo quindi in modo filtrato, passa sempre attraverso uno sguardo. Sguardo che non può che giudicarci attraverso un certo sapere, che è frutto a sua volta di una conocienza sintetica.
Questo vuol dire che noi stessi siamo una sintesi di etichette e intenzionalità autonoma.
Però, in un mondo vasto che ci isola sempre di più perdiamo quel senso di appartenenza che ci ancorava maggiormente agli stereotipi della nostra società. Oggi ci sono più individualità, e non è un caso che come hai notato tu esistano pareri tanto contrastanti.
Il problema a mio avviso dell’individualizzazione è che ci allontani da quel concetto di unione che è altresì fondamentale per la nostra esistenza.
E non è un caso quindi che nonostante la crescente individualizzazione ci sia sempre la tendenza ad aggrapparsi a determinate ideologie. E oggi le correnti di pensiero che si possono abbracciare sono innumerevoli. E da questo ne deriva che la gente cambia idea molto più frequentemente, rischiando di ritrovarsi senza una propria e personale visione del mondo.
Dipende molto anche da quali personalità incrociano la tua vita. Le persone con le quali instauri delle relazioni infatti sono molto più influenti rispetto ad una idea che proviene da una comunità.
A mio avviso le due tendenze sono correlate, inscindibili.
Tuttavia gli estremi sono entrambi nocivi: un elevato senso di appartenenza ad una cultura ti limita la capacità di giudizio autonomo, una troppa indipendenza rischian di farti perdere nella grande vastità della modernità.
@ Rossana:
Cara Rossana, le tue considerazioni non sono affatto fuori tema; tutt’altro ! Condivido in pieno questa tua affermazione:
“lo scagliarsi di categorie più o meno correttamente codificate contro altre, definendole in negativo, è una facile modalità per non assumersi le proprie responsabilità addossandole all’altro, al diverso”.
Non avresti potuto dire meglio 😉
@ Leonardo:
Per quanto riguarda la questione dei due estremi, credo che ci troviamo nel campo della soggettività più assoluta. Cesare Pavese scriveva che “ognuno ha la filosofia delle proprie attitudini” e dal mio punto di vista aveva perfettamente ragione. Se dovessi esprimere il mio sentire più profondo ti direi che l’indipendenza e l’autonomia di giudizio non sono mai abbastanza e che al giorno d’oggi, per quanto la cosa possa sembrare paradossale, ce n’è ancora più bisogno di prima (l’influsso dei mass media può essere ancora più subdolo e insidioso di quello dello Stato, della famiglia e della Chiesa).
E’ bene tener presente che il “contesto storico” non è mai un monolite; anzi, generalmente è molto più complesso e articolato di come noi lo immaginiamo. Questo vale per le epoche presenti e per le epoche passate (pensa al Medio Evo, di cui abbiamo un’immagine completamenete distorta perché a raccontarcelo sono stati prevalentemente gli ecclesiastici). E con questo ritorniamo al discorso da cui eravamo partiti … 🙂
Anche io prima la pensavo così. Pensavo che ognuno di noi dovesse essere il più possibile autonomo. Poi però andando fino in fondo mi sono reso conto che ognuno di noi è già autonomo. Troppo autonomo. Così autonomo da non avere una propria identità. Questa la ricerca in frivolezze, cercando di fare un collage a seconda della moda del momento, cercando di imporsi ogni tanto nel voyeurismo della modernità, gridando la propria presenza per consenso o per contrasto. Io la vedo così. Siamo gia individui, solo che abbiamo paura di esserlo fino in fondo perchè non sappiamo bene cosa si celi in questo fondo. Costa fatica essere persone in un mondo di personaggi. Non c’è nulla di sbagliato ad avere una identità autonoma. Il problema sta proprio nella costituzione di questa identità.
Credo che ognuno di noi parallelamente al processo di individualizzazione dovrebbe accostare anche quello di identificazione.
Qui però arriviamo a toccare il cuore del problema: come ci si identifica in una modernità che non ha una sua concreta identità?
Una modernità che si articola in ramificazioni frammentate e caotiche? Come dare ordine al profluvio di stimoli che esplodono da questa vastità? Come orientarsi in un mondo che ti spinge a cambiare in continuazione?
L’unica tradizione che permane è quella di ricercare costantemente la novità.
Le rivoluzioni (in senso lato, anche quelle individuali) sono positive ma non possono essere continue, altrimenti finisce che non si sa più cosa si rivoluzioni.
Questo per dire che a mio parere il processo di individualizzazione rischia di metterci di fronte ad un vuoto interiore che è difficile da colmare da soli.
Per concludere concordo che l’influsso dei mass media sia molto dannoso: vendono soggettività spacciandole per ogettività. Noi siamo squarciati da questa ossessione dell’oggettività delle cose. E la scienza qualche responsabilità in questo ce l’ha…
Leonardo,
concordo pienamente su queste due affermazioni, che mi sembrano un’ottima sintesi:
– “Credo che ognuno di noi parallelamente al processo di individualizzazione dovrebbe accostare anche quello di identificazione.”
– “Le rivoluzioni (in senso lato, anche quelle individuali) sono positive ma non possono essere continue, altrimenti finisce che non si sa più cosa si rivoluzioni.”
autonomia non significa obbligatoriamente carenza d’identità. il vuoto interiore soggettivo è sempre esistito e sempre esisterà, indipendentemente dalle epoche. spetta ai singoli individui colmarlo, a poco a poco, con l’attenzione che gli è dovuta, senza lasciarsi tirare per la giacchetta pro o contro le varie etichette.
@ Leonardo:
Sono rimastro un po’ perplesso di fronte a queste due affermazioni:
1)”ognuno di noi è già autonomo. Troppo autonomo. Così autonomo da non avere una propria identità”.
2) “il processo di individualizzazione rischia di metterci di fronte ad un vuoto interiore che è difficile da colmare da soli”
Caro Leonardo, noi non nasciamo vuoti. Le più recenti ricerche scientifiche confermano che l’identità personale è già per buona parte iscritta nel codice genetico. Il codice genetico determina il nostro temperamento; il codice genetico determina la nostra costituzione psicofisica. Personalmente ritengo che si possa andare ancora oltre, perché il temperamento è la base del nostro carattere e il nostro carattere condiziona tutte le nostre scelte, i nostri gusti e le nostre simpatie. Perfino la nostra visione del mondo; perfino le nostre idee politiche o filosofiche hanno le loro radici nel nostro carattere … come ti ho già detto ognuno ha la filosofia delle proprie attitudini.
Con questo non voglio dire che l’influsso dell’ambiente sia privo di importanza; ma è anche vero che persone diverse, poste di fronte alle stesse identiche circostanze, si comportano in modo completamente differente e che questo fatto è riscontrabile già nella prima infanzia. I bambini possono essere più o meno intelligenti, più o meno sensibili, più o meno fantasiosi e ricchi di inventiva. Negare questa evidenza (come pure è stato fatto) significa essere accecati da un pregiudizio ideologico.
Secondo me il processo di individuazione consiste nella salvaguardia della nostra identità originaria e nel suo continuo, incessante, arricchimento per mezzo dell’esperienza.
Marquito,
solo per evitare malintesi, quando accennavo al vuoto soggettivo, lo consideravo come parti di noi non ancora o non sempre portate alla luce della coscienza a seguito di un’analisi della personalità.
concordo, quindi, pienamente con te quando affermi: “Secondo me il processo di individuazione consiste nella salvaguardia della nostra identità originaria e nel suo continuo, incessante, arricchimento per mezzo dell’esperienza.”
anch’io amo molto le sintesi di vita di Pavese, e mi ricorderò di certo di quella che hai citato e che ho molto apprezzato.
Ciao Marquito,
in effetti sì, tendo ad essere molto realista; i generi li uso per darmi un senso dell’orientamento, poi scelgo in base ai miei “sentori”.
E’ vero che non ci sono due rossi uguali, ma è anche vero che se chiedo ad un negoziante, esempio banale, un tubetto di colore rosso, già ci possiamo capire un pò di più. Poi verrà la scelta della tonalità che più mi assomiglia, o mi piace.
Ecco, diciamo che il genere serve solo per indicare una cosa a grandi linee, lascio libera ogni persona di spiegarmi ciò che è, come meglio crede.
Il discorso che tu facevi nel post 18, riguardo alle differenze innate, lo approvo appieno. Proprio ieri discutevo con una mia amica che ha appena avuto due gemelli… Non solo non si assomigliano fisicamente, ma hanno due caratteri completamente diversi, eppure le condizioni sotto cui sono nati erano le stesse, per entrambi.
Forse l’aspetto più negativo riguardo alla generalizzazione è che si usa troppo spesso per giudicare, negativo e positivo, tutti insieme, senza potersi appellare; faticoso vivere e assaporare la vita, con tutte le sue sfaccettature, se qualcuno tenta di importi un punto di vista preconfezionato e desunto, quasi sempre, da proprie esperienze paure o confronti.
In questo non riesco a riconoscermi; vale la pensa aprirsi a tutto quello che si incontra, senza l’obbligo di farcelo piacere sempre, o anche mai, non mi do un termine oppure una regola e quindi, sono curiosa, di sapere, conoscere, vedere, sentire…
@ Rossana:
Ciao Rossana. Quando ho scritto che non nasciamo vuoti mi riferivo a alcune affermazioni di Leonardo che mi avevano lasciato un tantino sorpreso. Intendevo dire che fin dal momento del concepimento noi possediamo un’identità ben precisa (molto precisa se dobbiamo credere alle più recenti ricerche scientifiche); un’identità che si manifesta già durante l’infanzia e che secondo me dovrebbe essere valorizzata e coltivata.
Pavese era un uomo di grande spessore, umano e intellettuale. Forse avrai letto anche tu il suo “Mestiere di vivere”. La deliziosa sentenza che ho citato è contenuta proprio nel suo diario.
@ Almost :
Non ho mai messo in dubbio la straordinaria utilità dei concetti astratti, che ci permettono di comunicare attraverso il linguaggio. Penso però che i concetti astratti si possano utilizzare in due modi diversi, a seconda che si sia o meno consapevoli del loro carattere convenzionale. Se fossimo dotati di poteri sovrannaturali utilizzeremmo un linguaggio perfettamente aderente alla realtà. Il vocabolario sarebbe composto di infinite parole e ogni singola parola descriverebbe un oggetto diverso.
Evidentemente anche il mio vuoto interiore è stato frainteso.
Non servono ricerche scientifiche per accorgerci che c’è una esperienza filogenetica che ci costituisce. Stiamo entrando però in un campo molto complesso e non è facile dipanarne i fili.
Le nostre attitudini congenite ci determinano, è vero, ma in misura molto ridotta. E dato che ci tieni molto ai dati empirici della scienza =) ci sono ricerche che che lo dimostrano. Non ricordo bene questi dati ma mi sembra che parlavano di un’influenza del nostro carattere solo del 10%.. Questo è per quanto riguarda ciò che ereditiamo. Ciò che invece ci determina di più, sempre appoggiandoci sulla spalla della psicologia, sono i primissimi anni di vita. (credo fino ai 5 anni se non sbaglio). Non è un caso che la maggior parte dei delinquenti abbia alle spalle un’infanzia travagliata. Si deve anche sottolineare che non solo le azioni che succedono sono determinanti, ma anche quelle fantasticate hanno una valenza fondamentale che costituirà il carattere della persona. Quindi quando parli di carattere parli principalmente di esperienza. Un’altro esempio lo mostrano le ricerche effettuate su coppie di gemelli omozigoti: cresciuti in ambienti differenti avranno un carattere differente. Ma comunque anche crescere in una stessa situazione le dinamiche psichiche per forza di cose non possono essere uguali. Ci sono troppe variabili che pendono dall’esperienza. Il temperamento è poi correlato al carattere.
In ogni caso, questo è per quanto riguarda lo sguardo “naturalistico” della questione.
Con uno sguardo filosofico ti direi che l’uomo è quell’essere che è capace di tracendere se stesso, e quindi non arriverà mai ad avere un livello stabile di autocoscienza. E’ un’autocoscienza in continuo divenire che segue una regolamentazione esperienziale. Non è che perchè siamo sempre nella condizione di autosuperarci possiamo essere quello che vogliamo. Qui si rischierebbe di fraintendere la cosa. Siamo sempre e comunque dipendenti dal mondo.
Ma ora, arrivo al dunque..
Vuoto interiore.
Questo è effettivamente un termine di convenienza che preso alla lettera non ha senso. E’ più che altro un termine poetico che vorrebbe dare l’idea di ciò che sostiene. Quindi cosa sostiene?
Sostiene tante consapevolezze di sè che sono apparenze filtrate dallo sguardo dell’altro. Sostiene una autocoscienza di tanti frammenti caotici di Io. Noi anche dentro non siamo una cosa sola identificabile. Siamo tante parti, siamo tanti punti di vista che si costituiscono con la relazione con l’altro e con il mondo. Più il mondo è caotico e più il nostro stesso io sarà caotico. Cosa allora può farci riprendere il controllo della situazione e quindi ci può far costituire un io coerente e unitario, indipendente (ma mai fino in fondo) e autoconsapevole? (segue, scusa la lunghezza =)
Il distacco. Ma il distacco non potrebbe mai essere totale, a meno che non rinunci completamente alla socialità e alla dipendenza con il mondo della civiltà. Li, su una montagna, solo con te stesso, senza pensieri verbali (giacché anche il linguaggio non esisterebbe senza l’altro) puoi fino in fondo anelare ad una individualizzazione completa, e tuttavia sempre e comunque alle dipendenze di un mondo.
Il distacco moderato quindi, il prendere distanza da una società caotica per cercare di agire secondo i propri interessi e secondo ciò che la tua esperienza ha maturato in te. Per questo affermo che una individualizzazione coincide per forza di cose con la costituzione di un’identità. Ma questa stessa identità è possibile crearsela solo con un rapporto interpersonale. Quando parlo di vuoto interiore quindi intendo un vuoto di consapevolezza di chi siamo. E non è facile impresa capire chi siamo veramente. Non lo è perchè la nostra società di fatto non ha un’identità definibile. é un circo di luci, di sensazioni, di mode, di costumi, di pensieri che si mescolano, che si scambiano di posto, che mutano…e soprattutto che svaniscono.
L’essere individuo è impresa ardua, anche se non impossibile.
Però io sostengo che per essere individuo deve esserci la controparte…individuo rispetto a chi? Ad un unione. Noi siamo individui in quanto apparteniamo ad una comunità di individui. Accettare questo vuol dire accettare di appartenere ad un insieme che comprende ogni forma di vita, partendo dalla propria società. Però qui il discorso si potrebbe ampliare e, riconoscendo di essere assolutamente logorroico e magari stancante, mi fermo, scusandomi anzi per la lunghezza dei miei interventi.
@ Leonardo:
Temo che stiamo scivolando lentamente fuori tema, ma i tuoi ultimi post meritavano una risposta. Mi sforzerò di esserte sintetico.
E’ evidente che abbiamo una visione della vita molto differente, e in questo non c’è assolutamente niente di male; ma i dati che hai citato sono assolutamente inattendibili. Nessuno può stabilire con esattezza in che percentuale il nostro genoma determini la nostra identità, ma sicuramente non si tratta del 10%, che è una percentuale assolutamente ridicola. Se veramente hai letto quelle cifre mi permetto di dire che anche gli scienziati in questione dovevano essere offuscati da un pregiudizio ideologico. Non so se hai seguito gli ultimi sviluppi nel campo delle neuroscienze; non so se sei al corrente delle ricerche di Cloninger, ma anche se così non fosse basterebbe un po’ di sano buon senso e un minimo di preparazioone scientifica … Ti rendi conto di quanto sia importante il sistema nervoso ? Ti rendi conto di quanto siano importanti i neurotrasmettitori cerebrali ? Ti rendi conto di quanto sia importante la struttura del cervello ? Tutte queste cose sono determinate dal DNA. Queste sono le basi del nostro temperamento, ed è a seconda del nostro temperamnnto che l’ambiente agisce su di noi, producendo o meno determinati effetti. E’ ovvio che il carattere si forma in seguito all’influenza dell’ambinete, ma questa influenza risulta completamnete diversa da soggetto a soggetto, proprio perché è differente il nostro temperamento. Te lo ripeto ancora una volta: prova ad osservare dei bambini … dei bambini molto piccoli, nei loro primnissimi anni di vita. Se li osserverai con uno sguardo scevro da pregiudizi ti renderai conto che ci sono già delle enormi differenze nel modo di reagire agli stimoli esterni, nella capacità di sopportare il dolore fisico e quello psichico; nella sensibilità, nell’emotività e nell’intelligenza. Qui però biusognerebbe aprire un altro forum , perché l’argomento è veramnete troppo complesso e non può essere sviscerato così in poche righe.
Non è che si va fuori tema, è che il tema è molto ampio e non si può in poche considerazioni esplicare tutto quanto.
Comunque sia non ho detto che non siamo per niente determinati dal genoma. Ho solo detto che quello che però ci determina di più è l’esperienza, ma comunque fin qui sei d’accordo con me. Anche la nostra stessa eredità genetica a sua volta si è plasmata con l’esperienza.
Né ho detto che l’individualizzazione sia una cosa negativa, solo che presuppone un po’ di cose, perchè noi non siamo solo il nostro genoma, anzi.
Vabbè, in ogni caso è un bell’argomento che però non può essere esaurito qui, in questo contesto.
Saluti
Ciao Leonardo. Scusa se il mio precedente post era un po’ “tranchant” e pieno di refusi, ma andavo veramente molto di fretta. Vorrei soltanto precisare una cosa:
Sia che si enfatizzi l’influenza dell’ambiente (come fai tu), sia che si ponga l’accento sul patrimonio genetico (come faccio io), il punto di vista che si adotta è di tipo tendenzialmente deterministico. Nessuno di noi è responsabile del proprio genoma :-))
Tornando al tema da cui eravamo partiti, io non posso che condividere il punto di vista di Rossana. Generalizzare può essere un utile espediente per giusticare i propri fallimenti, per evitare di fare autocritica e per non assumersi nessuna responsabilità. E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante di certi atteggiamenti.
@ Leonardo
sì, l’argomento è davvero interessante! e l’attuale interscambio mi ha permesso di aggiungere un piccolo tassello alle mie precedenti convinzioni.
@Marquito
ho letto “Il mestiere di vivere” di Pavese decenni fa. mi hai fatto venire voglia di rileggerlo… 🙂
Beh, in tutto questo girovagar di considerazioni alla fine ci troviamo tutti d’accordo! =)
Generalizzare fortifica le proprie convinzioni, se non altro perchè non sono proprie..
Quello che mi chiedo io è però come riuscire a trovare una sicurezza senza un consenso da parte dell’altro?
A volte, per quanto possa essere logico un ragionamento, se va troppo aldilà di quello che è generalmente accettato, si corre il rischio di metterlo in dubbio, per evitare di essere schiacciati dalla massa.
E forse, se non si ha una decisa consapevolezza di sè, questo dubbio si traforma in errore.
Molte persone per me temono questo e quindi si adeguano.
Io credo che nella nostra realtà il repellente ad una pura individualizzazione sia la paura.
Però tendo a non accusare le singole persone, non è colpa loro (in virtù dell’ambiente =) se sono portate ad agire così..
Qua credo di avere definitivamente concluso le mie considerazioni. Grazie dei preziosi spunti!
La paura fa quasi sempre brutti scherzi ma diventa spesso, purtroppo,
dominante… come tutti i sentimenti, è difficile da controllare…