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Tutti a lamentarsi ma nessuno qui fa niente

Lettere scritte dall'autore  
La lettera è pubblicata a Pagina 1

L'autore ha scritto 4 lettere, clicca per elenco e date di pubblicazione.

100 commenti

Pagine: 1 7 8 9 10

  1. 81
    passante -

    Paolo, …”Crescita continua ed incondizionata, questo ora è la prospettiva postaci. Fino a quando non comprenderemo che essa è un’utopia, vera questa volta, irrealizzabile sulla nostra, seppur grande ma pur sempre limitata, navicella spaziale Terra, non saremo mai in grado di vivere bene.”

    guarda, sono d’accordo, il problema è che questa mentalità illusoria è quella del capitalismo sfrenato e senza limiti che i “potenti” e i “rappresentanti” globali hanno imposto a tutti come modello unico da seguire e ripeto non solo in italia ma ovunque in sto mondo.
    è un ideologia folle e fallace che non poteva che portarci alla rovina, ora si tenta di trovare qualche freno inibitore alle scommesse in borsa, tentativi timidi e goffi di arginare le speculazioni più marce e pericolose ma proprio qui i politici, gli stessi che hanno permesso questi sviluppi si ritrovano con le mani legate in un meccanismo che ormai ha preso a correre da se e per conto suo e che a mio avviso solo con un totale crash del sistema intero forse verrà placato.
    ora ti sembrerò un po’ apocalittico pure io ma sinceramente siam messi davvero male.
    ci vorrebbe una riforma di mentalità e di sistema globale, ci vorrebbe, ci vorrebbe…
    e in tanto si assiste all’impotenza e al fallimento globale…e il dislivello fra troppo ricchi e troppo poveri aumenta esponenzialmente.
    fammi andare a bere una birra ora che è meglio…

  2. 82
    Paolo -

    Caro passante mi scuso per non aver dato riscontro fin’ora ai tuoi interventi, ma ho considerato prioritarie le risposte da dare a colam’s. Dico però che mi trovi pienamente d’accordo con quanto esprimi, almeno in linea di principio. Per dare seguito a quanto affermi vorrei però che si comprendesse un aspetto che ritengo essenziale.
    Società (dal latino societas, derivante dal sostantivo socius cioè “compagno, amico, alleato”) è un insieme di individui dotati di diversi livelli di autonomia, relazione ed organizzazione che, aggregandosi, interagiscono al fine di perseguire uno o più obiettivi comuni.
    Da questa definizione si possono dedurre due aspetti fondamentali, l’autonomia individuale e la comunione degli obiettivi. Non è difficile però comprendere la preponderanza del secondo elemento rispetto al primo. Attualmente si assiste ad un interesse all’argomento anche da parte dei fisici che hanno determinato una prospettiva sottesa allo studio dei “sistemi complessi”.
    Oggi nella concezione occidentale dilagante, si considera il liberalismo come elemento fondante della formula sociale stessa, in pratica si pone l’accento sul primo elemento dell’equazione. Personalmente ritengo invece che esso non sia sintonico col senso complessivo di società. In pratica i prodromi in cui si sviluppa una politica, dovrebbero considerare il senso comunitario come preponderante rispetto ad una formula liberalista, proprio perché quest’ultima contiene in sé i germi della competizione e quindi della discordia individuale che sono ovviamente contrari alla concezione stessa di società.
    L’idea di superare l’ideologia tende a rendere la dottrina del liberalismo come fondamento irrinunciabile ed indiscutibile di società, cosa che invece ritengo assolutamente errata e fuorviante.
    La società, nel suo stesso significato contiene in modo preponderante il senso di comunità, di collaborazione e di comunione. L’errore posto in essere nel concretizzare il concetto di società secondo la dottrina liberalista ci ha condotti direttamente all’aberrante concezione di un capitalismo prima, e di en’economia poi, estremamente egemoni su tutte le attività umane, Ritengo che in questa concezione non si potesse avere un risultato diverso.
    Vorrei anche aggiungere un altro tassello importante e che troppo spesso viene considerato inadeguatamente. Si tratta del valore che i cittadini danno alla politica ed ai politici, che vorrei però indicare in una prospettiva diversa dal solito.
    Provo a suddividere l’argomento in più parti in modo da semplificarlo e renderlo più leggibile.
    1. L’attenzione posta in essere dai cittadini in generale sull’argomento;
    (Non è raro trovare persone che quasi con un moto d’orgoglio asseriscano che loro si disinteressano e vogliono disinteressarsi di politica. Mi piacerebbe capire quanto costoro si rendano conto che questo equivale a mettere nelle mani di uno sconosciuto il loro intero futuro facendoglielo gestire senza adeguati controlli.
    — Continua —

  3. 83
    Paolo -

    Personalmente ritengo che ciò sia gravissimo e mi verrebbe quasi voglia di togliere il diritto-dovere di votare a queste persone, vietandogli nel contempo di lamentarsi per come vadano le cose.)
    2. Prospettive visive;
    (Prendere consapevolezza dell’inadeguatezza prospettica personale della globalità dei fenomeni e conseguenzialmente impegnarsi nel controllare gli effetti derivanti dalle scelte effettuate affinché svolgere in maniera puntuale il diritto-dovere di voto.)
    3. Adeguamento politico a prospettive organiche;
    (Riconoscere come l’apparato politico agisce con ogni sua azione su una rete complessa di reazioni. In pratica è come un medicinale che curando una determinata problematica, genera nel contempo tutta una serie di effetti collaterali anche gravi .)
    4. La necessità di ritornare ad una distinzione ideologica della politica;
    (Fissare in modo chiaro le linee guida che sono alla base dell’agire politico. Determinare cioè la dottrina ideologica fondamentale su cui costruire l’intera struttura decisionale. In pratica si tratta di definire il complesso di opinioni, rappresentazioni, valori ed orientamenti di ogni gruppo politico. Individuare cioè la tendenza della linea politica per riconoscere se questa tenda più a dare risalto al primo o al secondo aspetto indicato nella definizione di società. Questo al fine di determinare una migliore stabilità decisionale, sia da parte dei politici che resterebbero più legati alla struttura formativa, sia da parte dei cittadini chiamati a scegliere.)
    5. L’adeguatezza dei politici al compito richiestogli.
    (Formazione adeguata ai compiti che questi sono chiamati a svolgere. Io non mi sognerei mai di volare su un aereo dove il pilota fosse scelto per votazione tra i passeggeri del volo stesso. Credo che chiunque si aspetti che il pilota sia adeguatamente preparato. Figuriamoci il pilota di una macchina così complessa come quella di un intero stato, se non addirittura della globalità mondiale. In pratica un politico deve essere un politico e non un giornalista, un avvocato, un magistrato, un imprenditore e così via.)
    6. Necessità alla fedeltà etico-morale dei delegati;
    (Considerare cioè in modo piccato l’adeguatezza comportamentale del politico, rispetto all’ideologia fondante a cui esso si riferisce. Di conseguenza a ciò, il suo comportamento sociale nel suo complesso.)
    Naturalmente quanto esprimo sono solo miei personali appunti mentali. In verità gli sviluppi di ognuno dei punti indicati complessivamente in tutti i miei interventi fino a qui svolti, meritano approfondimenti ben più ampi di quelli espressi, ma questo dovrebbe essere un compito individuale di ogni cittadino responsabile. Fermo restando che la società dovrebbe, attraverso un’adeguata preparazione scolastica, offrire gli strumenti cognitivi affinché questo compito sia svolto nella maniera più conforme possibile.

  4. 84
    colam's -

    fiuuuu avete scritto troppo Paolo e Passante..

    Paolo fondamentalmente penso tu sia una persona di cultura molto superiore alla media, e vorresti che la massa della gente si acculturasse anch’essa. Concettualmente giusto, secondo me troppo lento e difficile, sia per le resistenze del sistema, sia per le resistenze della gente stessa che in media (in Italia come altrove) ha un livello culturale medio (rispetto a te: basso).
    Il popolo riesce solo ad essere inerte, non ad essere attivo, proprio perché le opinioni sono troppe e divergenti. I pochi esempi storici di unità del popolo , secondo me , si riassumono in due categorie:
    – quando il popolo è irregimentato e segue un potere forte, finché dura questo potere;
    – o quando c’è una diffusa esasperazione, tale da far rivoltare violentemente il popolo, ma l’unità dura molto poco perché finite le barricate si torna alla politica, alle divisioni, alla quotidianità.
    Aumentare la cultura del popolo non è detto che lo unisca, perché l’aumento della cultura non per forza porta ad opinioni simili. Il motore più forte della cultura sono purtroppo, secondo me, gli interessi. E due persone (figuriamoci milioni) anche molto acculturate possono farsi guerra lo stesso se hanno una conflittualità di interessi.
    D’accordissimo per l’esempio della fame nel mondo.
    Concretamente votare Bersani o chi per lui per “alleviarci qualche benché misero mal di pancia, avviandoci verso quel percorso virtuoso” che sarà di nuovo annullato al successivo cambio maggioranza… nooo dico basta. Troppo lento, troppo parziale, troppo poco.

    Passante: eh OK, ma il fatto che mi mancano ancora informazioni non mi impedisce per ora, con le precauzioni del caso, di pensare che la direzione giusta sia quella lì, grossolanamente. Ovvero: aumentare la nostra autonomia (energetica con energie rinnovabili, finanziaria con politiche di rottura rispetto ai BOT/BTP) , riprendere controllo degli ex-monopoli di Stato, ecc. E’ vero che nell’attuazione ci saranno mille complicazioni, ma oggi come oggi mi sembra che stiamo andando contro un muro, perciò che fare ? Per dirne una fra tante: Danimarca, Norvegia, Svizzera: tutti paesi europei senza l’Euro, e stanno bene.

    Vogliamo parlare di come l’Islanda ha risolto la crisi: svalutazione, nazionalizzazione delle tre banche dell’isola, referendum e consultazioni popolari, mandato d’arresto per tutti i personaggi chiave del collasso finanziario. Metodo solo parzialmente riproponibile in Italia, ma che insegna che la Banca Centrale deve essere pubblica, e che le banche private vanno lasciate fallire. E se sono “too big to fail” vanno nazionalizzate, non profitti privati e poi salvataggi pubblici. Così fa per esempio il Nord Dakota, Stato Federale degli USA che è indipendente dalla FED.

    Insomma per me ci vuole più Stato. Come te Passante lavoro e non sono onnisciente, ma il liberalismo è il problema, non la soluzione. Bisogna uscirne, “vedremo come”..

  5. 85
    Paolo -

    Caro colam’s, ritengo che la tua affermazione: “Il popolo riesce solo ad essere inerte, non ad essere attivo”, non sia propriamente esatta. Il popolo è in realtà molto attivo, il punto è che la sua reattività è facilmente influenzabile e perciò indirizzabile, se si utilizza la leva “populistica”, cioè se si agisce sui suoi bisogni di pancia, in pratica sul suo egoismo istintivo. La socialità è un elemento più cognitivo che istintivo e quindi è solo agendo sulla sua cultura che si possono ottenere risultati socialmente positivi, ogn’altra strada non è percorribile. Comprendo che questa è una via lunga da percorrere e può generare sentimenti di sconforto, ma non ci è dato fare altrimenti.
    Percorrere strade più rapide, scorciatoie per l’appunto, non fa altro che condurre a posizioni di benessere apparenti, farlocche e per lo più regressive.
    Riguardo poi all’altra tua riflessione: “Aumentare la cultura del popolo non è detto che lo unisca, perché l’aumento della cultura non per forza porta ad opinioni simili”, ritengo porti in realtà ad appurare un’altra verità. Qualora la cultura aumenta non si può evitare di raggiungere un’unione sociale, non perché le idee personali non siano più contrastanti di prima, anzi. In pratica si avrà una visione globale molto più ricca e variegata, ma nel contempo sarà più sintonica con la verità. Non è difficile notare che le società attuali sono culturalmente molto più emancipate e nel contempo socialmente più aperte ed uniformate, cioè stabili. Prendere coscienza di necessità ecologiche, di bisogni globali, di uniformità di diritti e doveri, nasce proprio dall’aumento di cultura. Mentre una volta era necessario costringere gli uomini a prendere le armi, oggi è molto più facile avere una ribellione spontanea.
    Per concludere sui riferimenti a quanto scritto da me, il fatto che la governance che segue annulla le positività realizzate dalla precedente, dipende dal fatto che il popolo non le ha comprese e quindi dà credito a chi racconta in modo convincente, o meglio, consono a quanto istintivamente sentito, di volerle annullare. In realtà i politici, in modo particolare quelli che considerano la politica come uno strumento per assecondare le proprie esigenze personali, tendono a raccontare ciò che il popolo vuole sentirsi dire ed a ciò non mancano neppure i dittatori, ed in questa maniera si tende a raccogliere il consenso popolare, almeno quello iniziale, fino a quando cioé il popolo non se ne avvede.
    Comprendo il tuo disagio nel dar seguito alle molte questioni poste, spero solo che aver tentato di essere più stringato non abbia causato false congetture su ciò che tento di esprimere.
    Vorrei aggiungere alla tua conclusione che la consapevolezza di un senso di fratellanza, di comunioni d’intenti, sia la sola via per ottenere benessere vero. Non è con più Stato, o meglio con più autorevolezza di governance, che si ottiene benessere, ma è con la consapevolezza di appatenere ad un’unica famiglia sana.

  6. 86
    colam's -

    Va bene così Passante, dialogando sto riflettendo molto anche io.

    La mia sensazione, guardando al quotidiano reale, è che “il popolo” nel suo insieme è inerte (mi sono espresso male). Ci sono tante persone attive, ma visti dall’alto penso che sembriamo galline che si azzuffano disordinatamente ognuna per il proprio tornaconto. Perciò secondo me il popolo è sì molto attivo come dici tu, ma il problema non è tanto che è influenzabile, quanto che è disordinato, caotico, entropico.

    Perciò è vero che l’aumento di cultura vale solo se riesce a far auto-disciplinarsi il popolo nella sua maggioranza. E pensandoci bene è possibile. Ho l’impressione che i popoli nordici sono per esempio molto più auto-disciplinati di noi. In questo senso educare il popolo italiano sarebbe (ri)portarlo ad un livello di coscienza sociale equivalente ai popoli nordici.

    Perciò d’accordo nel concetto.

    Diciamo che io tenderei a questo risultato riplasmando il popolo dall’alto, mentre te e Paolo mmmh boh sperate che pian piano se sempre più gente “ne parla intorno a se” si riesce, pian pianino, a far salire al potere forze moderate ma evolute… no boh, che metodo pensate di usare ?

    Perché mentre voi formichine di buona volontà cercate di far prendere coscienza a chi vi sta intorno, dovete combattere con delle masse immense dalla forza d’urto gigantesca, quali i mass media e chi li controlla, i poteri finanziari globali, la stessa pigrizia e inerzia diffusa (volutamente) nella gente. Io personalmente credo che ci vorrà una rivolta violenta e minoritaria per tagliare i tentacoli di queste forze, per poi costringere forzatamente i cambiamenti.

  7. 87
    Paolo -

    Colam’s, credo che tu abbia un po’ confuso tra quello che ho esposto io e quello che ha espresso passante, ma non fa assolutamente differenza, la sola cosa utile è che dialogando, stiamo tutti riflettendo un po’ di più sulle cose.
    Vorrei, se possibile, indicare alcune riflessioni che ritengo essenziali nel progresso della comprensione, anche se a prima vista possono apparire sterili di qualità pratiche immediate.
    “Così come l’uomo non si nutre di solo pane, una società non si nutre di sola gestione. La società si nutre anche di speranza, di mito, di sogno” (Edgar Morin).
    Oggi viviamo un momento in cui siamo costretti ad un pragmatismo alla giornata che ci immerge sempre più in antiche e nuove forme di barbarie frammescolate. Una condizione che ci fa sempre più precipitare in un’apatica assuefazione. Abbiamo bisogno di costituire nuovamente un grande progetto che prenda spunto dai valori espressi dalla rivoluzione francese: “liberté, egalité fraternité”.
    La libertà di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui.
    L’uguaglianza di tutti con l’abolizione delle differenze per nascita o condizioni sociali.
    La fratellanza che impone di non fare agli altri ciò che non si vorrebbe venisse fatto a se stessi e fare invece costantemente ciò che si vorrebbe ricevere.
    Oggi, l’invasione pervasiva degli sviluppi tecno-burocratici nella vita della società civile, ovvero degli esseri umani concreti, ha contribuito alla dissoluzione della solidarietà tradizionale senza tuttavia suscitarne di nuove. Personalmente ritengo che sarebbe utile riformare alcune istituzioni indispensabili come la scuola prima di tutto, a seguire la giustizia, la sanità e per finire l’ecologia. Quando questi pilastri della società saranno ridefiniti in maniera concreta ed organica, non sarà più possibile tornare all’imbarbarimento che ci pervade.
    La nuova Via non può tracciarsi che a partire dallo sviluppo e dalla confluenza di mille percorsi riformatori, conducendo ad una metamorfosi dell’umanità. Ritengo che una simile evoluzione possa essere attuata soltanto attraverso dei passaggi democratici. Esistono alcuni segnali che seppur appena percepibili, sono presenti in modo più o meno incisivo in alcune realtà politiche attuali, che noi dovremmo coltivare, cogliere e promuovere. Seguire invece la strada di un dissenso eversivo come da te auspicato, non può garantire nessuna di queste ormai improrogabili riforme, né nella loro riformulazione né soprattutto, nella loro pragmatica attuazione.

  8. 88
    Paolo -

    Colam’s, nel tuo intervento hai accennato ai popoli nordici, ma possiamo osservare una certa differenza qualitativa esistente all’interno della nostra stessa Italia, tra le varie regioni. Non è difficile riscontrare una qualità della vita individuale e collettiva migliore in corrispondenza di un livello culturale indirizzato alla socializzazione che conduce ad una migliore distribuzione di beni e servizi. Proviamo ad esempio a considerare la Campania, dove la cultura della socializzazione è a valori estremamente bassi, dove quindi si colgono livelli di vita molto degradati. Oppure il Piemonte, dove nonostante la ricchezza presente, i livelli culturali e di benessere sono fortemente estremizzati.
    In regioni quali l’Emilia e la Toscana invece, dove si è istituita una migliore diffusione della cultura sociale, assistiamo ad una qualità di vita molto più diffusa ed ampia. Per dare una prova più stringente, prendiamo la Puglia che è una regione avviatasi ad un miglioramento dei valori culturali di tipo socializzante. Nonostante essa appartenga a quell’area depressa del meridione, non è difficile assistere ad un miglioramento della qualità generale della vita.
    Certo siamo ben lontani dalle virtù sociali raggiunti dai paesi da te indicati, ma nonostante il degrado in cui versa la nostra bella penisola, in queste ultime tre regioni indicate, è possibile notare qualche interessante bontà qualitativa che non manca di attrarre l’ammirazione anche da parte di paesi socialmente più avanzati.
    Vorrei tentare di focalizzare l’attenzione sull’aspetto del benessere sociale da cui deriva quello individuale.
    Inizierei col dire che il benessere si concretizza secondo due aspetti, quello emozionale e quello materiale. Il primo abbisogna di un tempo per il suo sviluppo, il secondo necessita invece di un lavoro per la sua stessa realizzazione materiale. Il benessere complessivo si estrinseca quindi attraverso due qualità contrastanti, l’aumento del primo elemento indicato e contemporaneamente la riduzione del secondo. In pratica più aumenta il tempo dedicato all’emozionalità, più si riduce quello dedicato al lavoro frustrante necessario alla produzione del bene stesso, e più la qualità di benessere aumenta. Cioè più il tempo frustrante è basso e più il valore del bene è qualitativamente elevato.
    Una società sana deve quindi tendere a questa formula in maniera diffusa ed equamente distribuita. Valore che trova espressione nella dichiarazione universale dei diritti umani che ha qualità vincolante in ogni agire.
    Il primo passo da compiere è quello di conoscere questa carta:
    http://www.cpaonline.it/web/generale/index.php?id=120
    Successivamente è quello di pretendere che tutti vi ci si attengano scrupolosamente e ad ogni livello.
    Come puoi vedere, la strada non è difficile e non necessita neppure di tempi geologici anche se naturalmente i risultati pratici sono progressivi, non esaustivi e non d’immediata individuazione. Soprattutto però è sintonica con la carta! ;-))

  9. 89
    colam's -

    Paolo d’accordissimo su molte cose. Verissimo che ci vuole non solo una gestione migliore (gli ultimi 30 anni di democrazia si sono auto-spu..anati dal punto di vista gestionale, siamo a 2000 miliardi di euro di debito, cioè 4 milioni di miliardi di lire !), ma anche un mito e un sogno.
    Non penso ci sia solo il “liberté, égalité, fraternité” come possibilità, anzi leggendolo mi è tornato in mente “liberté, que de crimes l’on commet en ton nom” (Libertà, quanti crimini si commettono nel tuo nome) detto da una condannata prima di essere ghigliottinata.
    La società tradizionale che è stata distrutta io la vorrei rifondare, tutto qui.
    Non capisco onestamente perché pensi che un regime forte non sia in grado di mettere in pratica delle riforme, visto che storicamente è vero il contrario. Semmai sono i regimi democratici con i loro troppo intricati contropoteri ad impedire una rapida ed incisiva azione di governo. Lo dimostra proprio la presenza odierna di M. Monti con , di fatto, i pieni poteri (il Parlamento doveva votare compatto le sue leggi, sennò “i mercati” facevano crollare l’Italia).

    E’ vero che in Toscana e Emilia Romagna , per come le conosco, c’è o c’era un benessere diffuso. In un certo senso anche io tenderei ad un modello simile (uso delle biciclette, benessere distribuito, servizi sociali..). Ora, penso che i parametri sono tantissimi e si possono trovare anche molti contro esempi, tra Cuba / Russia / Cina (grossa coscienza sociale ma poco benessere) e, la butto lì, Triveneto (regione che mi pare vivere in un buon benessere, ma molto egoistico e chiuso).

    Alla dichiarazione dei diritti dell’uomo non ci credo più. Scorrendo i vari articoli i pensieri che mi sono venuti in mente sono:

    – Articolo 1 «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza” non è vero niente, gli essere umani ragionano, per mia esperienza, irrazionalmente o per interesse, sono ben pochi i “saggi” che usano “Ragione e Coscienza”, e questo blog è pieno di testimonianze di ciò.

    – Articolo 3 «Ogni individuo ha diritto alla vita…” … e l’aborto ?

    – Articolo 5 «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumani o degradanti» … vedi Guantanamo, e le foto dei soldati americani versus i loro prigionieri afghani o irakeni.. il waterboarding .. e non oso immaginare come funzionano gl’interrogatori dello Shin Bet israeliano.

    – Articolo 9 «Nessuno individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato» … sì, vedi le arrestazioni dei servizi segreti, in particolare israeliani, indipendentemente del paese dove risiedeva la loro preda.

    … pour parler s’intende, mentre chiacchieriamo i poteri forti continuano a governare, ed il popolo a farsi mungere..

  10. 90
    Paolo -

    Caro Colam’s ritengo che è sempre un errore valutare le cose senza considerare il contesto in cui esse si trovano. Prendiamo ad esempio: “liberté, que de crimes l’on commet en ton nom”; senza dubbio può apparirci incoerente nel nostro contesto attuale, ma in realtà quando essa è stata espressa, non esisteva la libertà, anzi il crimine veniva perpetrato proprio nel tentativo di conquistarne una, ed a ben vedere, proprio secondo la modalità da te espressa di ammazzare 10 per correggere 100. Ciò che sto cercando di dire è che esiste sempre un contesto inalienabile in ciò che si valuta e non possiamo estrapolarne il suo valore.
    Il XX secolo è trascorso alla luce delle conquiste culturali di quello precedente. Noi oggi viviamo il passaggio tra una cultura che ha preso i natali nel secolo scorso e che ha visto nascere in ogni campo una nuova “evoluzione emergente”, in cui si evince che la complessità strutturale di un ente non è riducibile ai suoi aggregati. Tra il 1918 ed il 1923 Oswald Spengler pubblicò “Der Untergang des Abendlandes” (il tramonto dell’Occidente) e successivamente, nel 1926 Jan Smuts, scrisse “Holism and Evolution”, inserendo il concetto di Olismo nella nostra cultura. Una modalità che abbiamo visto svilupparsi in tutti i campi del sapere con la meccanica quantistica e la relatività in fisica, o la comparsa dell’ecologismo, del femminismo, ed altri movimenti nella società civile. A nessuno può essere sfuggito come “il Capitale” di Karl Marx ha influito, nel bene e nel male, sull’evoluzione del nostro modo di concepire il lavoro e l’economia in relazione al plusvalore.
    Oggi finalmente l’uomo comune inizia a prendere consapevolezza dell’esistenza delle sinergie ed inizia a comprendere una nuova forma di realtà, fatta di relazioni tra i vari componenti, che presi singolarmente, sembrano sfuggire ai nostri tentativi di controllo. Senza dubbio una modalità semplice come quella proposta da te, sembra rispondere in modo piccato alle esigenze di governo di una società. È però impossibile non tener conto della complessità relazionale dei bisogni che la compongono e questo necessita di una nuova prospettiva che trova risposta in una concezione nuova come quella del “pensiero complesso” elaborato da Edgar Morin. Non vi è possibilità di ricorrere a vecchie formule che sono la causa dei nostri mali. il peccato non risiede negli uomini che occupano certe posizioni, da qui l’impossibilità ad estirparlo sostituendo semplicemente qualcuno a qualcun altro, ciò che realmente serve è riformulare e riformare l’intero costrutto sociale a partire dai propri componenti fondamentali, cioè gli uomini. Ecco perché dico che è necessario prima di tutto riformare la scuola da cui prende avvio l’intera comunità. Come primo passo è necessario posizionare le persone disponibili, che mostrano avere sensibilità concrete e sintoniche con questo processo di rinnovamento, nei posti preposti a tali incarichi.
    — Continua —

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