Anche gli anarchici possono vestire in giacca e cravatta!
Quando durante un evento pubblico una figura istituzionale come recentemente successo al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene raggiunta senza ostacoli da un individuo qualsiasi, ciò non è un dettaglio marginale ma un terremoto silenzioso che scuote dalle fondamenta la credibilità di chi dovrebbe garantire protezione assoluta. È l’immagine di un sistema che si crede impenetrabile mentre invece si rivela fragile, distratto, quasi ingenuo. È la dimostrazione che la sicurezza, quella vera, quella che non sbaglia, quella che anticipa, quella che previene, è stata sostituita da una routine stanca, da una presenza scenica che rassicura solo chi non vuole vedere la realtà. Perché la realtà è che se una persona qualunque può avvicinarsi così facilmente, allora chiunque può farlo, e questo dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia a cuore la stabilità delle istituzioni. E se il sig. Musumeci nel caso in questione, fosse stato un anarchico rivoluzionario con intenzioni violente? È impossibile non provare indignazione, una indignazione profonda, viscerale, quando si assiste a un episodio del genere: un varco che si apre come se nulla fosse, un corpo estraneo che avanza indisturbato, un gesto che nessuno intercetta, uno sguardo che non coglie il pericolo, una reazione che non arriva. E mentre tutto questo accade, mentre l’impossibile diventa possibile, mentre l’inammissibile diventa realtà, la domanda che si impone con forza brutale è: dov’è la sicurezza? Dov’è la vigilanza? Dov’è la prontezza che dovrebbe essere la prima linea di difesa? Perché se basta così poco per superare barriere che dovrebbero essere invalicabili, allora significa che quelle barriere non esistono davvero, che sono solo un’illusione, un teatro, una messa in scena che crolla al primo soffio di imprevisto. È inquietante, profondamente inquietante, pensare a cosa sarebbe potuto accadere se l’intenzione di quella persona fosse stata diversa, se quel gesto fosse stato animato da ostilità, o peggio ancora da intenzioni omicide, se quel movimento fosse stato l’inizio di qualcosa di irreparabile. E ciò che inquieta ancora di più è la lentezza, l’inerzia, la quasi indifferenza di chi avrebbe dovuto intervenire. Perché la sicurezza non è un concetto astratto, non è un’idea vaga, non è un protocollo scritto su un foglio: è un dovere assoluto, una responsabilità che non ammette esitazioni, una disciplina che richiede attenzione costante, lucidità, capacità di anticipare l’imprevisto. Quando tutto questo manca, quando la protezione si rivela una facciata, quando la vigilanza si trasforma in distrazione, allora non è solo un errore: è un fallimento culturale, un cedimento strutturale, un segnale che qualcosa di profondo non funziona. E allora è inevitabile chiedersi come sia possibile che in un Paese che proclama di avere protocolli rigorosi, personale addestrato, sistemi avanzati, si verifichi una scena così disarmante, così vulnerabile, così pericolosa. È inevitabile chiedersi se la sicurezza sia stata presa sul serio o se sia stata trattata come una formalità, un adempimento, un rituale da eseguire senza convinzione. Finché episodi del genere continueranno a verificarsi, finché la protezione resterà un concetto più che una pratica, finché la sicurezza sarà trattata come un ornamento e non come una necessità vitale, la fiducia nelle strutture preposte resterà incrinata. E nessuna spiegazione tardiva, nessuna giustificazione burocratica, nessuna minimizzazione potrà cancellare la sensazione che l’imperdonabile sia stato trattato come un dettaglio, che la leggerezza abbia preso il posto della vigilanza, che la sicurezza sia stata sacrificata sull’altare dell’abitudine. Perché quando la sicurezza fallisce, non fallisce solo un protocollo: fallisce un intero sistema, fallisce la credibilità delle istituzioni, fallisce l’idea stessa che chi rappresenta il Paese sia davvero protetto. E questo, in uno Stato che vuole definirsi solido, non dovrebbe mai, mai accadere.
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