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Perché alterare le parole altrui?

Lettere scritte dall'autore  salvo ruotolo

Almeno una volta nella vita, credo sia capitato a tutti, parlando o scrivendo ad altri, di vedersi alterate le proprie parole. Cosicché, ci si vede attribuite opinioni o intenzioni, in realtà mai avute.
Non mi riferisco ai casi in cui si generi un qui pro quo, dovuto al fatto che si siano usate parole forse un po’ ambigue, espressioni ermetiche o poco comprensibili. Mi riferisco, invece, alle volte in cui ci vengono attribuite frasi, parole, o appuntati concetti, in realtà mai pronunciati. Mai espressi. Ma con la certezza – molte sono le incertezze della vita, ma qualche certezza c’è! – che si siano usate, quella volta, parole adeguate, espressioni misurate, concetti cristallini. Eppure!
La cosa accade, più frequentemente, nelle liti. Liti, ad esempio, all’interno di un rapporto di coppia, oppure in un rapporto d’amicizia, o nei luoghi di lavoro. Anche nei dibattiti pubblici, ciò accade. Chiunque sia un lettore di quotidiani o riviste, avrà fatto esperienza di quante querelle nascano e si alimentino, piuttosto spesso, tra personaggi pubblici.

Provoca un particolare dispiacere quando, ad alterare le nostre parole, opinioni, etc., sono le persone che amiamo. Le persone che dicono di amarci. E pure di stimarci. Al punto che verrebbe da dire: «Se davvero mi ami e mi stimi, non puoi attribuirmi quella intenzione. Quella opinione!». E talvolta si ha come l’impressione che più si cerca di chiarire, più aumenti l’adulterazione. Come colui che, nelle sabbie mobili, si dimena: crede di uscirne, in realtà vi sprofonda sempre più.

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16 commenti

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  1. 1
    nikolas -

    Il malinteso non è tanto dovuto al fatto che si siano usate parole forse un po’ ambigue, espressioni ermetiche o poco comprensibili. E’ più che altro una reazione spontanea che si ha nei confronti di una persona o di una situazione, per cui si nutrono dei sospetti, al punto dal rimanere sempre sul chi va là.
    Un atteggiamento costante, alla ricerca di prove, indizi e segni che si protrae ben oltre la realtà e che diventa una profezia che si autoavvera. Di fatto quando si è costantemente alla caccia di opinioni moleste, si finirà, prima o poi, col trovarne qualcuna.
    In genere la persona diffidente, è probabile che sia cresciuta, o si trovava, in un ambiente di oppressione o di manipolazione tale, per cui si tendeva a ottenere le cose raggirando il prossimo, piuttosto che convincerlo della bontà della proprie intenzioni.

  2. 2
    Suzanne -

    Purtroppo è davvero cosí. È un meccanismo fortissimo e quasi sempre irreversibile nel momento in cui si mette in moto. Perché la comunicazione è molto più complessa del mero significato letterale delle sue componenti. Ciò significa che ci sono sempre intenzioni, sfumature, scopi, ragioni più o meno esplicite celate all’interno di ogni scambio comunicativo, che, ahimé, risulta totalmente inefficace se non si parte da ciò che l’altro è. E qui arriva il nocciolo del problema: sappiamo veramente chi abbiamo di fronte? E soprattutto, sappiamo chi siamo noi e le nostre intenzioni inconsce?

  3. 3
    Golem -

    Quasi tutti diamo per scontato che il messaggio che stiamo “trasmettendo” venga compreso così come è nelle nostre intenzioni. In realtà tra la partenza e l’arrivo del “segnale” si frappongono numerosi filtri, sia di natura fisico-tecnica che psicologica, che NON garantiscono che questo venga recepito secondo quelle intenzioni. Si dice infatti che si è responsabili di quello che si dice ma non di quello che l’interlocutore capisce. Nell’interazione entrano in gioco diverse variabili, dove il livello culturale e la padronanza linguistica degli interagenti fanno la differenza, diventando tuttavia i relativi limiti soggettivi, ma assoluti, ai quali riferirsi. Da poco sulla chat si è ripresentato il caso della “logica del paradosso” come indicatore di quei limiti nella comprensione di un certo logos, come in altri momenti lo è stato quello dell’ironia o della metafora, che se non ben percepiti “alterano” completamente il senso di un messaggio. Essere sulla stessa “frequenza” culturale è la prima condizione per “ascoltare” e capire》

  4. 4
    Golem -

    》Di recente leggevo che la conoscenza di parole di un liceale di 70 anni fa era di circa 3500, oggi siamo suppergiù a 600, con tendenza a diminuire. Di un liceale, immaginiamo quella di chi non ha potuto attingere a quei livelli di studio. Infatti, anche in questo sito, dove con 2000 caratteri esisterebbe una discreta possibilità espressiva, si vedono comparire X che simulano il “per” o “geroglifici” come XD per dire “che risate”. È abbastanza evidente che chi ricorre a questi metodi di comunicazione difficilmente potrà capirsi, a certi livelli, con chi non lo fa per un principio di cui non è neppure il caso di spiegarne le ragioni, che, ovviamente non verrebbero capite da chi si esprime con XD.
    In definitiva, se si è partiti con io sono responsabile di quello che scrivo è tu di quello che capisci, si può concludere con un detto popolare che chiosa perfettamente certe situazioni, e cioè che “a lavorare ‘a cap’ a’ ‘o ciucci, pierd tiemp, acqua e sapone”.

  5. 5
    Suzanne -

    Ciao Golem. Sai, ultimamente credo che la padronanza linguistica e la capacità metacognitiva siano più che altro un ostacolo alle comunicazioni affettivo/relazionali. Mi spiego : se dobbiamo disquisire di massimi sistemi e meccanismi psicologici, sicuramente una conoscenza della lingua utilizzata che non si esaurisca a 600 vocaboli è aspicabile, anche perché sono fermamente convinta che senza linguaggio non vi sia possibilità di pensiero. Non è un caso che la filosofia sia nata in Grecia, in un contesto linguistico assai più florido rispetto a realtà ad essa contemporanee, e abbia in seguito trovato ampio sviluppo in Germania, la cui lingua contiene sfumature di significato davvero notevoli.
    Ma se invece ci riferiamo ai nostri rapporti quotidiani, credo addirittura che questo talvolta sia un limite, in quanto il messaggio comunicativo non si esaurisce nel significato dei suoi vocaboli, bensí trascende sempre nel campo della mera interpretazione.

  6. 6
    Suzanne -

    Ecco allora aprirsi una vastità di problematiche, in cui tutto ciò che viene detto diventa sempre qualcosa da inserire organicamente e coerentemente nell’immagine che abbiamo dell’altro. Perché, che lo si voglia o meno, nessuno può essere esente dalla costruzione dell’altro, sia essa in positivo o in negativo. Forse allora sarebbe preferibile in certi frangenti abbandonare il linguaggio verbale e trovare forme di contatto alternative, sia uno sguardo d’intesa, un abbraccio ad un amico anche se magari non si capisce cosa sta provando o il fare l’amore col proprio partner per risolvere le liti.
    Insomma, io sarei per l’utilizzo del linguaggio nelle sue più ampie possibilità epistemiche solo come divertissement, e lascerei alla corporeità, all’istinto e alla nostra natura animalesca tutto ciò che concerne l’affettività.

  7. 7
    Golem -

    Infatti Suzy: nessuno è esente dalla “costruzione” dell’altro. Ed è per questo che personalmente mi sono dovuto affidare ad “altri” tipi di “linguaggi” per capire la “metacomunicazione” dell’interlocutore. Cosa di cui spesso ho accennato su queste pagine, perchè, in realtà, il linguaggio verbale utilizza dei “codici” che si prestano a strumentalizzazioni di varia natura. Ne abbiamo avuto begli esempi persino qui, senza scomodare la retorica nazista e fascista che hanno improntato tutta la loro propaganda politica proprio usando “opportunamente” quei codici. Questo a dimostrazione che la psicodinamica è pressoché identica nella stragrande maggioranza di noi. La “parola” in fondo è un artificio relativamente recente nell’evoluzione, e non coinvolge più i mezzi “essenziali” con i quali abbiamo comunicato per oltre due milioni di anni, prima di divenire bi-sapiens, come dici tu. La scrittura poi è ancora più recente, e tutti i “codici” sono comunque “compromessi” che lasciano sempre le possibilità di interpretazioni soggettive più disparate》

  8. 8
    Golem -

    》Questo aspetto può essere un limite, per le ragioni che ho citato nei precedenti post, ma è anche un pregio se pensiamo all’uso che di certe forme verbali si è fatto e si fa in letteratura, e non solo, per evocare determinate immagini. Come sempre gli “strumenti” -e il linguaggio è uno strumento- possono essere buoni o cattivi secondo l’uso che se ne fa.
    Altra cosa è il linguaggio NON verbale, che si può intuire anche in quello verbale, e spesso in contrasto con questo. Ma per percepirlo servirebbe riacquistare una sensibilità che nei più si è persa da secoli. E si è persa anche perchè le condizioni di contorno che ne consentivano la manifestazione sono “inquinate” da una artificiosità rituale, sia sacra che profana. Basti pensare al “segno di pace” durante la Messa, sino all’inginocchiarsi per “fingere” di interessarsi alle vite dei neri, per poi offenderli sentitamente se sbagliano i rigori. Funziona coi sentimenti veri, certo, ma come vado dicendo da anni, è già difficile per molti SAPERE che sono veri, figuriamoci trasmetterli senza parole.

  9. 9
    rossana -

    Salvo,
    per me la problematica è di semplice soluzione: si capisce sempre chi si desidera capire, come si perdona finché si ama. tutto si complica, all’infinito, in intenzioni, interpretazioni, costruzioni di identità, cumuli di parole e rigiro di frittate quando ci si vuole imporre sull’altro o nei confronti di chi non si vuole, o non si può capire. come giustamente hai sottolineato nelle liti.

    un aspetto particolare si ha quando si dice qualsiasi cosa, pur di ferire, ma si pensa ben poco o quasi per niente ai concetti che si esprimono. è momento di verità, ma anche di esasperazione, dove è difficilissimo distinguere l’una dall’altra.

  10. 10
    salvo ruotolo -

    È indubbiamente vero ciò che dice Golem. E cioè che, il malinteso, tra le molte altre cose, può derivare dal diverso «livello culturale e padronanza linguistica degli interagenti».
    Son d’accordo con rossana, quando dice che «si capisce sempre chi si desidera capire (…)».

    Mi premeva sottolineare, però, specialmente i casi in cui il nostro interlocutore ci attribuisce opinioni che noi non abbiamo espresso. E soprattutto le volte in cui il nostro pensiero lo abbiamo espresso con parole scritte, anziché verbalmente.

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