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Votare “no”: un’immersione in apnea nell’ignoranza costituzionale!

di Seneca

Nel dibattito sul referendum sulla giustizia, ciò che colpisce non è tanto la distanza tra le posizioni, quanto la distanza tra chi conosce il diritto e chi lo usa come arma retorica. Da una parte c’è chi si misura con la Costituzione, con la struttura del processo penale, con la logica elementare dell’equidistanza; dall’altra c’è chi continua a brandire slogan come se fossero argomenti, e paure come se fossero norme. È un confronto impari, e non certo per merito dei “signori del no”.
Il nostro processo penale è accusatorio da trentasei anni. Non è un’opinione: è un dato normativo. In un sistema accusatorio, il giudice è terzo, le parti sono accusa e difesa, e la loro distanza dal giudice deve essere identica. È la geometria minima della giurisdizione. Eppure, continuiamo a far finta che questa equidistanza possa convivere con un ordinamento giudiziario che mantiene giudici e pubblici ministeri nella stessa carriera, come se fossimo ancora nel 1941. È un’anomalia che nessun ordinamento serio tollererebbe. E infatti non la tollera nessuno, tranne noi.
La riforma dell’articolo 111 della Costituzione, nel 1999, ha sancito che il processo è giusto solo se celebrato davanti a un giudice imparziale e nella parità delle parti. È scritto, è chiaro, è vincolante. Eppure, ogni volta che si propone di adeguare l’ordinamento a questo principio, si scatena la solita liturgia del terrore: “attacco al pubblico ministero”, “ingerenza del governo”, “fine della democrazia”. È stupefacente la leggerezza con cui si diffondono falsità che un qualunque studente del primo anno di giurisprudenza sarebbe in grado di smentire.
L’articolo 104 della Costituzione continuerà a dire esattamente ciò che dice oggi: la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere. La riforma aggiunge solo che è composta da due carriere. Non toglie nulla, non apre varchi, non crea subordinazioni. Anzi: rafforza l’autonomia del pubblico ministero, dotandolo di un proprio Consiglio Superiore. Chi sostiene il contrario o non ha letto la norma, o spera che gli altri non la leggano, confidando nell’altrui ignoranza di diritto costituzionale. In entrambi i casi, non è un bel segnale, ma frutto di una subdola manipolazione delle masse giuridicamente ignoranti che pendono dalle labbra di Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni & Co.
Poi c’è la questione del sorteggio, trasformata in un mostro giuridico da chi evidentemente ignora come funziona il nostro ordinamento. Le Corti d’Assise? Sorteggio. Il Tribunale dei Ministri? Sorteggio. L’integrazione della Corte Costituzionale nei giudizi sul Presidente della Repubblica? Sorteggio. Funziona per i cittadini, per i ministri, per il Capo dello Stato. Ma improvvisamente non dovrebbe funzionare per i magistrati. Perché? Perché alcuni cittadini sarebbero “più uguali” degli altri? È un’argomentazione che non merita nemmeno di essere definita tale. Votare no serve solo per garantire l’impunità ai magistrati che sbagliano lasciando per decenni innocenti a marcire nelle galere!
La verità è che la riforma non è politica: è ordinamentale. È un tentativo, finalmente, di riallineare un processo moderno con un ordinamento giudiziario che, per molti aspetti, è ancora quello voluto da Mussolini e Grandi. È paradossale che chi si oppone alla riforma difenda, consapevolmente o meno, un impianto nato in un contesto autoritario e incompatibile con la logica del processo accusatorio. Lo aveva capito bene chi il codice del 1989 lo ha scritto davvero: la separazione delle carriere è la condizione necessaria per dare coerenza al sistema.
Per questo considero la retorica del No non solo infondata, ma tossica. Alimenta paure che non hanno alcun fondamento normativo, distorce il dibattito e impedisce al Paese di compiere un passo che avrebbe dovuto essere fatto decenni fa. Il referendum offre l’occasione di completare un percorso che la Costituzione ha già tracciato: dare piena attuazione al giusto processo, rafforzare la terzietà del giudice, rendere finalmente credibile la parità delle parti.
Chi teme tutto questo dovrebbe chiedersi perché. E soprattutto: a chi giova mantenere un sistema incoerente, opaco e ancorato a un passato che nessun giurista serio rimpiange.
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Categorie: - Politica

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