I pennivendoli del fango a pagamento e il loro sindacato…
C’è un’industria che non conosce crisi, non teme recessioni, non soffre inflazioni. Un settore che prospera quando tutto il resto crolla, che si nutre di sospetti, allusioni, mezze frasi, “fonti anonime” e indignazione prefabbricata. È il giornalismo scandalistico: la fabbrica del fango, il supermercato della calunnia, il luna park della diffamazione travestita da “inchiesta”. Un sistema che non informa: deforma. Non racconta: insinua. Non verifica: amplifica. E soprattutto, non cerca la verità: cerca il bersaglio. Il meccanismo è semplice: inventa, pubblica, incassa. Funziona così: si prende un personaggio pubblico, spesso un politico, perché fa comodo, perché fa rumore, perché garantisce clic, e gli si costruisce addosso una storia. Non serve che sia vera, basta che sia verosimile. Basta che sia abbastanza sporca da sembrare “plausibile” e abbastanza vaga da non poter essere smentita subito. Poi si pubblica. E il gioco è fatto. Il malcapitato dovrà difendersi da accuse che non ha mai visto, da fatti che non sono mai accaduti, da “testimonianze” che di dissolvono al primo controllo. Ma intanto la macchina del fango ha già fatto il suo lavoro: ha spostato l’attenzione, ha creato il sospetto, ha insinuato il dubbio. E soprattutto ha generato traffico, visualizzazioni, introiti pubblicitari. E buste sottobanco per questi paladini del fango. Perché lo scandalo, anche quando è falso, vende. La verità, invece, spesso annoia. Il ruolo dei mandanti? Sempre invisibili ma sempre presenti! Dietro questi pseudo-giornalisti non c’è solo la loro vanità e la loro cupidigia. C’è un mercato. Ci sono interessi. Ci sono veri killer vestiti da mandanti che non compariranno mai, che non firmeranno mai un articolo, che non si sporcheranno mai le mani. Sono quelli che finanziano, suggeriscono, orientano. Quelli che hanno tutto da guadagnare se un avversario politico viene infangato, se un personaggio scomodo viene delegittimato, se un dibattito pubblico viene avvelenato.
E mentre loro restano nell’ombra, i loro scribacchini di fiducia si arricchiscono. Perché la calunnia, oggi, è un business. E più è grossa, più rende. Il pubblico è spettatore o complice? Il problema è che questo circo non esisterebbe senza pubblico. C’è una fetta di spettatori che non vuole essere informata: vuole essere intrattenuta. Vuole il colpo di scena, la rivelazione shock, il retroscena inventato, la vita privata spiattellata, la caduta dell’eroe, la rovina del potente. È la morbosità travestita da “diritto di sapere”. È il voyeurismo che si finge indignazione civile. E così, mentre si clicca, si commenta, si condivide, si alimenta un sistema che distrugge reputazioni come fossero lattine da schiacciare. La difesa diventa impossibile. Come smentire ciò che non è mai esistito? Il bersaglio dello scandalo inventato è sempre in svantaggio. Come si fa a difendersi da un fatto che non è mai accaduto? Come si dimostra la falsità di un evento immaginario? Come si smonta una narrazione costruita per essere indistruttibile?
Il meccanismo è perverso: se ti difendi “sei nervoso” quindi qualcosa nascondi”, se non ti difendi, “taci, quindi sei colpevole”, se quereli, “vuoi zittire la stampa libera”, se non quereli “non hai il coraggio di affrontare le accuse” È un gioco truccato. E chi lo subisce perde sempre, anche quando è innocente. Il vero scandalo non sono le notizie inventate. Il vero scandalo è che qualcuno le chiama ancora “giornalismo”. Il giornalismo vero è un’altra cosa: è verifica, responsabilità, rigore, fatica, rispetto. È la ricerca della verità, non la costruzione della menzogna. È un servizio pubblico, non un’arma privata. Quello scandalistico, invece, è solo un business tossico che prospera sulla pelle degli altri. Un’industria che produce indignazione di plastica e danni reali. Un mestiere che ha smesso di essere un mestiere per diventare un trucco, un espediente, un modo rapido per arricchirsi. Il problema è culturale. Finché ci sarà chi paga per vedere il fango, ci sarà chi lo spalma. Finché ci sarà chi clicca, ci sarà chi inventa. Finché ci sarà chi confonde la diffamazione con l’informazione, ci sarà chi la vende come tale. E finché i mandanti resteranno nell’ombra, i loro mercenari continueranno a colpire. Lo scandalo inventato non è un errore, non è una svista, non è un eccesso. È un modello di business. È un metodo. È una strategia. E finché non verrà smascherato per ciò che è, un mercato di menzogne a pagamento, continuerà a distruggere persone, carriere, famiglie, reputazioni. Senza mai pagare il conto. Perché nel giornalismo scandalistico il fango non si asciuga mai. Si ricicla. Si rivende. Si moltiplica. E chi lo produce, troppo spesso, ci costruisce sopra una carriera e molte volte diventa titolare di programmi televisivi ad hoc. E una cosa li accomuna: un unico sindacato: la bandiera rossa con falce e martello!
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