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Askatasuna: ultimo atto prima del buio istituzionale!

di Seneca

Torino è stata di nuovo trasformata in un campo di battaglia. Non è più una notizia: è un copione che si ripete. E ogni volta, la sensazione è la stessa: lo Stato arriva dopo, rincorre, tampona, osserva. Mentre gruppi antagonisti organizzati, capaci di muoversi con disciplina da guerriglia urbana, devastano interi quartieri, la politica continua a dividersi in distinguo, giustificazioni, solidarietà selettive. Il caso Askatasuna è solo l’ultimo capitolo di una storia che l’Italia conosce fin troppo bene: una minoranza violenta di veri delinquenti organizzati che si sente intoccabile, protetta da un clima sottoculturale di sinistra che da anni condanna solo simbolicamente chi usa la violenza come strumento politico, per poi prendere parte a cortei comuni con le stesse frange di delinquenti urbani. C’è un dato che non si può ignorare: ogni volta che esplodono scontri di piazza, le varie Schlein, Serrachiani, Licheri, Fratoianni, Bonelli, Conte, si affrettano a “contestualizzare”, a “capire”, a “non generalizzare” e a scaricare in maniera più o meno subdola la responsabilità dei fatti sul Governo Meloni e in certi casi a giustificare, certi comportamenti criminali, come l’on Ilaria Salis, che si è dichiarata dispiaciuta di non poter essere lì a dar manforte ai “gloriosi compagni sfascia teste”. Per puro miracolo non c’è scappato il morto, ma tanto non conta, avrebbe fatto parte di un significativo trofeo di guerra se malauguratamente ciò fosse avvenuto! Il risultato è devastante: chi spacca vetrine, incendia cassonetti e aggredisce agenti si sente legittimato. Perché sa che qualcuno, da qualche parte, cercherà di minimizzare e una parte di magistrati collusi con una sinistra accondiscendente sarà pronta ad assolvere o nel peggiore dei casi infliggere pene irrisorie. È un gioco pericoloso, che scarica sulle forze dell’ordine, attualmente con le mani legate dalle obiezioni della sinistra, il peso di una battaglia che dovrebbe essere prima di tutto politica: difendere lo Stato da chi lo attacca. E non è un compito solo del centro- destra attualmente al Governo, ma un dovere morale di tutto l’arco costituzionale unito. Accanto agli antagonisti, c’è un altro fenomeno che sta infestando le città italiane, esplodendo e diffondendosi come una peste bubbonica: i maranza. Gruppi per la maggior parte di extracomunitari chiamati indegnamente “italiani di seconda generazione”, un termine che fa rivoltare nella tomba, Garibaldi, Mazzini, Nino Bixio, e centinaia di nostri valorosi antenati che hanno cercato di costruire la nostra Patria con il sacrificio della propria vita, mentre oggi facinorosi delle peggiori etnie, la stanno distruggendo, pezzo per pezzo, seminando terrore e panico tra i cittadini esasperati e impotenti davanti a tanta violenza, dove di fatto lo Stato sta purtroppo latitando! Sono per la maggior parte extracomunitari violenti, privi di principi sia etici che morali; sfaccendati che pensano solo a delinquere, arricchendosi sulla pelle di chi lavora e guadagna onestamente con il sudore e la fatica del proprio lavoro, mentre loro seminano morte quotidiana spacciando droga agli angoli delle strade, delle piazze, dei parchi di ogni città! Come identità comune hanno la strafottenza di fregarsene delle forze dell’ordine, aggredendole e se capita non si fanno scrupoli ad ammazzare! Usano inoltre vigliaccamente, il branco come scudo. Aggressioni gratuite, rapine lampo, intimidazioni, vandalismi: un’escalation che sta trasformando interi quartieri in zone dove la legge vale meno del branco. E qui lo Stato deve essere chiarissimo: chi sceglie la violenza deve affrontare conseguenze reali, immediate, esemplari, senza sconti per nessuno sapendo che chi delinque che può anche lasciarci la vita, senza avere il diritto da parte dei familiari poi, di chiedere risarcimenti economici agli agenti delle forze dell’ordine o da chi si difende per legittima difesa: un vero scandalo aberrante che per casi simili deve essere immediatamente abolito dal nostro ordine giuridico! A questi esseri sub-umani, geneticamente propense a delinquere, va per prima cosa ritirato il permesso di soggiorno se ne sono in possesso e indipendentemente, che lo posseggano o meno, immediatamente devono essere espulse dal territorio italiano, non solo sulla carta, ma letteralmente accompagnate oltre confine. Serve una legge severa ed immediata sulla “reimigrazione”e anche se il termine non è contemplato dalla lingua italiana, dovrebbe subito essere accolto dall’Accademia delle Crusca e soprattutto dal Parlamento italiano con una severa legge ad hoc! A coloro che rimangono per qualsiasi motivo sul territorio italiano, sfuggendo alle maglie della giustizia, va comunque immediatamente revocato il diritto di voto. Se un sedicenne può aggredire, rapinare, devastare e uscire il giorno dopo come se nulla fosse, il messaggio che passa è uno solo: la legge non fa paura a nessuno, soprattutto a chi di fatto non ha nulla da perdere! Per l’attuale coalizione di Governo, questa è la prova del nove. Non bastano dichiarazioni indignate o promesse di “tolleranza zero”. Serve dimostrare, con i fatti, che lo Stato non è disposto a cedere un centimetro. Perché la percezione diffusa è chiara: se lo Stato appare esitante, se non riesce a proteggere le città, se non riesce a fermare gruppi organizzati e bande giovanili criminali, la fiducia dei cittadini evapora. E quando la fiducia evapora, il conto arriva puntuale alle urne. Gli scontri di Torino non sono improvvisazione. Sono organizzazione, logistica, preparazione. È legittimo chiedersi chi fornisce risorse, chi coordina, chi sostiene? Non si tratta di complotti, ma di realismo: la violenza urbana non nasce dal nulla. E ignorare questa domanda significa lasciare che il problema cresca fino a diventare ingestibile. C’è poi un altro elemento inquietante: la difesa cieca di alcuni genitori verso figli coinvolti in atti violenti. “Bravi ragazzi”, “non farebbero male a una mosca”, “sono stati provocati”. Una narrazione che non regge più. La società non può funzionare se ogni responsabilità viene negata, se ogni errore viene giustificato, se ogni violenza viene minimizzata. Torino è un campanello d’allarme che suona da anni. E ora suona più forte che mai.
Per riconquistare credibilità, lo Stato deve:
• colpire con decisione chi usa la violenza politica,
• stroncare le bande giovanili che trasformano le città in zone franche,
• sostenere senza ambiguità le forze dell’ordine,
• indagare reti, finanziamenti e complicità,
• riaffermare che la legge non è un’opinione.
La sicurezza non è un tema di destra o di sinistra: è la condizione minima per vivere in un Paese civile. E quando lo Stato arretra, qualcuno avanza. Sempre.

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Categorie: - Riflessioni

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