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Conferenza stampa ore 18: le cose che non ci sono state dette

Lettere scritte dall'autore  alessioporretta

La quotidiana conferenza stampa delle autorità è finita ormai da qualche giorno. La messa delle 6 è andata in scena per oltre un mese, sempre uguale nei suoi rituali e nei suoi numeri, lasciando ogni giorno la stessa sensazione di oscurità. Non perché si tratti di misteri della fede, intendiamoci: il vero problema è che ogni giorno ci sono stati dati numeri, e informazioni, senza tuttavia che alcune domande fondamentali abbiano avuto risposta. Spesso, purtroppo, non hanno avuto nemmeno domanda, e questo è un altro problema.
Come molti che si occupano quotidianamente di ricerca scientifica, non ho presunzione di avere competenze nel merito, ma senz’altro ho esperienza del metodo con cui affrontare problemi complessi, difficili e in gran parte ignoti.
E mi pongo domande su molti aspetti che non conosciamo nell’operato del governo. In particolare, mi riferisco al protocollo che viene seguito nella registrazione e nel tracciamento dei casi positivi.
Cosa avviene esattamente nella fase di registrazione dei casi ? Chi, quando e come si occupa di avviare la fase investigativa, su ogni singolo caso, per ricostruire la sorgente di contagio? Quante persone lavorano su questo aspetto, con quali competenze e con quali mezzi?
Questo è un aspetto cruciale su cui (almeno qui fuori) non sappiamo nulla.

Se la risposta fosse drammaticamente vuota, ovvero semplicemente non esiste una fase investigativa sulla sorgente del contagio, o anche se questa fase fosse stata solo affidata ai medici che eroicamente avevano altri fronti su cui combattere, beh allora lasciamo ogni speranza per il futuro e ogni fiducia in chi dirige le nostre vite e dispone della nostra libertà.
Messa a dura prova in un mese in cui ossessivamente abbiamo saputo quanti nuovi casi erano ogni giorno registrati, senza avere mai informazioni né sui tempi e modi di raccolta di questi nuovi casi (diverse le segnalazioni di molti positivi registrati tardivamente, ad esempio), né soprattutto su un analisi qualitativa di questi dati.
Quanti nuovi casi sono riconducibili a contagi in ambienti lavorativi (ed eventualmente quali) ? E quanti invece sono attribuibili alla frequentazione di luoghi comuni, mezzi di trasporto, luoghi commerciali, supermercati etc…?
Quanti sono code di contagi familiari riconducibili a prima del lockdown e quanti invece sono i contagiati dopo il lockdown che conducevano una vita casa-supermercato ?
Se non sappiamo rispondere a queste domande, nel senso ovviamente della statistica, come possiamo affrontare seriamente le decisioni sulla riapertura ?

A Roma città, da oltre una settimana abbiamo qualcosa come circa 40 nuovi casi quotidiani in media. Se togliamo quelli riconducibili alle case di riposo, e agli operatori sanitari, i numeri diminuiscono sensibilmente. Con simili numeri, è doveroso ricostruire con ragionevole certezza l’origine del contagio di ogni nuovo caso. Quindi costruire un analisi dei dati di tipo qualitativo, non solamente quantitativo.
Non stiamo più parlando delle folle sulle piste da sci o nella movida serale. Dalla partenza del lockdown, ovvero da oltre un mese, le persone sono già tracciabili, NON SOLO con la tecnologia, ma con le interviste, le indagini, l’incrocio dei dati come deve fare una seria squadra investigativa.

Perché non ci serve sapere se un colpo di tosse può battere il record di salto a ostacoli o se un tifoso con la zeppola in curva potrebbe contagiare un vip in tribuna stampa.
Tutte amenità che divertono giornalisti e lettori, ma sono inutili come sapere che potrei morire di mille altri accidenti eccezionali.
Quello che ci serve capire è in quali canali, come e dove ha continuato a diffondersi il virus nella vita reale durante il mese di lockdown.
Citerò a tale proposito un articolo apparso su Repubblica che riportava come in Germania si fosse risaliti, dopo lunghi sforzi, a ricostruire una delle primissime catene di contagi (vai all’articolo).
Al contrario di quello che l’articolo voleva suggerire, non è importante in questo esempio che il contagio fosse avvenuto in modo “improbabile” passandosi il sale a mensa. Quello che è importante in questa notizia è che è possibile risalire alla sorgente del contagio con una forte e coordinata attività investigativa. Se questo è riuscito, in modo eccezionale, per i primi contagi, avvenuti quando i contatti erano infiniti e a distanza di molto tempo, può avvenire in modo molto più semplice durante il regime di lockdown o, con le prime riaperture, con l’ausilio di tracciamenti digitali. Ma in entrambi i casi, l’attività investigativa di squadre dedicate deve svolgere un ruolo fondamentale.

Non conosco le risposte alle domande che ho posto, né a tante altre simili che non ho posto e che verrebbero in mente se cominciassimo ad avere dati significativi in questa direzione. Senz’altro ho dei timori sulle risposte che potrebbero aversi riguardo quanto fatto durante l’ultimo mese in tal senso, e mi auguro che siano infondati.
Ho il timore, che ben capirà chi ha familiarità con la scienza, che si sia confusa la misurazione con l’indagine:
so quante persone hanno avuto tampone positivo, ma non mi sono chiesto perché – ovvero non me lo sono chiesto abbastanza, o me lo sono chiesto troppo tardi etc…
Ho il timore che, ancora oggi, si pensi di affidare la fase di indagine a un’altra misurazione, magari solo più efficace, attraverso la famosa app. che possa dirci chi è entrato in contatto con chi. Intendiamoci, ben venga l’ausilio di qualunque strumento aiuti nel tracciamento. Ma sarà inutile se pensiamo di delegare alla tecnologia tutta la funzione investigativa, che invece ha bisogno di uomini e squadre dedicate.
Lo stesso bisogno che c’è, oggi più che mai, di giornalisti, ai quali affido queste mie domande sperando di incontrare anche tra loro chi fa ricerca come un detective e come uno scienziato.

Alessio Porretta
Professore Ordinario di Analisi Matematica
Università di Roma Tor Vergata

L'autore ha scritto 1 lettera, clicca per dettagli sulla pubblicazione.

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1 commento

  1. 1
    Yog -

    Gentile Alessio, non le rispondo da Direttore del sito (non lo sono), e poco rileva che io abbia responsabilità oggettivamente analoghe nel mio campo: le rispondo da semplice cittadino.
    Quella delle ore 18 mi è parsa fin da subito una recita, e pure mal congegnata e dialetticamente improponibile, con le sue liturgie (ricordiamo, a titolo esemplificativo e non esaustivo, i 30″ di silenzio di incipit del video serale e il “purtroppo” premesso immancabilmente all’annuncio del numero dei morti).
    L’analisi statistica è una cosa seria, che presuppone un lavoro a monte di definizione del panel e delle categorie che si vogliono esaminare.
    Nulla di tutto questo è stato fatto.
    Qua siamo a livello che morire CON coronavirus a 99 anni è uguale a crepare DI coronavirus a 40: su questa base abbiamo (rectius: hanno) mandato – me lo permetta – “a puttane” l’economia del Paese.
    A me avevano insegnato fin da bambino a diffidare dei gnocchi CON patate ed a preferire quelli (introvabili) DI…

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