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Follemente lucido e lucidamente folle, la vita questione di equilibrio

Lettera aperta
Con questa mia lettera vorrei fare excursus sul tema del disagio mentale e della malattia mentale, per sfatarne un po’ i tabù e raccontare la mie esperienza di paziente psichiatrico, non per sogni di gloria o per fama, ma semplicemente per testimoniare che si può “guarire” e tutto dipende da noi stessi.
Andiamo per tanto con ordine: mi chiamo Guerrino ed ho 39 anni e di professione faccio l’infermiere attualmente presso un dipartimento diagnostico e nello specifico presso la radiologia di Tolmezzo, un piccolo centro in provincia di Udine. Parecchi anni, nel 1998, fa durante il servizio militare la mia prima “crisi psicotica acuta” era un evento imprevisto ed inaspettato, che solo dopo anni ed anni sono riuscito a comprendere ed ad accettare: il tutto era dovuto al semplice fatto che io non accettavo la mia omosessualità, si sono omosessuale e vivo benissimo questa mia condizione, ma ai tempi non era facile accettarsi, non se ne parlava, non c’erano modelli a cui ispirarsi, ti sentivi solo e “diverso”… Durante il servizio militare non ero più nel mio ambiente domestico, non avevo più il mio guscio protettivo… e li è scattato qualcosa, quel qualcosa che non so bene identificare mi ha fatto avere un attacco di tipo psicotico paranoideo acuto. Allora non ero in grado di capirlo, ora posso semplicemente dire che non accettavo la mia realtà, avevo paura del giudizio degli altri e la mia mente ha reagito creandosi col delirio un’altra realtà diversa da quella che mi circondava, realtà nella quale io ero il protagonista assoluto ed a modo mio stavo “bene” per quanto mi riguardava ero “lucido” ed erano gli altri ad essere “fuori di testa” non di certo io… Col passare degli anni attorno all’anno 2000 ho accettato la mia omosessualità ed ho iniziato a viverla liberamente, o capito che c’erano tanti ragazzi come me, assolutamente “normali” nell’aspetto, assolutamente fuori da ogni “maledetto” stereotipo e che avevano il coraggio di vivere la propria affettività alla luce del sole, è stata forse la più grossa svolta della mia vita… Ma la svolta non era completa: non avevo ancora accettato la mia patologia di base (probabilmente secondo la teoria dell’organo bersaglio tutto lo stress e le cose che immancabilmente si accumulano nella vita in me producono un disturbo di tipo psicotico, come in altri fanno venire l’ulcera o l’infarto od altre patologie, ma non sto a dilungarmi oltre)…. Nonostante fossi “malato di mente” sono stato giudicato idoneo al lavoro, e nel 2000 ho iniziato a lavorare come infermiere presso la pneumologia dell’azienda ospedaliera di Udine, ovviamente ero seguito dal centro salute mentale di Tolmezzo, prendevo quasi regolarmente la terapia, e comunque sia la mia idoneità era stata certificata da un medico specialista. Col passare degli anni, nel 2002 mi sono trasferito a lavorare a Tolmezzo con una mobilità ed ho iniziato a lavorare in “area critica”, nello specifico presso il dipartimento di emergenza alternandomi fra area d’emergenza, pronto soccorso e 118 ed anestesia e rianimazione di sala operatoria… il lavoro mi piaceva un sacco e mi appagava un moltissimo, certo non è stato facile superare i pregiudizi che aleggiavano nell’aria prima del mio arrivo (dopo tutto nel 98 in piena crisi psicotica sono stato accompagnato proprio nel pronto soccorso di Tolmezzo e ricoverato nel reparto di medicina, per cui ero conosciuto), ma grazie alla fiducia di colleghi lungimiranti quali Sergio Disnan e della capo sala Maria Rosa Saria, ho avuto le mie occasioni di riscatto: in particolare mi è stata data la possibilità di fare una relazione sull’argomento “il non rianimare” durante il convegno del dipartimento d’emergenza… la relazione è stata un successo inaspettato, e c’è chi se la ricorda ancora. Ai pronostici ero il “cavallo perdente” ed invece ho vinto la corsa! Da li in poi le cose procedevano bene, ma non era ancora arrivato il punto di svolta, non avevo ancora maturato la piena accettazione della mia patologia di base, non accettavo l’idea di dover prendere dei farmaci per stare bene, certo andavo regolarmente agli incontri con lo psichiatra che mi seguiva, mi facevo fare le ricette per gli antipsicotici ed andavo in farmacia a comprarli regolarmente…. peccato che non li assumevo… Sono andato avanti così per anni finché un giorno ho avuto una grossa grossa ricaduta (in realtà una delle tante avute in passato ma più grossa del solito), non so ancora come sia stato possibile ma sono stato ritrovato nei boschi del San Danielese non cosciente all’interno della mia vettura. Ancora oggi non so come ci sono arrivato, da li a pochi giorni ho avuto una grossa crisi psicotica tanto da finire ricoverato (a dire il vero non era il mio primo ricovero), ed ho iniziato un grosso iter diagnostico per escludere altre patologie… appena mi sono rimesso e sono tornato in me non avevo più l’idoneità al lavoro in area critica ed al lavoro a turno, per questo motivo sono stato assegnato al dipartimento diagnostico. Correva l’anno 2005… per sei mesi ho vissuto questa decisione come una punizione, mi sentivo declassato… Ma è arrivata la svolta: grazie ad una serie combinata di cose, tra cui la decisione della dottoressa Tiziana Gon, che è attualmente lo psichiatra che mi ha in cura, di farmi andare in centro salute mentale tutti i giorni a prendere i miei farmaci, datimi direttamente dal personale sanitario del centro, piano piano mi sono reso conto che quella “odiata” terapia era utile, e piano piano ho imparato a conoscere la mia patologia ed ad accettarla, non è stato facile, è stato un cammino lungo e difficile ma è stato il cammino della mia svolta definitiva: ora conosco ogni minimo sintomo della mia malattia, so a cosa fare attenzione, so capire se c’è un mimino di stress che mi abbassi le difese “psicologiche” e so interfacciarmi col centro salute mentale dove sono tutt’ora seguito al meglio, prendo la mia terapia tutti i giorni presso il centro stesso, tutti i giorni ho la possibilità di una “chiacchiera” con un collega che si occupa di disagio mentale e che sa capire se ci sono i primi sintomi di uno “scompenso”, questo sommato alla mia ormai nota capacità di gestire la mia patologia mi mette al riparo da eventuali crisi perché ho imparato a prevenire.
Ora concludendo la mai storia, che è a lieto fine, vorrei fare alcune considerazioni sulla visione che si ha della malattia mentale: la malattia mentale è un grosso grosso tabù culturale, il malato mentale nell’immaginario collettivo è un pazzo scatenato che fa cose improponibili e spesso pericolose o per se o per gli altri, tutti hanno paura del malato mentale. Io sono solito dire che è più facile che qualcuno vada a trovare un paziente ricoverato in un reparto di malattie infettive con una peste polmonare (malattia con quasi il 100% di contagiosità), piuttosto che un paziente ricoverato in un reparto psichiatrico… Credo che questo sia dovuto soprattutto all’ignoranza, al pregiudizio, alla paura e non da ultimo al fatto che comunque sia il disagio psichico è una cosa che è dietro la porta di ognuno di noi. Ci sono ancora mille pregiudizi, e questi pregiudizi fanno male a tutti, fanno male ai pazienti, che spesso hanno paura di farsi curare o ritardano le cure per non essere “etichettati” come “matti”, o come nel mio caso non accettano la malattia, e se una cosa non la si accetta di certo non la si cura… nello scenario collettivo il malato di mente è una sorta di “drogato” di farmaci piscotropi in eterno “sballo”, ma non è così! Innanzi tutto le terapie sono decise da un medico specialista in ragione di una diagnosi ben precisa, in ragione di una situazione clinica, non sono date da uno spacciatore in un vicolo, secondariamente i farmaci non servono per “sballare” ma per trovare un equilibrio psicofisico in modo tale da poter condurre una vita “normale”… e credetemi se vi dico che si può fare una vita normale anche se si è seguiti dal centro salute mentale: io lavoro, ho una vita sociale, ho una vita affettiva, da oggi inizierò anche una attività sportiva, posso guidare l’auto e riesco a fare tutte le cose che una persona “normale” riesce a fare, certo ho bisogno dei farmaci per mantenere il mio equilibrio, ma è solo una comunissima malattia, anche se avessi la pressione alta (che tra l’altro ho) dovrei prendere dei farmaci per tenerla sotto controllo è la stessa identica cosa, non bisogna avere nessuna vergogna di essere dei malati, le malattie vengono senza che uno se le vada a cercare e bisogna saperle accettare e saperle curare. Nel campo della malattia mentale, e di tutte le altre patologie croniche, se si capisce questa “banalità” si ha la carta vincente per riuscire a dominare la patologia e non farsi invece dominare dalla patologia… tutto qui.
Concludo dicendo una frase che mi contraddistingue: “se tutti noi accettassimo noi stessi per quello che siamo, senza proiettare sugli altri quello che non ci piace di noi, ci sarebbe molta più serenità nel mondo!” Ed un’ultima utile precisazione: un centro di salute mentale è un area a basso impatto, non è un reparto psichiatrico, è il luogo giusto dove rivolgersi per un disagio mentale di qualsiasi tipo, ci sono medici specialisti in psichiatria, dottori in psicologia, infermieri ed altre figure, non bisogna vergognarsi di passarne la soglia e chiedere un appuntamento, magari bastano solo pochi colloqui per risolvere un problema che se trascurato potrebbe diventare una malattia.
Un sentito grazie a chi ha voluto fermarsi a leggere questa lettera, un grazie alla redazione per la pubblicazione, ed un grande grazie a tutti i colleghi che hanno creduto in me e che mi sopportano in tanti anni di lavoro, in particolar modo un grazie al Centro Salute Mentale di Tolmezzo per l’assistenza e le cure.
Guerrino Dipierro Tolmezzo UD

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3 commenti a

Follemente lucido e lucidamente folle, la vita questione di equilibrio

  1. 1
    Aton -

    Probabile burnout, tipico del tuo durissimo mestiere; per il resto, posso solo considerarlo un outing generico, ove normalmente si evita di riferire nomi, cognomi e luoghi. È solo un consiglio, nulla più.

  2. 2
    Guerrino -

    Aton rispondo brevemente al tuo commento per fare delle precisazioni: punto uno la mia non è una lettera di outing (che tra l’altro il termine corretto è coming out, l’outing è il dire di qualcun’altro che è gay non di se stessi) ma è una lettera che parla di disagio mentale e di come sia stato superato e come si possa vivere benissimo con tale patologia. Punto due: i nomi li ho messi per dovere di ringraziamento, le persone nominate hanno ricevuto la lettera prima ancora che io la pubblicassi e non hanno fatto nessuna obiezione altrimenti non avrei pubblicato il loro nomi…
    Ulteriore precisazione che va fatta è che io sono comunque stato molto fortunato perchè ho avuto alle spalle una famiglia che mi ha sostenuto ed aiutato, non sono mai stato in nessun modo discriminato sul lavoro (ne perchè omosessuale ne perchè seguito da un Centro Salute Mentale) anzi a dirla tutta devo dire che verso di me c’è stato più un occhio di riguardo che di discriminazione… Dal canto mio ho ripagato la cosa lavorando sempre al meglio e dando sempre il massimo nel lavoro. Ultima cosa: vanno ringraziati anche tutti i colleghi infermieri e tutti i sanitari con cui lavoro da 13 anni per il sostegno ricevuto e per tutto quello che mi hanno insengnato e quello che mi insegneranno durante la mia carriera.

  3. 3
    glosstar -

    Ho letto con attenzione la tua lettera. Che altro aggiungere. Bravo, Guerrino.

    Cordialmente, G.

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