Un gioco sado-maso quotidiano
Meditazioni sull’umanità inginocchiata davanti al suo guinzaglio digitale.
Viviamo in un’epoca che produce analisi, documentari, ricerche come un organismo malato produce febbre. Non per capire il mondo, ma per giustificare la nostra nuova dipendenza. Il telefonino. Questo idolo tascabile, questo “master” travestito da giocattolo, è diventato il più brutale mutamento della nostra specie negli ultimi decenni tramutandoci in un esercito di “slave”. Oggi, non essere connessi per la quasi totalità delle persone equivale a non esistere. La batteria scarica è un collasso identitario. E non c’è “safeword” che possa salvarci in questi casi. Perderlo è un lutto che ci strappa dal mondo come un’esecuzione improvvisa. Chi ci cerca quando trova solo una voce registrata, si schianta contro un muro di silenzio che certifica la nostra evaporazione, la nostra epigrafe digitale. C’è un’immagine che dovrebbe farci arrossire di vergogna: tutti hanno un telefonino, anche chi non ha più nulla. Neppure una casa, un tetto, un vestito. Perfino chi attraversa deserti, frontiere, respingimenti, chi rischia la vita in mare o nei camion dei trafficanti, stringe un telefono come fosse un’ultima reliquia. È l’unico modo per dire “sono vivo”, se arriveranno vivi. Senza di esso, la loro voce muore prima ancora di raggiungere chi li aspetta. Il telefonino è diventato il bene minimo dell’essere umano contemporaneo, il suo lasciapassare per non essere inghiottito dal nulla. Le nostre strade sono diventate un corteo di zombie lucidi. Provate a contare chi non cammina con un telefono in mano: è come cercare un ateo in una cattedrale. C’è chi parla con qualcuno che non è lì, chi attraversa la strada fissando lo schermo, chi ascolta assorto una voce che vale più della realtà che lo circonda. Nei treni, nei bar, nelle sale d’attesa, siamo costretti ad ascoltare telefonate interminabili, confessioni involontarie, dettagli intimi di sconosciuti che si offrono al pubblico come se fossero in un reality permanente. Lo smartphone è un confessionale ambulante che trasforma chiunque in protagonista inconsapevole della propria esposizione. Sul versante femminile, il fenomeno assume una tonalità quasi sacrale. Le donne, da sempre più inclini alla comunicazione, sembrano oggi fuse con il loro telefono. In città, in campagna, in montagna: ovunque, lo smartphone è un’estensione della loro mano e del loro umore. Vederne una senza è come avvistare un animale preistorico: un’apparizione che mette in dubbio la realtà stessa. “Dov’è il telefonino?” È diventata la domanda più angosciante del nostro tempo. La sola possibilità di averlo smarrito spalanca un abisso di panico: la perdita del contatto, dell’accesso, della presenza nel mondo. È una dipendenza che non ha precedenti nella storia umana, una nuova forma di schiavitù volontaria. Un gioco sado-maso che non è più solo un gioco ma una devastante condizione umana. Il vero sconvolgimento non è tecnologico, ma antropologico. Il telefonino ci dice come stiamo, dove andare, che tempo farà, quante calorie abbiamo bruciato, quanti soldi abbiamo in banca, permette alle persone patologicamente gelose di spiare i propri partner, induce a fare acquisti anche quanto non avremo necessità di comperare nulla. Attraverso le “app”, piccole entità che hanno colonizzato ogni gesto, possiamo raggiungere qualsiasi luogo, persona, servizio. Ma soprattutto, il telefonino ha sovvertito la gerarchia delle presenze. Se lui è sul tavolo, tutto il resto diventa decorativo. Quante coppie, un tempo immerse in sguardi e conversazioni, oggi siedono una di fronte all’altra fissando due schermi luminosi senza scambiarsi nessuna parola, nessuna emozione? L’intimità è stata sostituita dalla connessione. L’eros è stato sostituito dalla notifica. In riunioni, assemblee, incontri formali o informali, lui appare sempre. Se squilla, lo si guarda con un misto di deferenza e irritazione. Se ci annoiamo, diventa la via di fuga legittima: il galateo contemporaneo lo accetta ovunque. Perfino i luoghi che un tempo lo proibivano stanno cedendo. Anche davanti al Papa, lo teniamo in tasca, silenzioso ma pronto a vibrare. E se vibra, nessuna autorità può competere: comanda lui. Il futuro delle relazioni umane è un orizzonte che fa paura. È non è difficile immaginare come evolveranno i rapporti umani: è solo una bomba ad orologeria! A me viene da pensare, se non fossi democratico convinto, che sarebbe indispensabile un’autorità in grado di limitarne l’uso, soprattutto nei bambini e nei ragazzi. Ma è impossibile. Basta osservare entrambi: lo maneggiano come se fosse parte del loro corpo, come se fossero nati insieme a lui. Si attende con ansia già il prossimo modello, quello che supererà le funzioni attuali. L’umanità sarà ancora più connessa, ancora più schiava. E, inevitabilmente, le persone saranno sempre più sole. Le nuove generazioni fanno paura: la loro capacità di concentrazione sembra dissolversi senza il loro “cilicio tecnologico” tra le mani. Chi osa vietarlo in classe assiste a vere e proprie crisi di astinenza. Ma le piaghe che quotidianamente in maniera inconscia auto infliggono al loro cervello, condurrà alla dissoluzione delle proprie sinapsi neurali. Personalmente voglio resistere a questo massacro di massa e porto gelosamente con me, non uno smartphone, ma il mio caro Nokia 3310, un cimelio raro il cui valore è quotato ormai solo nel listino dell’intelligenza umana!
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Categorie: - Riflessioni
