Disperazione
di
bimba64
Riferimento alla lettera:
Non ho mai scritto qui, ma ora la totale disperazione che vige in me mi fa far questo al fine di avere l’aiuto di cui ho bisogno onde evitare di commettere gesti insulsi. Cercherò per quanto mi sarà possibile di essere il più breve e concisa possibile. Vivo una storia...
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Categorie: - Amore e relazioni di coppia - Me stesso
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progetto che comunque aveva dei lati interessanti, e poi, effettivamente, il mio era proprio istinto, non era un qualcosa di decodificato per cui la potessi proprio considerare un ragno.
(e ciò dimostra invece quanto l’istinto ha ragione!!!).
In realtà poi avevo avuto poco a che fare con lei ma non avevo visto grandi problemi e quindi ero io stessa incuriosita della mia istintiva perplessità. Be’, posso dire che è stato un ragnone incredibile, che in due sole settimane ne ha tentate di combinare e manipolare a josa :O
all’inizio l’altra mia amica non vedeva, perché le sembrava impossibile che questa fosse così ragnaccia.
anche perché la ragnaccia la lusingava, ma quando la maschera è caduta – le interessavo io, non lei, lei era il tramite, lei era mostrare che io avessi torto – e sono venuti fuori i controsensi (le lunsighe vuote nei suoi confronti, i ricatti, il tentativo di usare lei come aveva tentato di usare me) la mia amica era :O
e ha detto: caspita se avevi ragione :O :O :O :O
mi sono accorta quasi subito che avevo ragione, ma dovevo portare a termine una cosa prima di andarmene. Tuttavia la ragna in sole due settimane è riuscita a richiedere una notevole quantità di energie, a creare situazioni imbarazzanti, a girare la realtà, a farne di cotte e di crude. E a cambiare registro – lo giuro, è vero! lupo/agnello – se eravamo sole io e lei o c’erano altre persone. Questa era una cosa talmente pazzesca che mi dava quasi i brividi…
anche a mandare delle email che dicevano l’una il contrario dell’altra.
ad un certo punto ho capito che il modo per neutralizzarla (a parte andarsene al più presto) era non parlare e non spiegare più, perché lei voltava ogni parola, e ti stancava immensamente fingendo di ascoltare e non capire.
insomma, cose complicatissime e tutte create da lei :O ma davvero. Una roba da arzigogololo mentale spaventoso :O
quando penso a questa vicenda mi dico:
a) ascoltare l’istintoooooo !
b)che liberazione è stata una chiusura a 3/1mandata
si si che si era capito, Luna, il motivo della tua non-risposta a quel tizio… non c’era modo migliore di reagire con lui. All’inizio, io chiedevo se ci sarà mai un modo per fermarli, questi ragni? con i comportamenti della ragnaccia hai descritto i comportamenti in cui io ho passato la vita …. ma mentre la tua ragnaccia è stata annullata dal tuo silenzio, i miei ragnacci, pur con il rapporto chiuso a tripla mandata continuano a perseguitare, per mezzo della manipolazione costante degli altri familiari. Se stai vicino a loro è un inferno, se stai lontana ti portano via fratelli, padre, figli, nipoti … è una tortura… e continuano continuano continuano, sia che ci difenda o che si porga l’altra guancia, sia che si reclamino i propri diritti sia che si rinunci a farlo. Ci sarà mai modo di fermarli?
Per ora non ho trovato di meglio che rafforzarmi al massimo, vivere la mia vita con gioia, costruirmi, sperimentare, comunicare e scambiare amore con gli altri, reclamare i miei diritti e procedere un passo alla volta per far emergere la verità … luce in una stanza buia … ma servirà a dissolvere le ragnatele e fermare le trame dei ragnacci velenosi?
Questi ragnacci, cara Fl53, tentano sempre, probabilmente, di manipolare, anche a distanza.
Poiché per loro il controllo è importantissimo, se non una ragione di vita penso certamente una modo di stare al mondo, il fatto che qualcuno esca dal controllo è per loro fonte di frustrazione.
Non ci stanno. Dunque continuano ad investire energie nell’esserci, e male, a distanza. In modo certo più o meno invasivo. Quando ci sono di mezzo famigliari è peggio… ma anche se leggerlo può spaventare, vale comunque sempre la pena di mettersi sulla strada di recidere i fili e farsi una nuova vita. Far intendere che non sia possibile è una delle caratteristiche del ragno. Invece si può. Il ragno enfatizza la difficoltà, anche quando c’è comunque non vederla più attraverso gli occhi del ragno fa la differenza.
Chi esce dalla loro tela assapora la libertà, e non vede l’ora di recidere ogni filo con la ragnatela. Impegnato a vivere, una volta liberato dalle moleste influenze interne lasciate dalla vita con il ragno, costruisce un’altra “casa”, un altro spazio, il suo spazio, e va avanti.
Tempo fa una persona mi parlava di “vampirismo psichico” e di una sua amica che, avendo a che fare con un ragno, per motivi di lavoro, per diverso tempo aveva avuto dei sintomi psicosomatici molto evidenti. Che sparivano tutte le volte che si allontanava dal ragno.
Una volta allontanatisi dal ragno, come dici tu, a poco a poco le energie rifioriscono.
Si allargano le energie, lo spazio vitale e la stessa percezione di spazio proprio e vitale.
Quasi mai ho sentito dire: chissà cosa fa “il ragno ora”, passata la rabbia, ovvia. Perché il senso di liberazione e di apertura è superiore.
Il ragno invece spesso continua a chiedersi cosa fai tu.
perché il ragno, in fondo, vive nel proprio circuito chiuso, e percepisce gli altri attraverso se stesso.
Ecco che, allora, nel dare via i mobili del tipo che dicevo non leggerei soltanto la vendetta, la risposta
all’abbandono, ma anche il fatto di voler esserci, ancora, un esserci malato. comunicare: controllo.
La sua ex aveva fatto prima dei tentativi recuperare i suoi mobili e aveva capito che più lei chiedeva (anche se aveva ragione) e più il ragno si gonfiava. E che aveva più voglia di comprarsi una cucina nuova o di mangiare sul solo bollitore da campeggio, ma senza avere la pancia rivoltata, che dover combattere con il ragno o sua madre che dava a lei della ladra.
E’ chiaro che a nessuno piace un’ingiustizia, ma in quel caso non c’erano di mezzo persone, ma cose. Cose che davano potere al ragno.
Alla fine lei ha valutato (ripeto erano cose, e rinunciabili) che gli avrebbe lasciato l’osso, mentre lui se lo mangiava ringhiando.
La ragna tempo dopo è risbucata. Tentando di impormi un regalo formale, di tipo 10 euro, x kiudere la partita recitando una parte pseudo-chic(vergognosa, visto il suo palese lerciume precedente).Ha chiamato la mia amica dicendo: mando tutto a te. In modo da evitare di affrontarmi,x impormi la cosa per vie traverse, far semmai fare alla mia amica da parafulmine di fronte al fatto che io avrei detto “no!” o far stressare gli altri per capire come liberarsi della sua idea CHIARAMENTE inopportuna senza dover sprecare energie. Ma ho liberato subito la mia amica da questo gioco del ragno. E anche me. La mia amica, per sè, le ha scritto “ok, grazie”. Io le ho scritto due righe, due, dicendo elegantemente che preferivo desse quei soldi a tale ente benefico o uno a sua preferenza. Non ha mai risposto. Per lei contava fare quel colpo da teatro, imposto,che avevo fatto cadere.E senza dirle ficcati il regalo in quel posto 😉 ma tramutandolo in un’altra cosa utile quanto inutile per i suoi fini.Tanto che neanche l’altra ragazza ha mai ricevuto nulla.La ragna le sorride, eh, ma avuto un’immediata amnesia riguardo la chiccheria nei suoi confronti. L’altra è disgustata rendendosi conto di quell’ennesimo tentativo di manipolazione, attraverso lei, puro mezzo.
si… quando i ragnacci sono inesperti, fanno così. Sbagliano: manipolano le persone sbagliate o usano metodi sbagliati (sbagliato nella loro logica, ovviamente); tengono comportamenti doppi, ma in modo errato, e vengono scoperti. Io ho assistito alle metamorfosi, avvenute attorno ai cinquant’anni, di persone che sono passate dai comportamenti tipo quelli della tua ragnaccia, a comportamenti strategici costruiti con tattiche precise, lucide, programmate. Ho visto ripetersi in 4 persone lo stesso decorso, come fosse quello di una malattia: fino ad un certo punto si accontentano di manovre disordinate ed istintive. Poi, sotto la pressione di eventi della realtà (difficoltà economiche e/o malattie e/o circostanze che rischiavano di ‘scoprirli’) si ritraggono nell’ombra: letteralmente, per un periodo di uno-due mesi, paiono improvvisamente quasi estranei alla vita consueta. Parlano poco, e solo in termini tragici, scompaiono per giorni interi. Intensificano sfiducia, pessimismo, vittimismo, delusione nei confronti di tutti(figli, coniugi, ecc.) e stringono la morsa sulla persona -di solito uno dei figli- su cui già avevano ascendente (psicologico ed economico), chiedendole collaborazione fattiva in atti precisi:attacchi legali,incombenze amministrative, posizioni di aperta alleanza (ottenuta con manipolazioni mentali e calunnie che inducono odio e ostilità aperta verso una ‘vittima’, la ‘colpevole di tutto’). Ottenuta dall’apprendista stregone la ‘dimostrazione di fede’, partono all’attacco, dichiarano la guerra a viso aperto, mettono con le spalle al muro altri del gruppo partendo da quelli più deboli economicamente: non danno denaro (o ne danno poco), ma lo promettono sotto forma di “eredità SE”. Gli alleati aumentano con progressione geometrica: focalizzati contro il ‘puntaspilli’ (la vittima), tutti lavorano per le strategie del ragno, che appaiono come logiche e razionali, proprio come perfetta appare
la struttura geometrica della ragnatela. Ed è questo che inganna tutti: la razionalità della trappola. Tanto peggiore quanto più intelligente, colto, prestigioso, è il ragnaccio. Tutti furiosi contro un ‘nemico’ responsabile di tutto, i soldatini vedono le prefette, razionali manovre e obbediscono agli ordini: avviano cause, testimoniano in tribunale, diffondono le calunnie. E’ un inferno. Chiunque si imbatta nella ragnatela, viene gestito dal ragnaccio: o crede alle sue elucubrazioni e si fa alleato, oppure è catalogato come nemico e respinto all’esterno oltre la cortina della rispettbilità familiare. Se è vicino o all’interno della famiglia,i casi sono due: o si adegua al ragno o gli viene riservato lo stesso trattamento usato con la vittima (il ‘puntaspilli’). Due dei 4 ragnacci sono morti: portati alla tomba in pompa magna, tra discorsi commossi di preti e autorità. Le loro vittime: alcune morte di crepacuore, altre di tumore. I loro soldati: vita sprecata, professionalmente larve, socialmente buchi neri. Nipoti, nipotini: castighi, regole, percosse. Violenza pura, psichica e fisica.
Tra i soldati, qualcuno oltre ai soldi, raccoglie l’eredità infernale: imparata la lezione, diventa ragno.
I ragnacci n.3 e n.4 sono ancora vivi: e io sto rompendo le uova nelle loro ragnatele. Ho squarciato il bozzolo paralizzante, cambiando tutto della mia vita. Tutto il lavorìo di menzogne e manovre dei ragni serve a non farli scoprire, quindi bisogna scoprirli, rendere visibili le ragnatele illuminandole con la luce: la verità è luce. Non so se funzionerà, di qui la mia domanda sui ragnacci.
Il vecchio detto ‘i panni sporchi si lavano in famiglia’ non serve alla persona, ma serve alla società per mantenere se stessa: è il meccanismo con cui la mafia del sud e quella -senza nome- del nord concimano se stesse.
Se i panni sono molto sporchi, si portano in tintoria.
Questo per dire a chi a paura … di parlare con gli altri, di cercare aiuto…
@Se i panni sono molto sporchi, si portano in tintoria.
la ripeto perché mi pare una frase che contiene, già da sola, un messaggio molto molto importante. Per tutti coloro che quei panni invece se li tengono addosso, sentendosi sporchi, pesanti, disperati, intrappolati come se… dormissero nel letto dalla parte dei piedi, con la faccia intrappolata nelle coperte.
e non solo sono panni che si possono togliere, ma vengono scambiati per la propria pelle, ormai, e soprattutto sono i panni sporchi di qualcun altro.
La ragnaccia è stata un po’ “dilettante” è vero… tuttavia ti posso dire che mi ha dato del filo da torcere, perché se è vero che il mio istinto l’ha sgamata dopo i primi tre secondi, per delle stonature, degli atteggiamenti (che con il senno di poi riconosco davvero come patologici) e se il disagio era evidente, e l’ho ascoltato (l’istinto dovevo ascoltare, prima, ma ho peccato di buonismo e ho sottovalutato il pericolo… anche perché davvero un film come quello che ha tirato non mi sarebbe mai venuto in mente… e sì che ho fantasia ;), se non avessi avuto a che fare con altri ragni in vita mia probabilmente, visto le sue dinamiche assurde, il disagio mi avrebbe confusa al punto da non riuscire a vedere i fili. Non avrei dato il giusto valore al disagio e al fatto che quello che vedevo, sentivo era, per quanto assurdo.
Fuori dalla ragnatela lei è sgamabilissima. Se parlavo con qualcuno mi diceva: certo che hai ragione tu. Questa è fuori di testa. Ma dentro la ragnatela lei girava la realtà come un calzino. Ed aveva creato una situazione molesta, sia che io decidessi di andarmene sia che io decidessi di restare. Questo era il problema.
Sapevo che avevo a che fare con una fuori di capoccia, ma la fuori di capoccia, di fatto, in qualche modo mi aveva dato scacco, prima, prima che io capissi quanto era fuori e le sue dinamiche. Mi aveva dato scacco fregandomi attraverso il mio senso etico.
E adesso comunque mi toccava sprecare energie tirandomi fuori dallo scacco. Sapendo che, in ogni caso, comunque lei avrebbe avuto da guadagnarci e io da perderci. Fantastico, no?
Di fatto lei ci ha guadagnato.
Io comunque mi sono stressata e basta.
Questo è un fatto. Ficcata nel suo film io ho perso tempo, energie.
Anche se posso ballare la samba in soggiorno perché la cosa è stata breve, il danno minimo, me ne sono accorta in tempo e me la sono tirata fuori dalle ba… prima che potesse creare dei danni più grossi. E il bello è che in quel film io ero entrata per farle un favore.
Fuori, dicevo, lei è sgamabilissima.
Però all’interno della ragnatela c’è chi non si è assolutamente reso conto, sul serio, di cosa sia successo.
Eppure lei stessa non si è resa conto di una cosa… e cioè che la sua ragnatela sta in una ragnatela più grossa. Che c’è un altro ragno. Non se ne accorge che c’è stato qualcuno che ha manipolato lei, a botte di adulazione spropositata (cosa che per lei è vitale, al punto da ubriacarsene senza stare assolutamente a vedere chi le riempie il bicchiere, e di cosa… se tu le dicessi che lei è renoir lei ti crederebbe, mentre non sarebbe mai in grado di accettare la minima critica, costruttiva. Preferisce credersi renoir, che guardare REALMENTE quello che fa e migliorarsi).
La chiamavano “renoir” e lei si gonfiava come un tacchino, mentre non capiva che c’era chi la stava mettendo nel forno.
A me tutto ciò pareva la versione splatter di fantasilandia.
Cmq sia per fortuna in queste duplici ragnatele incrociate io sono stata di passaggio, brevissimo, per sbaglio. Per aiutare un’amica di un’amica… fai tu. Per loro qllo è il mondo. Pensa te… :O
Luna … bella, quella del super-ragno. Si…tagliare:altri luoghi, altre cose, altre persone. Fuori dalla trappola non siamo più prede.Il guaio è se nella ragnatela restano le persone che amiamo:ormai liberi con tutto il resto del mondo, ogni rapporto con i nostri cari intrappolati ci avvicina alla ragnatela.
Vado con l’esempio concreto. Avevo buoni rapporti con i miei figli, specie con V. la maggiore (ora ha 33 anni).Sai la storia:ho ‘nascosto il mostro’ ai miei figli per anni, poi lui li ha infettati con le sue contorsioni mentali,infine è divenuto violento anche fisicamente,4 anni fa mi sono separata. In pochi mesi, il ragno mi ha rivoltato contro i 2 figli minori.Poi, con un lavorìo costante,insieme hanno premuto su V. Non mi capacitavo dell’astio e della villania(mai c’erano stati tra me e i figli),finché l’anno scorso il ragnaccio ha rivelato il motivo,vantandosi con altri che veniva aiutato…da mia madre! In pratica mio marito e mia madre hanno fatto gioco di squadra confermandosi a vicenda nelle follie con le quali hanno rivoltato tutto il passato nella memoria dei miei figli,ribaltando le motivazioni di tutta la mia vita.Istruiti da nonna e padre,usano i loro metodi:insultano, disprezzano; impediscono di parlare,mi sbattono giù il telefono.Da anni non c’è più alcun rapporto.Ma mia madre da 12 anni aveva interrotto i rapporti con noi e non era nemmeno venuta al matrimonio proprio di V.:l’idea della connessione dei 2 ragnacci,era talmente pazzesca che non ci credevo quindi,anche se il rapporto con mia figlia V.si stava deteriorando (perché lei lo subordinava a che io accettassi l’esclusione totale dagli altri figli e rinunciassi ai miei diritti economici x la separazione) io pensavo avessimo ancora un po’ di confidenza e,al ristorante,le ho chiesto se era vero che si frequentavano con mia madre: V. è diventata di colpo viola, mi ha detto che l’avevo ferita e se ne è andata senza salutarmi(modalità tipica di suo padre).L’indomani provo a
riallacciare con sms, ma V. è categorica: per lei quella era una separazione definitiva. Ne ho sofferto moltissimo per molto tempo, quasi ci rimetto il cuore: mi sono fatta forza, mi sono curata. Fuori dalla ragnatela ho continuato a vivere, amare il mio compagno,gli amici, a dipingere,scrivere,fare le cose in cui credo.Avevo già provato di tutto, gli anni precedenti:ogni cosa mi allontanava sempre di più da V., così dopo la scena del ristorante e dopo essere stata molto male, mi sono arrabbiata. Basta: dandole corda faccio il suo male. Non ci sono stati rapporti per un anno, tranne un suo biglietto stringato per Natale cui ho risposto.So che è tornata più volte in Italia, ha frequentato padre, fratelli e nipoti. In questi giorni è qui, è stata vista, ma non si è fatta sentire da me.Oggi è il mio compleanno e mi trovo una email che dice: ‘biglietto d’auguri, allegato: ero passata a lasciarlo a mano ma non ho trovato la casella delle lettere’ (per un caso strano è sparita la targhetta del nome,sto provvedendo).
Beh, nel mondo normale sarebbe facile rispondere, ma nella ragnatela ci sono tante risposte,tante interpretazioni, tante reazioni … grazie… grazie per gli auguri … grazie per gli auguri ma avrei preferito che suonassi il campanello … grazie per gli auguri e che ne diresti se ci vedessimo? … grazie per gli auguri ma vedo che ancora mi eviti e questo mi dispiace molto… grazie per gli auguri e sappi che, anche se mi sono arrabbiata, comunque mi farebbe piacere vederti…. Grazie per gli auguri e voglio dirti che è vero, mi sono arrabbiata, ma quando vorrai smettere di pregiudicarmi e tentare di controllarmi, io sono felice di riprendere a vederci… grazie per gli auguri,come stai?..
Ci si sente spaccare: fuori, i comportamenti sono spontanei, senza sensi di colpa, ricerca di approvazione,ecc. Non penserei più ai ragnacci, non mi importa di loro … ma ogni contatto con V. o gli altri figli,intrappolati nella lurida ragnatela, mette nella paralisi …come prima..
rettifico: dalla foto vedo che il biglietto era fatto da V. con petali di fiori freschi … allora sto abbozzando risposte diverse.. del tipo…
Grazie per il biglietto di fiori freschi, è davvero tenero: voglio dirti che è vero, sono arrabbiata, ma credo di capire molti motivi del tuo comportamento e mi chiedo se non soffri anche tu di questo stato di cose. So che tutto si può risolvere. Quanto alla casella, è proprio strano: la targhetta è scomparsa nel nulla. Ho provveduto.
… boh, paralisi da ragnatela.
FL53: ho visto solo ora il tuo post, buon compleanno 😀
Io figli non ne ho, quindi mi sembra anche improprio commentare…
anche perché hai già detto tutto tu…
Commento in questo senso, e perdonami se improprio:
l’ho detto tante volte, in generale, forse anche qui:
uno dei problemi della molestia morale, delle ragnatele, è nello stesso senso delle parole. Non solo quelle usate per ferire, quelle del “revisionismo” nel riportare le parole, nell’interpretarle, ma nella comunicazione, tesa, difficile, dove i toni stessi possono venire interpretati in modo diverso, appunto per quella tensione e per il sottotesto. Quindi comprendo la sensazione dell’andare in… affanno, quando c’è di mezzo la ragnatela, nel momento in cui bisogna scegliere le parole… perché le parole non esplodano, non creino pretesti o peggiori distanze.
Il sentirsi nuovamente, anche se solo per un momento, nella posizione in cui la libertà di essere, di esprimersi, di avere dei sentimenti e di portarli fuori sembra nuovamente lesa. E lesa su un “territorio” così importante come quello di cui stiamo parlando.
Il sottotesto, in un rapporto tra genitori e figli (parlo da figlia, perché genitore non sono) è anche quello dell’amore, sempre, anche quando le situazioni si fanno ingarbugliate… e di distacco, temporaneo che sia. Le energie investite nel distacco sono enormi.
tu hai protetto a lungo i tuoi figli non dicendo loro certi aspetti – non di poco conto – del loro padre anche – penso – sapendo quanto possa essere doloroso, difficilissimo per un figlio, lacerante guardare un genitore come qualcuno capace non solo di sbagliare, ma di farlo in un certo modo…
lo hai fatto forse, azzardo, perché per te era stato lacerante amare e al contempo dover proteggerti da tua madre…
il tuo è stato un gesto d’amore, comunque.
si diceva da qualche parte che un segreto in una famiglia non è mai veramente un segreto… in qualche modo persino i vuoti lasciati in un discorso vengono percepiti…
ci sono persone (leggevo) che dopo anni, venendo a conoscenza di un segreto di famiglia che è stato loro taciuto, nel momento in cui sanno la verità, comprendono una sensazione di disagio che hanno provato senza saper dare loro un nome.
In questo caso, riguardo la cosa che leggevo, si parlava di segreti come, ad esempio, violenze, incesti, suicidi di qualche famigliare, morti violente, quel parente che avendo avuto una vita non accettata dalla famiglia era stato fatto… “sparire” dall’albero genealogico, spariva nei discorsi, o che appariva per poi scomparire quando altri entravano nella stanza… assenze di verità che però si percepiscono, per tutta una serie di dinamiche atte a contenere, nascondere, ecc ecc.
Mi accorgo ora che rischio di essere fraintesa, parlando in generale, perché può sembrare che io ti stia dicendo che hai sbagliato a non dire ai tuoi figli delle cose. In realtà quello che volevo dire è che allora, se tu lo hai fatto lo hai fatto per proteggerli, e che comunque ora che la verità si sa è meglio, perché comunque stare lì a farti ammazzare non sarebbe servito, a parte che a toglierti il diritto alla vita, a niente. La verità invece è la sola cosa che può spezzare la catena. La verità va rielaborata e ci vuole tempo. Ma i tuoi figli non sono disorientati dalla verità, per quanto quella possa far male, quella potrà liberarli. Al momento fa male(ma tu lo sai che delle verità ti hanno resa libera e meno sofferente dei silenzi) ma loro stanno male perché a differenza di te tuo marito non ha pensato quanto possa essere doloroso per loro separarsi intimamente da te.
Prosegui la tua via della verità Fl53, perché la sensibilità non ti manca, nè l’amore, e dentro di te, tu, anche quando ti incazzi, e hai ragione di incazzarti, perché vieni ferita, anche quando dici no, e lo fai con cognizione, tu non userai mai i tuoi figli.
E questa sarà sempre la differenza.
Anche se c’è ancora una ragnatela. Ma tu hai spezzato la catena.
Un grande abbraccio.
a volte ci prende la stanchezza;il conforto d’aver capito che nella ragnatela ‘le cose stanno così’ si squaglia come neve al sole per lo sgomento improvviso di occasioni ‘normali’, e perdute (un compleanno,una laurea, un battesimo): ci si ri-accorge della lontananza, ritorna la paralisi della non-spontaneità, come dice perfettamente Luna: @uno dei problemi della molestia morale, delle ragnatele, è nello stesso senso delle parole. Non solo quelle usate per ferire, quelle del “revisionismo” nel riportare le parole, nell’interpretarle, ma nella comunicazione, tesa, difficile, dove i toni stessi possono venire interpretati in modo diverso@
La verità:@la conoscenza di un segreto di famiglia … nel momento in cui sanno la verità, comprendono una sensazione di disagio che hanno provato senza saper dare loro un nome@
Perché la verità illumini questa trappola buia dovrò sfondare i muri dell’omertà (micidiale: mix di mafia sicula e di ‘xyz’, l’ipocrita mafia del nord quasi invisibile, come un buco nero). Quando i figli erano piccoli, la verità era troppo brutta per loro: del resto io ne vedevo solo la parte evidente, ma non percepivo il magma da cui originava. Vivevo gli inferni-paradisi (madre/marito), dando il massimo valore ai paradisi e piegandomi su di me per attraversare gli inferni: prima o poi uscirò fuori a riveder le stelle, mi dicevo, costruendo bolle di pace e gioia per i miei figli ad ogni risveglio, ad ogni cena… lavoro,spese, cucina.. fiabe e canzoni per i bambini. La mole di lavoro era pazzesca, ogni tanto mi saltavano i nervi.
Il tuo scritto, Luna, è una miniera di cose preziose: @… un segreto in una famiglia non è mai veramente un segreto… in qualche modo persino i vuoti lasciati in un discorso vengono percepiti@
A quei tempi non sapevo che ‘le bolle di vuoto’ non si possono celare … emergono dal passato, inesorabili: chissà che vuoti e che disagi provano i miei figli, e che dolore, mentre queste bolle di vuoto salgono in superficie ed i ragni
fanno di tutto per evitarlo:è questione di vita o di morte. Se vengono scoperti come ragni, è la fine; se volessero liberare il loro Essere, che forse c’è ancora rattrappito e nascosto dentro le loro infanzie violate, non avrebbero altro mezzo che ‘uccidere il ragno’ da sé.. per ora, preferiscono continuare la finzione finché regge.
Intanto, i ricordi acquistano valenze insospettabili.La verità era così brutta che mi sono serviti molti anni per vederla: abusi, riconosciuti e non, e una logica talmente invertita e maligna da essere del tutto illogica eppure da apparire uguale al suo opposto, la razionalità logica e buona; come uno specchio rimanda un’immagine uguale e inversa dell’oggetto vero. Cercavo mia madre e vedevo a tratti la buona logica reale e a tratti quella nello specchio, identica ma inversa e maligna, finché è rimasto solo lo specchio: se prima ero inconsapevole della lacerazione di amare mia madre e al contempo proteggermi da lei, la lacerazione è divenuta tremenda quando mia madre, visto che mi difendevo costruendomi la mia vita, ha iniziato a chiamarmi ‘mostro’, a sibilarmelo in faccia,a escludermi con pretesti legali/economici, a dire a parenti e conoscenti che mi considerava morta e che sarebbe stato meglio se io non fossi mai nata. Io però non avvertivo un’alternativa tra me e lei (o mostro lei o mostro io). Io avvertivo solo il terrore di essere, forse, un mostro: se lei non si sbagliava,io ero un mostro, e allora che diritto avevo di tornare a casa dai miei figli e nascondere loro che io ero un mostro?Il terrore di essere un mostro toccava il massimo, quando si aggiungevano le accuse di un marito con la bava alla bocca, dominato da gelosie furiose e impulsi occulti. Mi rifugiavo nel quotidiano, lavoro, pittura, anelando ai brevi paradisi fragili come cristalliere,pensando a COME scoprire se ero un mostro o no… ricordo un bel post di Luna in proposito.
Che forza,hanno le parole!quelle di Luna scaldano il cuore e si ritrova il coraggio.. 😉
Fl53: le mie parole nascono anche da tante parole che ho ascoltato, che ho scambiato, perché io penso che lo scambio di esperienze possa essere un grande valore, che lo scambio empatico lo sia.
perché è vero, le parole hanno forza, nel fare male e nel fare bene anche però, nel spegnere la luce e nell’accenderla. Ed è per questo che, molto spesso, chi vuole manipolare gli altri oltre ad usare l’arma delle parole dure, della dialettica tagliente, e del non confronto, usa anche l’arma del silenzio, della chiusura, del monologo, dell’unilateralità dell’espressione, affinché ci sia una tesi sola, da portare avanti, ma chiusura anche verso l’esterno (che sia togliere amicizie, parenti se i rapporti sono buoni, colleghi di lavoro, uscite in cui si sia soli e ci si possa guardare dentro e intorno… occasioni in cui qualcuno, fuori dalla ragnatela, possa accorgersi che qualcosa non funziona) e chiusura del confronto, con altre vite, e quindi altri mondi. Perché spesso chi sta fuori non può capire del tutto quello che stai passando quando sei chiuso nella ragnatela, ma anche solo mostrandoti che esiste altro, che esiste un altro modo di vivere, pensare, ti apre. E il ragno non vuole l’apertura. Perché l’apertura toglie il controllo, relativizza ciò che, nella molestia morale, non può essere relativo, bensì assoluto ed insindacabile. il ragno dev’essere il solo ad avere la verità, a poter porgerla, e come vuole.
Molte delle persone che raccontano storie di molestie morali raccontano storie di profonda solitudine, di ripiegamento su se stesse, in cui si ritrovano a stare zitte, a monologare con loro stesse soltanto e a gestire interiormente la potenza del soliloquio di chi propone, con prepotenza, un certo tipo di verità, non solo sulla relazione e sul mondo, degli affetti o mondo esteso, ma su loro stesse, intendo sulle persone molestate, in primo luogo.
Tu sei così, io ho la verità su di te e sul mondo.
Tu dipendi da me… perché poiché non sei in grado tu di vedere la
verità, su te stesso/a e sul mondo, sul tuo rapporto con gli altri, hai bisogno di me, di me che ti dica chi sei, e cos’è il mondo.
Te lo dico urlando, te lo dico con violenza, ma dove vai tu, senza di me? Io in fondo ti proteggo da tutto ciò che tu non sai, e che io so, anche per te…”.
Ieri ho rivisto una mia cara amica.
Anche suo fratello era un mio caro amico. Carissimo.
E’ stato così fino a diversi anni fa. Siamo stati amici, carissimi, anche mentre aveva le sue storie d’amore, e non è mai stato un problema, nè è mai stato un problema per le mie. Perché la nostra era un’amicizia profonda, ma veramente pulita, fraterna.
Poi un giorno lui ha incontrato lei. Lei che all’inizio a sentirla parlare era felice per lui, che avesse degli amici che gli volevano bene, anche perché aveva avuto un’infanzia difficilissima. “che bella cosa”, diceva. Un giorno di colpo si inventa che io l’ho trattata male. Ho pure i testimoni, si è inventata la cosa di sana pianta. persino la situazione è inventata.
Lo mette al muro. Io devo sparire. Se vuole vedermi, e a lei pare pazzesco, lei cmq non vuole più neanche sentire il mio nome.
Lui sa che si è inventata tutto. Lo sa, perché mi conosce. Non che io sia una santa, ma lo sa benissimo che si è inventata questa cosa. Non mi serve neppure dirgli la mia versione. Ci basta guardarci negli occhi. I suoi sono rossi di pianto. Lui è innamorato di lei, questo amore lo sta ripagando di tanti vuoti che ha patito da bambino. E non piange perché la sua amica-sorella ha maltrattato la sua fidanzata, ma piange perché sa benissimo che il suo grande amore gli sta raccontando una palla micidiale. E gli sta chiedendo di strapparsi un pezzo di cuore… come prova d’amore. E sa che io me ne andrò, perché non gli chiederei mai, io, di tagliarsi a fettine
Mi è dispiaciuto molto sapere, a distanza di anni, che io non sono stata che il primo pezzo, di una lunga serie. E che in questi anni ha avuto una serie di disturbi di salute, uno dietro l’altro.
ecco … letto anche questo racconto di Luna, io arrivo ad un punto in cui mi chiedo: noi stiamo tanto a lavorare su noi stesse, a ricostruirci dopo la disintegrazione, a ricontattarci con la realtà, a ritrovare i nostri desideri e i nostri talenti, a lavorarci su, lo consigliamo alle persone amiche che vivono oppressioni, maltrattamenti psicologici, fisici, economici … ok, va tutto bene, è così che si deve fare, ma: è mai possibile che non ci sia un modo per far sì che le persone oppressive che rovinano la vita a macchia d’olio attorno a sè, comincino ad accorgersi che stanno facendo qualcosa che non va? d’accordo, esiste tutta la letteratura dalle tragedie ai fumetti, la storia, i film, le opere liriche, la cronaca (per non parlar dei libri sacri di tutte le religioni): ma evidentemente qualcosa non funziona, se a recepire il messaggio sono solo quelli che, dopo essere stati maltrattati, riescono a tagliare e a riprendersi con fatica la propria vita (molti, infatti, capiscono al contrario e si trasformano in oppressori) oppure quelli che del messaggio ne recepiscono solo l’aspetto di sopportazione e sofferenza e ci muoiono dentro. Gli oppressori, spesso violentati-violenti, hanno la testa così dura? Hanno il cuore così chiuso questi ‘cattivi’ che si aggirano, per rubare un’espressione ai testi sacri, come leoni ruggenti tra le pecore?
Al posto che, o meglio oltre, uno spot tv che spieghi alla vittima che è una vittima, non sarebbe ora di farne uno che spieghi al violento che è un violento?
FL53: sono domande che ovviamente non possono che “salire su”…
“ignorantemente” potrei provare a rispondere così:
che l’informazione può comunque servire, perché agendo sulle vittime, e portandole alla consapevolezza che qualcosa non va, e perché, perché dire no, mostrando certe dinamiche, adattamenti, ecc, può comunque spezzare una catena. Famigliare. Generale.
spero di riuscire a spiegarmi bene:
la violenza è un concetto molto ampio, ovviamente e purtroppo, non solo come violenza psicologica e fisica, che spesso si intersecano, ma per tutti il livelli, sfumature, manifestazioni.
Violenza è anche un furto, una rapina.
Uno stupro. Ogni forma di prevaricazione. Ogni volta che l’altro non esiste più come individuo a sè stante, con il proprio diritto, diritto alla vita, alla salute, ad essere, ad esprimersi, e non essere leso, in alcun modo. C’è chi annulla l’altro, non lo vede, se non come mezzo, nega la sua esistenza. E’ una comparsa, una cosa, un nulla.
E’ chiaro che piccole forme di aggressività sono quotidiane.
Nessuno è perfetto. Possiamo ledere gli altri anche senza esserne consapevoli. Possiamo chiedere scusa, possiamo rimediare. Possiamo non rendercene conto. Possiamo non farci stritolare dal senso di colpa, ma usare l’errore, anche il nostro, in modo costruttivo.
Possiamo difendere i nostri spazi, ma non per questo essere aggressivi.
Possiamo dire di no e di sì. Molte persone rimangono con delle parti di sè “incancrenite” dopo un’esperienza con la violenza. C’è chi si chiude, c’è chi si apre eccessivamente, c’è chi non riconosce la propria violenza, c’è chi non riconosce quella degli altri.
Io credo che si possa fare qualcosa.
Io credo che si possa, se ci si mette in discussione, in modo costruttivo. E si capisce che qualcosa non va. Qualcosa non va se non siamo felici, al di là delle cose della vita che veramente esulano completamente da un controllo, forse dipende dalle relazioni che abbiamo. Bisogna poter guardarle con lucidità.
Non è scontato
fosse facile…. fargli capire che quello che fanno non se lo potrebbero permettere non ci sarebbero più problemi! Secondo me a volte bisognerebbe agire per vie legali…. ma bisogna trovare il coraggio e sapersi allontanare e prendersi tutte le onseguenze del caso! Perchè l’uomo violento capisce solo una parola oppressione…. Comunque ho preso il libro molto interesante ho deciso di prenderne anche un’altro dello stesso autore!
Qui si parla in particolare di un certo “tema”. E anche su questo tema non esistono risposte pronte, nel senso che ogni caso è a sè, ha una sua biografia, racchiude alcune dinamiche, intersecate in un certo modo, nella varietà di dinamiche che possono essere incluse nel tema: violenza psicologica/molestia morale, e le loro manifestazioni, effetti. Qui si parla di consapevolezza e di recupero.
Ed è vero, sarebbe bello poter agire prima.
Ma a parte che penso che ogni vita restituita a una vita degna di tal nome sia una vittoria (personale, per chi torna alla vita) penso anche che ogni persona che guarda alla vita in modo sano può mostrare ad un’amica, una figlia, una sorella, una madre, anche alla signora che incontri alla cassa del supermercato, anche solo già vivendo, qualcosa che dovrebbe essere ovvio, naturale, ma spesso non lo è.
Può essere uno spunto, può far cadere un velo, può spingere, la vita dentro che vuole vivere, a cercare il suo diritto e il suo spazio.
Non è questione di cattiveria, secondo me. Cioè, non sto dicendo che chi fa male sia buono, ovviamente, ma il problema è che chi fa male attraverso questi tipi di violenza di cui parliamo (e questa, si badi bene, non è per me una giustificazione) ha un suo motivo, interno, o una serie di motivi, meglio, per essere ciò che è, agire come agisce,
guardare chi ha di fronte, i rapporti, il mondo, la sensibilità dell’altro in un certo modo. Ha tutti i suoi motivi, e i suoi schemi, per vivere in un certo modo il proprio rapporto con la SUA violenza.
E per negarla, per giustificarla, per sentirsene prigioniero, ma non uscirne, o per guardarla come un mezzo, automatico, per esempio per controllare la realtà. Ho poco spazio, ma voglio dire intanto questo: spesso l’unico modo per un violento di fare lo scatto: “voglio guarire” è capire di avere un problema. Ma spesso ammetterlo per lui è uno svantaggio.perché la violenza gli è utile, perché uscirne è faticoso. Perché c’è chi si prende cura di un problema suo.
LOREDANA: ciao 🙂 🙂 🙂
non ho capito a quali libri ti riferisci, ma non importa 🙂 se i libri ti “parlano”, ti dicono delle cose che hai bisogno di capire, centrare, sentire è ottimo 🙂
per il resto le tue osservazioni sono puntuali, sulla difficoltà, e anche sul fatto che l’oppressore – dicevo questo anche nel post più su, appunto – ha un vantaggio nella sua oppressione, capisce solo quella, sì, è vero.
conosce un linguaggio solo e non ha interesse/voglia/capacità di impararne un altro. Anche se gli dici: guarda! lui non vede.
Schiva, glissa, dà una sua interpretazione.
Ha le sue dinamiche e il suo modo di vedere la vita. ha i suoi parametri, per cui ti può, per esempio, insultare ma darsi sempre una giustificazione. può ferire, e quanto, ma sentirsi ferito trecento volte lui se sposti una cosa di un millimetro. può essere territoriale, possessivo, ma non avere idea che l’amore non lo puoi pretendere a pugni, che una storia, un rapporto si costruisce, e non certo a cazzotti. può dire che ti protegge, ed è magnanimo, mentre in realtà ti rinchiude. Può fare tutte queste orribili cose, e anche altre.
ma non puoi cambiare lui, se lui non vuole, non vedrà mai se non vuol vedere.Anzi, alzerà la posta. La violenza non diminuisce se non è arginata, aumenta. Perde via via ancora più parametri reali.
Vedere per chi usa il filtro dell’oppressione per guardare la vita, per gestirla, per distruggerla invece di costruirla, è uno svantaggio.
Se così non fosse, se capisse il vantaggio di vivere diversamente, non vivrebbe così.
Ama, non ama? anche se amasse ama di più se stesso, e il suo è un modo di amare malato. ma allora chiediamoci cos’è l’amore… per noi è questo?
puoi (tu generico) cambiare tu la tua vita, dicendo no a tutto questo e fartene un’altra migliore. Dove i parametri siano altri. Dove, tu che sai che questo è sbagliato, quello che cerchi di dire a lui che è sbagliato, se lo sai, tu lo sai, puoi rifiutarlo.
il rimedio sta dentro, non fuori. nel lavorare
sulla propria voglia, capacità, sul proprio bisogno di una vita sana, migliore, degna di tale nome, su un amore che sia amore, sta dentro, non fuori.
Intendo dire: non sta nel dire a qualcuno che ci prende a calci in testa (che siano metaforici, o purtroppo, in molti casi, reali) “guarda che mi stai prendendo a calci in testa! guarda che mi fai male! guarda che non è giusto! guarda che stai sbagliando!”.
Sta nel cominciare a pensare che noi, siamo noi stessi coloro che prima di tutto ci portiamo appresso tutta la vita. E che se una persona è malata, è violenta e ci prende a calci in testa dobbiamo tutelare il nostro non volerlo. Non cambiando gli altri, ma concedendoci il diritto di sapere, SAPERE che noi non siamo nati per prendere calci in testa.
NESSUNO NASCE PER PRENDERE CALCI IN TESTA.
Non importa se abbiamo incontrato persone che l’hanno fatto. Non hanno ragione, MAI. Non hanno giustificazioni. E il dare calci in testa è una loro malattia che NOI NON POSSIAMO CURARE. Neanche con l’amore.
e che ci contagerà invece facendoci credere che forse ci meritiamo un calcio in testa.
Possiamo capire perché siamo rimasti, è vero, possiamo imparare a non cascarci più, possiamo farci aiutare e aiutarci ad uscirne.
POssiamo capire perché non abbiamo saputo riconoscere la violenza.
Questo possiamo farlo.
Ma partendo finalmente da noi, in senso costruttivo, non dandoci a nostra volta calci in testa, da soli.
e, per inciso, fidati che non sono solo parole quelle che dico.
ho preso anch’io i miei calci in testa.
Un abbraccio.
Per Luna: il libro di cui parla Loredana è quello che avevo consigliato io, di Dyer.
Vorrei partire da queste due frasi:
Luna: @il dare calci in testa è una loro malattia che NOI NON POSSIAMO CURARE. Neanche con l’amore. che ci contagerà invece facendoci credere che forse ci meritiamo un calcio in testa@
Loredana:@ Secondo me a volte bisognerebbe agire per vie legali…. ma bisogna trovare il coraggio e sapersi allontanare e prendersi tutte le conseguenze del caso@
Qui abbiamo analizzato i meccanismi interni della violenza, non solo in teoria:come dice Luna abbiamo preso calci in testa. Ma la violenza vive, come fosse un lager, dentro la società.Gli americani,sconvolti alla vista del lager,prelevarono gli abitanti dei dintorni dalle loro case con le begonie ai davanzali e li obbligarono a vedere.Ovvio, quelle persone facevano bene a coltivar begonie in casette ordinate eppure tutto era sbagliato: dentro la società c’era il lager e la società reagì; punizione ai colpevoli, almeno quelli che non erano scappati in Sudamerica coi soldi, collettivo rifiuto per l’orrore dei lager, programmi psicologici nelle scuole.
Nella nostra società, pulsano migliaia di mini-lager costruiti da persone ‘malate della malattia che li fa vivere dando calci in testa’.Sono micro-lager avanzati:la tortura è invisibile, la vittima esce, fa la spesa e torna nel lager convinta che quello sia il suo posto.Parlare di questa realtà dà fastidio: le signore-bene la snobbano, le bigotte la negano, le persone semplici non se la figurano.
Chi capisce sono gli psicologi (non tutti), i gruppi di auto aiuto, i centri antiviolenza con assistenza psicologica, legale. Ma l’assistenza legale spesso è ulteriore violenza –come dice Loredana- e, comunque, non funziona se non ci sono le leggi: l’avvocato ti dice, chiaro e tondo, che questa violenza non è perseguibile perché la legge non la considera e quindi … non esiste! La legge sullo stalking è un passettino minimo: colpisce solo i violenti che non si
sanno controllare. La legge non tocca (e quindi non frena) i violenti che usano, per annullare una persona, la psicologia raffinata che Luna ha descritto alla perfezione.
Se è vero che l’unica soluzione per la vittima è liberarsi e vivere, non basta che lei costruisca su di sé per riuscire a farlo. Troppi sono i casi in cui la vittima, sfinita, si allontana ma si trova solo apparentemente fuori dal lager, spesso espulsa dallo stesso dittatore desideroso di procedere oltre nelle sue dinamiche malate. In realtà, lui sta confezionando un nuovo lager: negazione dei diritti, emarginazione dalle persone più care manovrate ad arte, diffamazione a largo raggio.In questo contesto, chiedere a una persona solo di ‘costruire su se stessa’ aggiunge alla tortura la pretesa dell’accettazione e questo è atroce. Anche perché, se ce la fa, viene accusata di essere insensibile. Io ho sono stata accusata di essere un mostro perché sopravvivevo alla tortura; ma, se per caso sfinita mi lasciavo andare un po’, e avevo le occhiaie, mi dicevano che facevano bene ad escludermi perché ‘non ero positiva’: nemmeno la libertà di piangere, ti lasciano. Ma non c’è scampo: ‘non c’è una legge’ perciò ‘non esiste la violenza in oggetto’. Si smascheravil violento solo se è così scemo da usare le mani. Ho un’amica cui, dopo la separazione, i due figli non rivolgono più la parola; al massimo, le portano i pantaloni da accorciare, guardandola con disprezzo se lei solo tenta una frase… se lei rifiutasse di accorciare i pantaloni, non li vedrebbe più ; solo due anni fa aveva un rapporto bellissimo … per un po’ ha retto, ma ormai non ha più voglia di costruire su di sè, si è ammalata, ora ricorre all’alcol che,nelle sue condizioni, è puro veleno. Io, questo, lo chiamo delitto perfetto, e non solo io.
Siamo in uno stato di cose in cui bisogna ritenersi fortunati se si subisce violenza fisica che consente la denuncia: sempreché si abbia la lucidità –e il fegato, perché i risultati sono tutt’altro che
garantiti- di procurarsi foto e testimoni. È già qualcosa rispetto ad altri tempi.
Vedere l’orrore del lager ha fatto sì che un’intera società affrontasse il problema: non che questo impedisca agli svitati di fare i naziskin, ma almeno si sa che ‘la cosa’ c’è, è brutta..magari qualcuno si fa curare in tempo.
La società dovrà confrontarsi, prima o poi, con i violenti civilizzati astuti anche perché, visto che ormai la violenza fisica è perseguita, molti si spostano verso la ‘civile’ violenza psichica:il fenomeno è in crescita. So che in Svizzera, una commissione sta lavorandoci. Malgrado le leggi, è vero,furti e stupri sono comunque dappertutto, però un progresso rispetto a razzia e schiavitù è stato fatto. La legge non sarà un abracadabra che fa sparire la violenza psichica, ma è il primo passo.
Insomma … io vivo con gioia la vita che mi sono ripresa, ma sono anche dentro a un nuovo lager invisibile che si rinforza ogni giorno e se mi limito a vivere le cose belle che mi sto conquistando senza FARE nulla per interrompere il nuovo lager, è come se io obbligassi me stessa a sopportarne consenziente e sorridente la tortura … una tortura nella tortura. Oltretutto, so che non faccio nulla per impedire alla ‘malattia’ di propagarsi a figli,nipoti…Parte del costruire me stessa, è ANCHE fare qualcosa contro quella tortura… vivere la mia gioia vale se tento qualcosa perché il mio lager finisca e finiscano quelli degli altri… non voglio coltivar begonie sul mio balcone se accanto qualcuno soffoca nel lager … ma le coltivo con gioia, se faccio quel che posso per aprirne le porte, perché se ne costruiscano sempre di meno … Questo FARE è bello: c’è un prezzo da pagare, ma quale che sia il risultato almeno avrò provato e ciò restituisce valore alla mia sofferenza,scambio di amore … e allora sì che costruire me stessa e vivere con gioia ha senso: ho un obiettivo, chiaro, bellissimo, possibile…
FL53: quello che dici è molto vero, e tra l’altro hai descritto delle realtà, non hai appunto parlato in astratto.
E questo è fondamentale.
Quello che dici sulla legge è verissimo. Verissimo è che ci vuole più informazione, anche. Questa è una cosa che, nel mio piccolo, cerco di fare. Far capire a chi non sa, non conosce, che la violenza psicologica esiste. Non è un’invenzione, non è una scusa, non è “nessuna coppia è uno spot pubblicitario”. Non è: “tutti, qualche volta, possono avere un momento no”.
Perché è vero, probabilmente che nessuna coppia lo è, uno spot dei biscotti appena sfornati (dalla fabbrica… :O) nel senso che i miei nonni sono stati insieme 60 anni, si sono amati molto, rispettati molto, ma anche è capitato che fossero in disaccordo su qualcosa, e che fossero un po’ nervosi… li ho visti batibeccare alle volte, ma batibeccavano da persone che si amavano e si rispettavano. e sono stati davvero insieme nella buona e nella cattiva sorte.
sicuramente in 60 anni non ci saranno stati solo giorni con il cielo blu che blu non si può. Questa, secondo me, è utopia.
Però la violenza psicologica non è il marito che arriva a casa e protesta perché hai fatto la pastasciutta con il pomodoro invece che con il tonno, perché magari è un po’ nervoso perché ha avuto una giornata difficile. Ma poi ti chiede scusa. Non è la coppia che litiga un attimo davanti al cinema perché lei vuole vedere un film d’amore e lui un film d’azione, ma poi magari sdrammatizza con una battuta. Non è neppure il fatto che due amici miei che conosco abbiano avuto un periodo di nervosismo ovvio perché lui era rimasto senza lavoro e lei si alzava ogni giorno alle 4 del mattino per andare a fare le pulizie, ed era la sola che portava i soldi in casa, in quel periodo, per pagare il mutuo…
La violenza psicologica è un’altra cosa. E sarebbe il caso che il mondo lo sapesse che è un’altra cosa. Perché l’ignoranza fa danni grossi… perché ci sono persone che cercano di dire che vivono in
un lager – perché capiscono che qualcosa non va, che sono infelici, che c’è una prevaricazione, finalmente ne prendono coscienza – ma da fuori possono sentirsi dire: “vabbè, ma anche mio marito alle volte mi risponde male…”.
E possono sentirselo dire da chi parla di una realtà che non centra NIENTE con quella del lager. O anche da chi vive in un altro lager e quindi dice: questo è normale. Tempo fa una ragazza ha scritto in questo forum (e stava facendo un grosso lavoro per capire che era finita in un lager…) che una sua amica minimizzava il fatto che lei fosse stata presa a “calci in testa”. Le diceva che lei stava sbagliando. Terribile. Ma l’amica minimizzava perché non ce la faceva ad ammettere che anche lei li prendeva, e quindi dirle è normale non era una cattiveria… era la sua difesa dal fatto di prendere coscienza dello stare nel lager. perché nessuno le aveva detto che il lager esiste. lei vedeva solo l’uomo che aveva di fronte, ma non sapeva che questa è… una malattia. ma è come se andassi da qualcuno che ha la mia stessa dipendenza dall’alcol, ma non vuole ammettere di averla, e mi dice: ma che vuoi che sia farti un bicchierino! mentre mi sto scolando una bottiglia di gin, e penso che forse ho un problema…
Sulla legge sono d’accordo però – spero di non essere fraintesa – la legge può tutelare, difendere, risarcire, dipanare in modo più equo certi conflitti, questo sì dovrebbe fare. e davvero. Ma insisto che il primo tassello è partire da sè. ricostruirsi dentro, anche attraverso una psicoterapia mirata. Mirata anche ad accettare di poter avere una nuova vita senza sentirsi in difetto.
perché nessuna legge potrebbe cambiare dentro dei figli che vedono la madre solo per portarle dei pantaloni da accorciare. Mentre un aiuto psicologico può forse aiutare una donna che sta scivolando nell’alcool perché i suoi figli non accettano che lei abbia salvato se stessa da un morbo. Che viva.
Non so se mi sono spiegata, ovviamente il tema è complesso.
si si, infatti avevo scritto ‘ANCHE’ più forte che potevo.Chi fugge da un lager per prima cosa ha bisogno di ricostruirsi,ma gli serve anche altro se i suoi figli sono rimasti là dentro,vittime infette della’malattia che fa dar calci in testa’. Continua a tornarmi la frase di Luna: @persone che …non hanno ragione, MAI. Non hanno giustificazioni. E il dare calci in testa è una loro malattia che NOI NON POSSIAMO CURARE. Neanche con l’amore.@
Neanche l’amore…che le prova tutte,che si costruisce pur di ‘esserci’.Si rischia di implodere(cioè compromettere il fisico definitivmente … tumori,infarti,qualunque cosa ‘liberi’ dal vedersi i figli ‘infettati’ dalla malattia della violenza),se l’amore non si allarga a conquista sociale,progresso. 50 anni fa, la mortalità infantile superava il 70% nelle valli dalle mie parti: enterocoliti, febbri, denutrizione in una povertà in cui l’ignoranza spingeva le famiglie a far 10, 14, 16 figli e l’unico appoggio era il prete che benediceva bare, distribuiva rosari, minacciava di inferno il marito e moglie che giacevano evitando di procreare e indicava in povertà, sofferenza e morte la via del paradiso (il discorso però cambiava radicalmente nei confronti dei pochi benestanti).La cultura è cambiata, e questo non accade più.
Il mio è un sogno, ma tanto vale fare il sogno pià bello:che si riconoscano i sintomi della ‘malattia che fa dar calci in testa’ in tempo per curarla e, meglo ancora, prevenirla.Il conflitto è ‘normale'(e anche utile alla relazione), ma la violenza è patologia: il confine è la sofferenza, fino alla disintegrazione dell’io…c’è un oppresso e un oppressore. La legge non può cambiare un figlio ‘malato dentro’, ma ad altri figli, a future famiglie, servirebbe molto: una legge può mettere in moto mille cose,dalla ricerca alla specializzazione(ad evitare l’ulteriore violenza causata da avvocati, psicologi, operatori impreparati) ma soprattutto
diverrebbe ‘normale’ curarsi, una volta riconosciuti i sintomi, proprio come si fa quando in famiglia tutti hanno pustole,mal di pancia, febbre o altri sintomi di malattia (e come si comincia a fare nei casi di abusi fisici).
L’unico modo per cambiare la cultura tanto da premere sul legislatore è … trovarsi, parlarne, cosa che appunto qui stiamo facendo noi (e altri altrove) e mi congratulo con loro e con noi :DDDDDDDD
anche se il campo è minato e difficile e spesso chi lo percorre è già ferito …in questo trovarsi si ‘apprende’, si impara moltissimo … è impossibile, altrimenti, spostare la propria esperienza individuale al piano collettivo, a identificare codici, schemi e poi a riportarli nella realtà individuale di altre persone per aiutarle..
@anche se il campo è minato e difficile e spesso chi lo percorre è già ferito …in questo trovarsi si ‘apprende’, si impara moltissimo … è impossibile, altrimenti, spostare la propria esperienza individuale al piano collettivo, a identificare codici, schemi e poi a riportarli nella realtà individuale di altre persone per aiutarle…
Lo sai che mi trovi assolutamente d’accordo 🙂 😉 nel mio piccolo, per quello che posso, anche per questo sono qui. E altrove.
e peraltro, per come sono fatta, il non avere – io – una laurea specifica, ma un’altra, non averne una che si possa specializzare in tal senso mi pare spesso un limite… un limite alla mia voglia di poter fare di più, in modo mirato, intendo. in modo pratico. Anche se vedo che comunque quel che si può fare serve, a qualcosa serve, anche la goccia nel mare. Quando qualcosa si muove si muove, anche se di un millimetro. E ciò rincuora la mia visione “collettiva” dell’individualità.
bacini 😀
… ma pensa che a me pareva tu fossi *proprio* laureata nel settore!
… ed in qualche modo lo si è, quando all’esperienza diretta vissuta ‘sul campo’, si aggiunge l’impegno nell’informarsi, leggere, capire, e il tutto oltre a portare una nuova vita per sé si traduce in bene verso gli altri 🙂
… e mi pare che qui tu ne stia facendo moltissimo, certo più che una goccia nel mare…. direi che è come il famoso battito d’ali della farfalla!
Anche io come te avverto ogni tanto quel senso di limitatezza. Eppure, i professionisti hanno limiti ancor maggiori: devono, appunto, essere professionali. Per quanta empatia ci mettano, sulla scrivania ticchetta l’orologio (ed il tassametro): il tempo è limitato, il costo elevato. Non c’è disponibilità oltre i totminuti, il rapporto diretto è intermittente. Il che è un bene: bisogna distinguere tra il medico e la cura. Il tuo ‘esserci’ fuori dallo studio, prima o dopo lo psicologo (‘prima’ anche inteso come periodo di scelta per iniziare ad andarci) serve da zattera, da dimostrazione reale e concreta di ciò che nello studio è impostato in teoria. Senza contare l’aiuto decisivo che la tua presenza può essere per chi dallo psicologo non va. Il tuo esserci senza tassametro, a tutte le ore, fa da zattera a chi annaspa, fa da eco a chi sta facendo il difficile percorso del ri-conoscere se stesso per riprendersi la sua vita … è il lavoro di un amico, che ama l’altro per quello che è …
Esistono mille tipi di terapia. Alcuni li conosco, altri no.
Per esempio ho visto con i miei occhi i grandi effetti dell’arte intesa come terapia, libera e al contempo indirizzata, a cui ho partecipato attivamente, portando quello che potevo, che avevo assimilato in altri contesti, non terapeutici ma artistici (esperienza meravigliosa!).
L’arte-terapia è però una cosa seria, che non si improvvisa.
Intendo dire che al contempo mi sono venuti i brividi quando ho visto persone che facevano arte, quella potevano insegnare, seminare arte che poi dentro poteva far nascere in ciascuno sue domande, sue risposte, suoi effetti, cosa di per sè stupenda, mettersi invece il cappello dello psicologo senza avere idea di cosa stavano facendo nel momento in cui aprivano una porta. Troppo personale, troppo chiusa. Senza avere idea di come si richiude.
Non avere rispetto.
Io ne sapevo un po’ da capire la differenza.
Ma mi sono venuti i brividi perché, chi non sa la differenza poteva stare male da morire sentendosi dire:
“tu scappi da questa cosa perché in realtà questo e quello”.
Mi sono alzata in piedi e ho detto: scusa, con tutto il rispetto, ma tu che ne sai? A che titolo parli?
mentre mi sono commossa vedendo persone sbuffare e poi invece essere completamente rapite da un processo artistico, anche minimale, di cui facevano parte.
Vedere persone che stavano in ultima fila e parlavano con la vocina, andare – quando se la sentivano – davanti a tutti, leggere, parlare con una voce piena per ascoltarsi meglio e per farsi sentire fino in fondo alla sala.
E penso che ciascuno di noi, anche se fa arte solo per se stesso, intesa come processo creativo di qualsiasi tipo (che sia pure cantare sotto la doccia, cucire, fare un disegno, ma ognuno sa il suo, sente il suo) senza giudizio, senza fine, in quel momento può starsene con sè in un modo libero ed espressivo.
Scusa, ho divagato 😉
volevo dire che esistono appunto moltissimi approcci terapeutici, e quando sono seri
e quando li sentiamo utili e giusti per noi sono utili, sempre.
Per quanto riguarda quel genere di lavoro psicoterapeutico a cui facevi riferimento, quello con il tempo limitato, il tassametro ecc, il senso della cosa sta proprio anche in quei “limiti” che in verità limiti non sono.
Come noti anche tu.
Esistono strutture pubbliche che offrono sedute psicologiche gratuite, terapie con vari approcci, ed è importantissimo che ciò esista, e ci sono validissimi professionisti nelle strutture pubbliche. E’ importantissimo che chi non ha la possibilità economica possa rivolgersi ad uno psicologo o a chi è in grado di aiutarlo a dipanare la sua matassa, dare sostegno, indirizzare verso altri aiuti concreti.
Al contempo non demonizzo nella maniera più assoluta il fatto che esistano degli psicologi che vengono pagati direttamente dal paziente per il loro lavoro. Perché come si paga un dentista, un ortopedico, un oculista, è giusto pagare uno psicologo, perché la cura della salute “interiore” vale quanto quella della salute esteriore. Ma è più facile decidere di curarsi un dente che fa male che un dolore interiore, altrettanto – o peggio – limitante.
Il fatto di pagare lo psicologo in molti casi è parte integrante di un processo di auto-affermazione e di indipendenza.
Per molte persone pagare per la propria salute interiore significa dare un senso diverso anche al proprio denaro, al proprio impegno, dare valore diverso a quell’appuntamento, come un sacrificio, un regalo che danno uno scopo, se stessi. In un mondo esterno che pare privo di senso costruttivo quello è un fine costruttivo. e una dimostrazione di indipendenza.
Lo psicologo ti ascolta, guarda la realtà con te, ma non è un amico.
E la forza della terapia sta anche nel fatto che non lo sia.
Che in alcun modo si sostituisca al tuo lavoro, quando rimani solo tra una seduta e l’altra 🙂
bacioni 😀 😀
torno un po’ più su, alla mia domanda … si può far qualcosa per far smettere ad un ‘ragno’ di far soffrire le persone invischiate nella sua trappola? e anche per prevenire dinamiche peggiori?
Si diceva che tutto parte dalla ricostruzione di sè di una vittima che apre gli occhi, spezza legami vischiosi, si allontana ed inizia a vivere, finalmente, in autonomia. Ma, si diceva, nella trappola spesso restano figli o persone care in balìa di un ‘ragno’ furente perché gli è sfuggita la preda e che li manipola e avvelena ancor più; e loro, mentre difendevano la vittima quando era dentro la trappola, ora che ne è fuori la avversano come traditrice della ‘bella e grande famiglia’. Ed anche qui tutto parte dal continuare a costruire se stessi anche ormai fuori della trappola, fino ad avere la forza ed il coraggio di raccontare la verità, ovunque, senza stancarsi, con la serenità di uno che è scampato alla lebbra e vuole aiutare i suoi cari a guarirne, senza paura di scoprire segreti sporchi come incesti fisici o mentali, violenze sessuali e non, doppi o tripli legami con tornaconti economici-psicologici, dipendenze (quasi sempre effetto di una violenza).
Penso che, ferma restando la riconquista di sè e della propria vita, possiamo fermare il violento che tiene in ostaggio i nostri cari, partendo alla lontana e creando un mare di verità che allaghi la sua trappola e magari questo è anche il modo di prevenirla, perché una verità pubblica rende riconoscibile agli altri la propria realtà, se è simile, e allora anche altri possono cominciare a tagliare fili ed iniziare una reazione a catena…
Sono d’accordo 🙂
E penso che sia molto importante spargere la cosa. Anche per una ragione fondamentale: il pudore. Il pudore che le persone hanno a parlare di queste cose prima di uscirne. Unito al fatto di non essere sicure di quello di cui parlerebbero. Cioè: cosa mi sta accadendo veramente? chi è la persona con cui divido il letto, la casa? è davvero quello che mi sembra, in una parte di me, o, come dice lui, sono io che non ho capito niente?
se parlassi le persone penserebbero che sono debole? che sono cretina?
capirebbero? mi giudicherebbero? mi costringerebbero a lasciarlo?
e se io cambiassi idea? se io mi rendessi conto, invece, che le cose non vanno poi così male? perché ci sono giorni in cui mi pare che non vadano poi così male. Perché io lo so che c’è qualcosa che mi fa male, lo so, quando mi guardo allo specchio. Me ne accorgo quando esco la sera, e mi sembra di essere quella di una volta, ma poi quando torno a casa mi sento male.
Io lo so, perché non esco più di casa.
Perché quando incontro qualcuno che mi dice: caspita, ma sei stanca?
mi chiedo cosa ha visto. Vado a casa, mi riguardo allo specchio, e mi sento male.
Lo so per tutte le scuse che devo inventare, perché sono stanca.
Lo so perché quando qualcuno mi dice: caspita, sei sempre uguale, sai?
io lo so che non è vero, che non sono sempre uguale. Sono al contempo sconvolta dal sapere che non è così, e insieme mi dico: vabbè, ma allora non va così male se sono sempre uguale…
eppure ho nostalgia di me.
ma ci sono cose più gravi di queste, al mondo.
e finché non parlo la cosa è mia, è nostra, tutto ancora si può riparare. Se parlerò cosa succederà?
come mi guarderanno? come guarderanno lui?
io non ce la faccio a reggere anche questo…”.
Il pudore fa sì che le persone a volte si imbattano per caso nelle illuminazioni e nelle risposte, o che lo facciano andando ad un incontro sulla molestia morale dicendo: ci vado così, per curiosità, ho sentito che accadono brutte cose, così,
e sai, come andrei a una convegno contro l’infibulazione vado anche a questo, mi piace sapere cosa succede intorno a me…
E lì sentono.
Un sacco di persone non hanno idea di cosa sia la violenza psicologica.
Non sanno che esiste.
Un sacco di persone che ci vivono dentro, un sacco di persone fuori.
Ciò fa sì che le persone dentro non capiscono cosa stanno vivendo, e che le persone fuori possano rispondere con indifferenza, anche involontaria, ad un grido di aiuto che ha bisogno non delle stesse parole che possono andar bene per altri problemi.
Che possano rispondere con luoghi comuni che hanno effetti violenti sulle persone che già hanno subito e subiscono violenza.
La violenza psicologica e morale è un problema specifico, che può manifestarsi a diversi livelli e in diverse forme all’interno di questa specificità, per come io l’ho capito (se l’ho capito bene).
Non si può curare un ginocchio curando un dente.
Non si può parlare del ginocchio parlando del dente.
Ho conosciuto – là fuori – persone che erano dentro questi problemi. Ci siamo incontrate, “annusate”, dicendoci la verità. Tra persone che avrebbero celato quella verità anche alla macchina della verità. Per pudore. E per tutte le ragioni su citate.
E’ scattato qualcosa che ci ha fatto dire: ok, mi fido di te, a te lo dico che non va un c.... bene. Uno sguardo, una parola buttata lì, uno sdrammatizzare, prendendola alla lontana.
E poi ammettere. E fare un pezzo di strada insieme.
Parlando la stessa lingua. Confrontando sensazioni, cadute e scoperte.
Io, a monte, non avevo cominciato questo viaggio per questo problema. L’ho cominciato perché pensavo che il problema centrale fosse un altro.
Una scelta che avevo fatto, in base a me, a come mi sentivo io, in quel momento. Io scelgo così. Ma per scegliere avevo dovuto nascondermi. Avevo tutti addosso, e per quanto sapessi che la vita era mia, la scelta era mia, quella pressione mi toglieva il fiato. E non sono parole. Me lo toglieva davvero.
il frutto di ogni dolore è solo dovuta all’eccessivo attaccamento. e spesso quello che si crede amore è solo la legna che continua ad alimentare questo fuoco con molto fumo.
Bologna è molto più fica di Cuneo!!!
è una delle città più fighe d’ Italia!!!
Sono ancora qui,nn sono riuscita a risolvere niente anzi la situazione è precipitata vorticosamente,per un attimo ho avuto come la sensazione ke tutto stesse appianando nella normalità,forse anche nella tanto attesa felicità…Dio quanto mi sono sbagliata!!Forse non aspettava altro e ci è riuscito ci è riuscito in pieno a farmi male fino in fondo…non voglio ora piangermi addosso soprattutto perchè qui ho avuto dei sinceri e buoni consigli su cosa e come dovevo fare per uscire da questa trappola ke ora mi ha consumata all’unisono..non voglio nemmeno scrivere un romanzo per dire quello ke ancora è successo,sarò breve,ma ho bisogno di gridare la mia indigniazione!! Ho ereditato dalla mamma ke non c’è più e tanto ha detto tanto ha fatto è riuscito a portarmi via anche quello,ma quello ke più mi fa stare male è solamente il fatto ke quelli non erano soldi miei ma della mia mamma ke non c’è più..e pensare ke ha avuto il coraggio di venire a piangere al capezzale della mia mamma..assurdo.. aveva giurato ke non mi avrebbe mai chiesto nulla perchè lo trovava ignobile visto ke erano della mia povera mamma..e invece non solo li ha chiesti ma in parte li ha anche pretesi facendomi sentire una m… dicendomi ke non conoscevo il valore del voler bene dell’amare ke non ero degna di niente..e ora ho perso tutto anche me stessa…perdonate lo sfogo…bimba disperata
Si, hai ragione: qui avevi avuto “sinceri e buoni consigli”.
Non illuderti: quello che possiedi per questa persona non è amore. E’ una dipendenza vera e propria, proprio come quella dalla droga: sei intossicata, malata, ferita. Senza aiuto non ne uscirai e l’aiuto qui nel forum non può bastarti.
Prova a scrivere in un motore di ricerca parole come ‘oppressione trappola violenza aiuto’ ecc: non avrai che da scegliere, tra associazioni, consultori, gruppi, ecc che, gratis, sono in grado di aiutarti. Se il primo cui ti rivolgi non fa per te, cambia e cambia ancora, se necessario.
Ma l’unica persona che veramente può aiutarti sei tu stessa: per quanto orribile sia la situazione, per quante colpe possa avere l’altro, sei tu che devi cambiare.
La tua è una dipendenza, proprio come quella di un drogato per la droga, ed è lui che deve cambiare, non gli spacciatori o la droga stessa.
Tu devi cambiare: cerca aiuto.