Votare “Sì”, un occasione da non perdere per il prossimo referendum
Il prossimo referendum sulla giustizia arriva in un momento storico in cui il sistema giudiziario italiano è attraversato da tensioni, contraddizioni e un crescente senso di sfiducia da parte dei cittadini, alimentato dalla presenza di correnti politiche nell’ambito della stessa che destabilizzano la possibilità di gestire l’ordine pubblico, con sentenze che lasciano a desiderare per non dire peggio. Delinquenti che vengono arrestati e colti in flagranza di reato, in particolare clandestini che hanno preso la nostra nazione come il “bengodi” per delinquere impunemente, 24 o 48 ore dopo l’arresto si ritrovano liberi di potere continuare la loro attività criminale! Non è un mistero che, negli ultimi anni, scandali interni alla magistratura, (vedi caso Palamara), processi interminabili e decisioni percepite come incoerenti abbiano alimentato un malessere diffuso. Ad esempio l’assurdo paradosso di boicottare da parte di certi magistrati, la possibilità di gestire intelligentemente ed adeguatamente il centro di accoglienza di Shengin, in Albania, hotspot allestito per l’identificazione di prima accoglienza e sempre in Albania il boicottaggio sistematico di magistrati politicamente esposti a sinistra, contro il Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) per il trattenimento delle persone in attesa di espulsione o rimpatrio, locato nella zona di Gjader. È in questo contesto che la maggioranza dell’opinione pubblica non schierata con gli intrallazzi “politica- magistratura” orchestrati dal palese connubio con i partiti di sinistra, sostiene con forza la necessità di un cambiamento profondo, individuando nel referendum un’occasione concreta per imprimere una svolta e interrompere questa deriva antidemocratica.
E’ ormai da anni agli occhi di chi non vuole girarsi dall’altra parte, che la giustizia italiana non funziona come dovrebbe. I tempi dei processi restano tra i più lunghi d’Europa, con costi esorbitanti per tutte le parti coinvolte, per il sollazzo economico degli avvocati; la responsabilità disciplinare dei magistrati appare spesso inefficace e in certi casi addirittura inesistente, la separazione delle carriere continua a essere un tema irrisolto e la percezione di autoreferenzialità all’interno del sistema giudiziario non accenna a diminuire. Tutti elementi che, secondo chi giustamente sostiene la riforma, rendono urgente un intervento deciso.
Uno dei punti più discussi riguarda la distanza tra cittadini e istituzioni giudiziarie. E’ evidente ormai una “crisi di fiducia” tra cittadini e magistratura che non può essere ignorata. Quando un sistema appare incapace di correggere i propri errori, quando i meccanismi interni sembrano più orientati all’autotutela che alla trasparenza, quando le decisioni disciplinari appaiono lente o inefficaci, il rischio è che la giustizia perda la sua funzione fondamentale: essere percepita come equa, imparziale e accessibile. È proprio questa percezione, che oggi vacilla ed è una sensazione oggigiorno più forte che mai. Molti magistrati non applicano più la legge, ma la interpretano a loro giudizio, spinti da protagonismo politico, supportati da ideologie anti-governative.
Un altro nodo centrale riguarda la lentezza dei processi, un problema strutturale che incide sulla vita delle persone, delle imprese e dell’intero sistema economico. Procedere deleteriamente con l’attuale assetto organizzativo della giustizia, significa accettare che migliaia di procedimenti si estinguano per prescrizione, che le vittime attendano anni per una sentenza e che gli imputati vivano in un limbo giudiziario che può durare quasi un decennio. Una situazione che, non è più tollerabile e che finalmente con un netto voto del “Sì” al prossimo referendum si può definitivamente sanare.
C’è poi il tema della separazione delle carriere, che da anni divide il mondo giuridico. Le sacrosante ragioni del Sì, evidenziano che l’attuale sistema, in cui giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso corpo, generi ambiguità e rischi di sovrapposizione. La loro posizione è chiara: per garantire un equilibrio reale tra accusa e difesa, le carriere devono essere distinte, come avviene in molti altri ordinamenti europei. Non si tratta, di mettere in discussione l’indipendenza della magistratura, ma di rafforzarla attraverso una maggiore chiarezza dei ruoli eliminando le attuali ambiguità.
Un ulteriore elemento di critica riguarda il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, spesso al centro di polemiche per dinamiche interne già viste anche in passato come politicizzate o influenzate da correnti. Chi intelligentemente voterà per il “Sì” riconosce nel referendum un modo per ridurre il peso delle logiche interne e aumentare la trasparenza dei meccanismi di selezione e valutazione. La riprova della malafede della sinistra per incitare al “no” sta nel fatto che questo referendum per loro non riguarda realmente il problema della Giustizia, ma un orchestrato atto antigovernativo, e più precisamente in un’ azione “anti-Meloni,” in quanto in passato la sinistra riformista era schierata per il “Sì.” Oggi il Pd ed Elly Schlein si schiera apertamente per il “No”. Ancora una volta la Sinistra non perde l’occasione per smentire se stessa!
Il filo rosso che unisce entrambe le posizioni è la convinzione che non intervenire significhi accettare lo status quo, con tutti i rischi che comporta: perdita di fiducia dei cittadini, inefficienza cronica, percezione di autoreferenzialità, difficoltà economiche legate alla lentezza dei procedimenti e un crescente distacco tra istituzioni e società civile. Per chi sostiene il Sì, il referendum rappresenta un’occasione rara per correggere storture che si trascinano da decenni.
Ma ciò che emerge con forza da parte dei cittadini stanchi di vivere condizioni inaccettabili, c’è la viva e concreta speranza che finalmente la”manfrina della giustizia” stia per terminare una volta per tutte! Che la giustizia italiana abbia assoluta necessità di un rimodellamento strutturale. Il referendum è, per la maggioranza degli italiani dotati di buon senso, l’unico strumento immediato per avviare un cambiamento che altrimenti rischierebbe di rimanere sulla carta.
In un Paese che ha sempre fatto della giustizia un tema centrale del dibattito pubblico, il voto rappresenta un momento cruciale. E, quindi anche chi non va abitualmente a votare, ha l’occasione per dimostrare votando per il “Sì”, da che parte sta il buon senso andando in questo caso alle urne: una presenza che può essere per la politica e per la Sinistra in tal caso, un significativo campanello d’allarme…e per l’attuale segretaria del Partito Democratico una raccomandata di sfratto anticipato. Mentre per la CGIL promotrice del “NO” la vittoria del “Sì”, rappresenta la disfatta generale di un Generale che non è nemmeno una recluta, ma un semplice dilettante allo sbaraglio in cerca d’autore!
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