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Giudizi e pregiudizi. La società uccide l’individualità

Cosa vuol dire essere “buoni” o “cattivi”? Niente. Non esistono i “buoni”, non esistono i “cattivi”. Esistono le persone, il loro modo di vedere le cose e le loro scelte. Consequenziali o meno. Ragionevoli, ragionate, razionali. Oppure istintive e impulsive.
Però i giudizi sono sempre gli stessi, gli incasellamenti sociali inesorabilmente i medesimi. Eh già, sempre loro: giudizi & pregiudizi. Compagni di merende.

Chi soffre viene quasi sempre condannato a starsene con il suo dolore. Non nascondiamoci ipocritamente dietro un dito, che poi è un ditino dietro a certe situazioni, e ammettiamo che spesso lasciamo anche chi conosciamo personalmente tra le tenaglie del malessere, impigliato/a come un topolino nella trappola. E magari se nelle vene circola un po’ di malizia, un pochino la cosa lascia un piacere sottile, ci vediamo quelli “realizzati”, quelli che “per forza non poteva succedere a me”; ma non ammettiamo questo sfizio eh, questo è importante, non sia mai che la nostra bella maschera di fighetti si rompa in mille pezzi. Anche le giustificazioni sono sempre le stesse: “pensavo fosse meglio per lui/lei lasciarlo/a solo/a”, o ancor peggio “non ho tempo”. E va bene così, o lo si fa andare bene in ogni caso. Quel che passa, poi tanto si dimentica.

Il tempo.. altro bel discorso. Se uno ti dicesse che regala 100.000 euro, voglio proprio vedere quanti restano senza tempo per andarselo a prendere! Però il tempo di fermarsi a chiedere a uno triste “ehi allora, parliamo un po’?” non sappiamo dove andarlo a trovare. Ovviamente non faccio di tutta un’erba un fascio. Penso, ma soprattutto spero, che persone un attimino predisposte ad ascoltare e raccontarsi DAVVERO ci siano ancora.

Riprendendo il filo. I giudizi. Rieccoli. Uno si ammazza ed è per forza vigliacco. Chi se ne frega se non riesce a sentire un minimo di soddisfazione, un brivido ogni tanto che ti ricorda che sei vivo, non avendo il coraggio di azzardare la parola contento/a, figuriamoci felice! Non merita considerazione il fatto che abbia vissuto l’inferno, se ha visto orrori e 4 psicofarmaci al giorno non riescono a lavare il marcio dentro, che troneggia indesiderato e spavaldo (mai pensato che chi sta male FORSE non vorrebbe?). Se però si toglie la vita un sopravvissuto di qualche guerra, allora si può comprendere, giusto? E la lotta esistenziale, che qualcuno malauguratamente è chiamato a fare ogni giorno, non è pur sempre una guerra? Al bando vittimismo e autocommiserazione, mi riferisco ai dati di fatto. Facile dire “il destino non esiste” se la fortuna ti ha baciato o “che famiglia sfasciata” se la tua è unita e in armonia ( o così ti sembra, o magari così vuoi far credere), facile apostrofare cattiveria o pozioni magiche da santoni o da maestrini superspecializzati con le loro lezioni “distaccate”, professionalmente “non coinvolte emotivamente” a chi sta morendo dalla fatica di rialzarsi, quando tu non sei mai caduto (ovviamente non mi permetto di criticare chi ogni giorno opera su queste questioni, parlo di chi lo fa solo ed esclusivamente credere per soddisfare il proprio ego). E facile ridere di un pagliaccio quando hai pagato il biglietto per vederlo fare il pagliaccio.

Pregiudizi. Chi ha deciso che una persona che si droga è come un cane con la rabbia? Beh, forse chi ha paura della rabbia. Non sono lebbrosi, eppure ho visto ragazzi che assumono farmaci per sconfiggere la tossicodipendenza essere trattati come tali. Una ragazza è considerata “tossica” perché ha i capelli fucsia. Ma chi cavolo ci ha insegnato questo? L’abitudine? L’indifferenza? L’incapacità di metterci nei panni degli altri? O ancora una volta il “così si fa perché va fatto così”? Sarebbe davvero triste, sarebbe davvero il disegno del declino dell’individualità, sarebbe il pass per il conformismo più conformista.
Un altro esempio? I clochard, i nomadi, gli alcolizzati, gli eremiti, gli anarchici. Chi ha deciso che appartengono alla sottoclasse delle nostre generazioni? Chi non condivide la scelta? No, chi ha paura, chi li teme, chi invidia il loro menefreghismo verso le regole imposte dagli altri e si incazza perché sa che non sarà mai capace di imitarli, volendo o non volendo.

Comunque vadano le cose, le patate bollenti vanno sempre a finire sulle mani dei più deboli. O, per la medesima volta, quelli che sono CONSIDERATI i più deboli.

L'autore ha scritto 3 lettere, clicca per elenco e date di pubblicazione.

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3 commenti

  1. 1
    marziav -

    Condivido tutto quello che hai scritto. Davvero non saprei esprimerlo meglio. Quel che è certo è che vorrei ancora avere l’ardore per denunciare le ingiustizie e battermi a gran voce contro il conformismo, anziché sentirmi arresa. Ti stimo.

  2. 2
    ale.o.35 -

    Hai perfettamente ragione, ma, scusa l’ironia, a questi tempi non sai più riconoscere una pecora da un lupo travestito da pecora. Aiuti qualcuno e poi ti volta le spalle. Molti che dicono cose intelligenti e buone e poi fanno esatto l’opposto. Molti sono troppo deboli per rinunciare all’appoggio della società, che magari hanno ottenuto partendo dal basso. E poi la società di oggi ci insegna ad essere egoisti, assettati di soldi e fama. Alla fine siamo “animali” sociali, seguiamo l’istinto di gruppo, abbiamo bisogno degli altri, nonostante siano buoni per noi ma cattivi per gli altri. Ma credimi, è il contrario di quello che si dice, che sono pochi quelli che vanno contro la società. Basta guardarti attorno e vedrai che la gente pensa bene ma fa male perchè è costretta. Poi ci sono casi e casi. NOn voglio generalizzare. Comunque bella lettera, mi ha impressionato molto.

  3. 3
    ginevra -

    Societa’ di oggi. brutta.. egoista.. avara ..insensibile.. Senza piu’ valori.. Razzista.. Menefreghista.. Discriminante… Malata… Schifosa.. Chi piu’ ne a piu’ ne metta……

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