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Il piacere della critica

  

La coerenza non è sempre una virtù dei giornali, ed è anche vero che opinioni assai diverse rendono l’agognata atmosfera della libertà di pensiero e di informazione. Lo stesso vale per la recensione di un film che, passando da una penna all’altra dei critici cinematografici, può assumere i toni del semicapolavoro o ricevere i fischi della peggior messa in scena. È il caso di Parole d’amore, recensito sul Corriere da Tullio Kezich a pag. 38 dell’edizione nazionale come “un’ottima prova della coppia registica McGhee-Siegel”, “non estranei a una remota influenza bergmaniana, i due registi guidano i personaggi con vigile e solidale partecipazione”, in un film “dove gli interpreti si rivelano al loro meglio: e se Richard Gere mette con intelligenza il suo prestigio divistico al servizio di una buona causa, la vibrante e tormentata Jiuliette Binoche meriterebbe un film tutto per lei”. Insomma, da correre in sala. Ma sfogliando le pagine della cronaca milanese dello stesso giornale si incappa in un’altra recensione a pag. 12, questa volta di Maurizio Porro, in cui il mondo Gere-Binoche sembra assolutamente un altro: “una lista di crisi, compresi induismo e cleptomania organizzata, che sfiorano il ridicolo, grondano retorica e buonismo. Per la prima volta Jiuliette Binoche in un film non lascia traccia. Per la prima volta Richard Gere non si vede l’ora scompaia dallo schermo, è fin antipatico”. Sonora bocciatura, dunque.
Io nel dubbio il film l’ho visto, ahimé.

Beba Minna

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