Il futurismo non era un movimento progressista
Ho letto con grande pietà culturale l’articolo di Today politica di Enrico Pazzi editorialista- dd. 03-06-2026 dal titolo: “Gli agenti del caos: perché Futuro Nazionale di Vannacci non è una novità | Editoriale”
L’articolo di Enrico Pazzi è un esempio lampante di come si possa scrivere molto senza sapere nulla, soprattutto quando si tenta di piegare la storia a un pregiudizio politico preconfezionato. Il suo riferimento al “Futurismo” come movimento “progressista” è talmente antistorico da risultare quasi comico, se non fosse che rivela una povertà culturale imbarazzante. Tra le altre cose Vannacci non ha mai fatto in alcuna occasione riferimento al futurismo come corrente artistica. Il termine “futuristi” è apparso nel “Foglio”, senza alcun riferimento al Futurismo artistico-culturale, ma come semplice identificazione generica di chi si identifica nel movimento di Vannacci. E anche qui Pazzi ha preso “fischi per fiaschi”… che erano pieni. Ma anche il riferimento alla X Mas viene, sempre per via dei fiaschi che erano pieni, segnalato come concetto ideologico strumentalmente attribuito a Vannacci per collegarlo alla Repubblica di Salò, come fanno abitualmente i suoi detrattori faziosi e anche qualcuno che ha recentemente denunciato Vannacci per presunta volontà di ricostituzione del partito fascista. In realtà i reali riferimenti identificativi con la “X Mas” per Vannacci sono specificatamente stati collegati più volte dall’interessato stesso, all’ “arditismo”, disciplina militare e spirito combattivo e mai è presente un riferimento alla Repubblica di Salò, ma esclusivamente agli “Arditi” della prima guerra mondiale. Il futurismo fu progressista solo nell’arte, nella forma, nella rottura estetica; politicamente fu tutt’altro: interventista, nazionalista, violento, anti-socialista, anti-democratico, e in larga parte legato alla nascita del fascismo. Marinetti non fu un ingenuo bohémien progressista, ma un militante politico che fondò un partito, il Partito Politico Futurista, che aderì ai Fasci di Combattimento, che sostenne la guerra come “sola igiene del mondo”, che partecipò alla stagione squadrista e che entrò nell’Accademia d’Italia, organo culturale del regime. Se questo è progressismo, allora davvero le parole hanno perso significato. Anche gli altri futuristi citati genericamente da Pazzi non furono mai progressisti in senso politico: Boccioni fu interventista e nazionalista; Balla collaborò con istituzioni culturali del regime; Depero lavorò per la propaganda grafica fascista. Nessuno di loro ebbe mai posizioni riconducibili alla sinistra sociale o al progressismo politico. Il futurismo fu un’avanguardia estetica, non un laboratorio di progressismo sociale. Confondere la modernità artistica con la modernità politica è un errore da principiante, non da editorialista. Ma il punto più rivelatore dell’articolo non è solo l’ignoranza storica: è l’incapacità di comprendere il presente. Pazzi si ostina a leggere l’ascesa di Roberto Vannacci con le lenti stanche della retorica “antifascista” anni Settanta, come se il mondo non fosse cambiato, come se gli elettori non avessero più occhi, più memoria, più autonomia di giudizio. Ridurre tutto a “agenti del caos”, “filo-putiniani”, “complottisti”, “boomer rancorosi” è la scorciatoia di chi non vuole capire perché una parte crescente del Paese si riconosce in un linguaggio diretto, non mediato, non addomesticato. Pazzi non analizza: demonizza. Non interpreta: etichetta. Non studia: ripete slogan. E mentre lui si esercita in questo moralismo da salotto, Vannacci cresce, non perché manipoli le masse, ma perché intercetta un disagio reale, una stanchezza autentica verso una cultura politica che per anni ha imposto un conformismo linguistico e morale spacciandolo per progresso. Pazzi non se ne accorge, o forse non vuole accorgersene, ma il successo di Vannacci non nasce dal passato: nasce dal presente. Nasce dal fatto che una parte del Paese non sopporta più di essere trattata come ignorante, retrograda, provinciale, solo perché non si allinea al catechismo woke che per un decennio ha dominato media, università e talk-show. Pazzi liquida tutto questo come “caos”, perché non utilizza gli strumenti adatti per comprenderlo. Eppure, proprio questa incapacità di comprendere la realtà è ciò che alimenta la crescita di Vannacci. Non serve essere d’accordo con lui per riconoscere che rappresenta un fenomeno politico reale, radicato, non effimero, e che la sua ascesa è tutt’altro che un incidente mediatico. Pazzi può continuare a deriderlo, a chiamarlo “moscio”, a ironizzare sulla sua prossemica, ma intanto Vannacci parla a un Paese che non si riconosce più nella caricatura sociologica che certi “editorialisti per caso” continuano a propinare. E più questi “editorialisti” insultano, più rafforzano ciò che vorrebbero indebolire. È un meccanismo antico, che la storia ha mostrato mille volte, ma che chi non conosce la storia non può cogliere. L’”editoriale” di Pazzi, insomma, non è solo sbagliato: è sintomatico. Sintomatico di una “sub-élite culturale” che non capisce più il Paese e che, non capendolo, lo disprezza. Ma il disprezzo non è mai un’analisi, e tantomeno una strategia. È solo un modo infantile per perdere. E mentre Pazzi si arrampica sulle sue categorie stantie, scivolando in voragini culturali abissali, Vannacci continua a crescere, a strutturarsi, a parlare a un elettorato che non si lascia più intimidire da chi pretende di spiegargli cosa deve pensare. Non spetta a me prevedere risultati elettorali, ma una cosa è certa: chi continua a sottovalutare questo fenomeno, chi lo liquida con sufficienza, chi lo attacca con argomenti deboli e storicamente infondati, non fa altro che contribuire alla sua forza. E sarebbe davvero ora che chi scrive di politica e cultura si prendesse almeno la briga di studiare ciò di cui parla, prima di distribuire lezioni che non ha titolo per impartire.
Data di pubblicazione: 18 Luglio 2026.
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Categorie: - Politica - Riflessioni
