Il tribunale degli ignoranti per antonomasia
C’è un momento, nella storia di ogni dibattito pubblico, in cui la realtà del testo smette di contare e inizia a contare soltanto la fantasia del lettore, o meglio del non lettore, perché spesso chi grida più forte è proprio chi non ha sfogliato neppure una pagina. È il momento in cui l’esegesi, quella disciplina paziente che pretende di ascoltare il testo prima di giudicarlo, viene gettata via come un orpello antiquato, e al suo posto trionfa l’eisegesi, la lettura capovolta, la proiezione, l’atto di infilare dentro un libro ciò che si vuole trovarci, anche se non c’è. È accaduto con Il mondo al contrario di Roberto Vannacci, e non per caso: perché nulla è più comodo, più redditizio, più immediatamente spendibile di un libro non letto ma già condannato, un libro trasformato in simbolo, in bersaglio, in totem negativo da abbattere per mostrare la propria appartenenza alla tribù giusta. Così, mentre l’esegesi chiedeva silenzio, lentezza, rigore, l’eisegesi saliva sul palco con la sua arroganza da protagonista e iniziava a recitare la parte del critico indignato, del moralizzatore di professione, del lettore immaginario che non legge ma sa già tutto. E allora ecco che il testo sparisce, evapora, diventa un pretesto: non importa cosa dica, importa cosa si vuole che dica. L’ermeneutica, quella vera, quella che pretende un patto di lealtà tra autore e lettore, viene insultata, calpestata, ridotta a un esercizio inutile. Perché mai scomodare l’ermeneutica quando si può costruire un mostro di carta e poi vantarsi di averlo abbattuto. Così molti detrattori hanno parlato del libro come si parla di un delitto commesso in un vicolo buio: con sicurezza, con foga, con indignazione, ma senza essere mai stati sul luogo del fatto. Hanno citato frasi che non c’erano, interpretato passaggi che non avevano letto, attribuito intenzioni che non potevano conoscere. Hanno fatto esattamente ciò che l’eisegesi fa da sempre: prendere un testo e usarlo come specchio, non per vedere ciò che contiene, ma per riflettere ciò che si porta dentro. E in questo gioco di specchi deformanti, il libro è diventato un oggetto fantasma, un contenitore vuoto riempito di accuse prefabbricate. Un perfetto bersaglio innocente per la violenza ideologica della sinistra. Non si tratta di difendere Vannacci, non ne ha certamente bisogno, né di santificare il suo libro: il successo strepitoso parla da solo. Si tratta di difendere il metodo, la decenza intellettuale, l’idea che un testo meriti almeno di essere letto prima di essere bruciato sul rogo mediatico. Perché la critica è sacra, ma lo è solo quando nasce dall’esegesi; quando nasce dall’eisegesi, è solo propaganda travestita da pensiero elaborato in perfetta malafede. E allora la scena diventa quasi narrativa: un libro sul tavolo, chiuso, intatto, e attorno un coro di voci che lo accusano senza averlo aperto; un rituale collettivo in cui il testo non è più un testo, ma un feticcio da colpire per sentirsi dalla parte “giusta” della storia. È in quel momento che l’ermeneutica muore, e muore male, perché viene tradita proprio da chi pretende di difendere la cultura. Eppure basterebbe così poco: aprire il libro, leggerlo, confrontarsi con ciò che c’è davvero, non con ciò che si immagina o che si è sentito dire. Ma questo richiede tempo, onestà, fatica, e soprattutto richiede il coraggio di scoprire che forse il testo non coincide con la caricatura che si era costruita. E allora è più semplice scegliere l’eisegesi, che è rapida, comoda, immediata, e permette di giudicare senza conoscere. Ma la cultura non vive di scorciatoie: vive di lettura, di ascolto, di rigore. E quando questi vengono meno, ciò che resta non è critica, ma rumore. E il rumore, per quanto assordante, non ha mai prodotto comprensione. Per questo, nel caso Vannacci, la vera offesa non è stata rivolta al libro, ma all’ermeneutica stessa, alla possibilità di leggere senza pregiudizi, alla dignità del testo come oggetto da comprendere prima di essere giudicato. E allora, in un tempo in cui tutti parlano e pochi leggono, vale la pena ricordare una verità semplice: un libro non è ciò che gli altri dicono che sia, ma ciò che contiene. E chi lo giudica senza leggerlo non sta facendo critica, sta facendo teatro. Un teatro macabro, per giunta, dove riesce a lobotomizzare in tempo reale il proprio cervello sotto il bisturi incandescente degli “arcangeli” ignoranti della sinistra…
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Categorie: - Riflessioni
