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Chiesa cattolica ultimo atto prima dell’ignobile resa all’Islam!

di Seneca

La decisione presa a Monfalcone, nella diocesi di Gorizia, di concedere l’oratorio parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo di Staranzano ai fedeli islamici per la preghiera del venerdì durante il Ramadan, non è un semplice episodio locale. È un caso emblematico, un segnale preciso di una tendenza che da anni attraversa una parte della Chiesa italiana: la progressiva rinuncia alla propria funzione sociale e simbolica, mascherata da dialogo interreligioso. A firmare questa scelta sono stati don Paolo Zuttion, parroco della comunità, e l’arcivescovo monsignor Carlo Roberto Maria Radaelli, che ha avallato l’iniziativa come gesto di apertura. Ma apertura verso chi, e soprattutto a quale prezzo? È questa la domanda che molti cittadini, credenti e non, si pongono.
Per comprendere la portata del gesto, bisogna partire da un dato fondamentale: l’oratorio non è uno spazio neutrale. Non è una sala civica, non è un centro polifunzionale, non è un contenitore vuoto da riempire secondo necessità. È un luogo identitario, costruito e mantenuto per generazioni come spazio educativo, aggregativo, comunitario. È il cuore della vita parrocchiale, il luogo dove si formano i giovani, dove si trasmettono valori, dove si costruisce un senso di appartenenza. Concederlo per la preghiera di un’altra religione non è un gesto di cortesia: è un atto che incide sulla percezione stessa del ruolo della parrocchia nel territorio.
E questo, a Monfalcone, assume un significato ancora più forte. La città è da anni al centro di tensioni legate alla gestione degli spazi pubblici, alla presenza di comunità straniere, alla difficoltà di conciliare esigenze diverse in un tessuto sociale già fragile. Inserire in questo contesto una decisione così simbolicamente potente significa ignorare la realtà del territorio, o peggio, volerla forzare in nome di un’idea astratta di dialogo che non tiene conto delle conseguenze. Non è un caso che molti cittadini abbiano reagito con sorpresa, disagio, talvolta indignazione. Non per ostilità verso i fedeli musulmani, ma perché percepiscono la scelta come un ulteriore passo verso la perdita di un ruolo centrale della Chiesa nella vita sociale.
Il punto, infatti, non è l’Islam. Il punto è la leggerezza con cui alcuni esponenti della Chiesa trattano i propri spazi, i propri simboli, la propria missione. Don Zuttion e l’arcivescovo Radaelli parlano di “dialogo”, ma il dialogo non è unidirezionale. Il dialogo non è cedere spazi identitari senza chiedere nulla in cambio. Il dialogo non è mostrare una disponibilità che nessun’altra istituzione religiosa in Italia ricambierebbe con la stessa spontaneità. Il dialogo, quello vero, si fonda sulla reciprocità, sul rispetto, sulla consapevolezza dei limiti. Qui, invece, si è assistito a un gesto che molti percepiscono come una resa preventiva, un tentativo di mostrarsi più aperti degli stessi interlocutori, quasi a voler dimostrare una superiorità morale che però rischia di trasformarsi in ingenuità istituzionale.
La Chiesa italiana, in molte sue componenti, sembra non rendersi conto che la sua forza non deriva dal mostrarsi più progressista di altri, ma dalla capacità di essere un punto di riferimento stabile, riconoscibile, coerente. Quando questa coerenza viene meno, quando si dà l’impressione di voler compiacere tutti a costo di perdere la propria identità, si crea un vuoto. E quel vuoto viene riempito da altri attori sociali, culturali, politici. Non è un caso che molte parrocchie, in tutta Italia, vivano un calo di partecipazione, di vocazioni, di presenza giovanile. Non perché manchino i valori, ma perché manca la capacità di incarnarli con fermezza.
La vicenda di Monfalcone è il sintomo di una tendenza più ampia: una parte del clero che, nel tentativo di mostrarsi aperta, finisce per indebolire la propria comunità. Non si tratta di opporsi al dialogo interreligioso, ma di ricordare che il dialogo non può trasformarsi in auto cancellazione. Una Chiesa che non difende i propri spazi, i propri simboli, la propria funzione, rischia di diventare irrilevante. E l’irrilevanza, per un’istituzione millenaria, è molto più pericolosa di qualsiasi conflitto.
La responsabilità di questa deriva non è dei fedeli musulmani, che hanno semplicemente accettato un’offerta, ma di chi, come don Paolo Zuttion e l’arcivescovo Radaelli, ha scelto di compiere un gesto che appare più come un cedimento che come un ponte. In un’Italia che cambia rapidamente, la Chiesa dovrebbe essere un punto fermo. Quando invece diventa un terreno di sperimentazioni simboliche mal calibrate, rischia di perdere proprio ciò che vorrebbe difendere: la fiducia della sua comunità.

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Categorie: - Spiritualità

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