Salim: solo anagramma della follia?
C’è un dettaglio che forse non tutti hanno notato e che, pur essendo apparentemente solo un gioco di lettere, sembra quasi una firma nemmeno tanto criptica: anagrammando “Salim” si ottiene “Islam”. Una coincidenza linguistica, per la sinistra, una firma “inequivocabile” per la destra. Ma in un Paese che da anni vive sospeso tra accoglienza proclamata e integrazione fallita, anche le coincidenze diventano giocoforza dei simboli inequivocabili. E sabato 16 maggio, a Modena, quel simbolo ha preso la forma di otto corpi a terra, due donne mutilate, una città ferita e un Paese che si risveglia con la stessa, identica domanda che ritorna come un incubo ciclico: “Perché succede ancora?”. Il caso di Salim El Koudri è già diventato il nuovo totem del conflitto politico: per il “campo largo” è “il pazzo”, l’ennesimo episodio isolato da archiviare in fretta; per la destra è “il terrorista”, la prova vivente che qualcosa si è rotto da tempo. La verità, come sempre, è più scomoda di entrambe le narrazioni: un individuo è responsabile delle sue azioni, ma ogni volta che un episodio violento coinvolge persone di religione islamica, l’Italia scopre che la ferita dell’integrazione mancata non si è mai chiusa. E forse non si chiuderà mai, se continuiamo a fingere che basti pronunciare la parola “integrazione” per realizzarla. Da vent’anni ripetiamo lo stesso mantra: “L’integrazione è la risposta”. Ma l’integrazione, quella vera, non è uno slogan da talk show: richiede regole chiare, controlli reali, percorsi obbligatori di inserimento sociale e culturale. In Italia, troppo spesso, non c’è nulla di tutto questo. Il risultato è un limbo che nessuno vuole guardare in faccia: persone che arrivano senza un progetto, (o probabilmente lo hanno e aspettano solo istruzioni collettive per realizzarlo a nostro irreversibile danno), istituzioni che non vogliono porre in atto strumenti concreti e reali, quartieri che cambiano più in fretta di quanto la popolazione riesca a comprenderlo, cittadini che vivono una crescente sensazione di insicurezza, tensioni che ribollono sotto la superficie come una pentola dimenticata sul fuoco. E ogni episodio violento diventa la scintilla che fa saltare il coperchio. Parlare di invasione sarebbe scorretto come dato oggettivo ma fingere che una parte sempre più ampia della popolazione soprattutto di sinistra, non percepisca la situazione in questi termini è altrettanto scorretto. La percezione nasce da arrivi continui e impossibili da gestire, a causa di una consistente parte della magistratura (Magistratura Democratica), in tandem stretto con il campo largo, che predica da ogni lato accoglienza senza limiti e controlli, da controlli posticci che sembrano esistere solo sulla carta, da quartieri culturalmente sradicati e trasformati prepotentemente senza alcuna pianificazione, da episodi di cronaca che si accumulano come pietre su una bilancia già sbilanciata, da una politica imbalsamata dall’ostruzionismo di “Elly &Co” E quando la percezione diventa più forte dei numeri, la società entra in conflitto con se stessa. È lì che nasce la frattura, quella vera, quella che nessuno vuole nominare, tranne il “battagliero” Vannacci e il “diplomatico” Salvini. Questa frattura ha un’unica soluzione: “reimigrazione”. Perché dobbiamo farci carico di chi delinque? Per quale ragione? Un delinquente che si prende una condanna a 30 anni, allo Stato italiano costa oltre 1.500.000 di euro. Chi si integra realmente, chi rispetta la nostra legge, le nostre tradizioni, la nostra cultura è ben accetto, ma la maggior parte hanno messo radice sul nostro territorio con un intento non certamente amorevole nei nostri confronti: sovvertire tra pochi anni la nostra cultura, la nostra identità e la nostra religione e inserire la Sharia in Parlamento con il beneplacito di tutti i partiti di sinistra. Lo hanno anche pubblicamente dichiarato in televisione senza il minimo imbarazzo, e sui social imperversano foto di gruppo nettamente colluse con il mondo islamico, con oltraggioso e spocchioso orgoglio da ambo le parti. L’attacco di Modena non è solo un fatto di cronaca: è un trauma collettivo, un pugno nello stomaco che colpisce persone comuni, in un luogo comune, in un momento qualunque. È la violenza che irrompe nella normalità e la spezza. È la dimostrazione che la retorica non basta, che le parole non fermano i fatti, che la realtà non si lascia addomesticare dai comunicati stampa. Il nome dell’aggressore, il suo passato, la sua storia personale, l’odio per i cristiani definiti nelle sue e-mail “bastardi”: tutto diventa materia incandescente in un dibattito che da anni cammina su un filo teso tra paura e rimozione. L’Italia vive da tempo una tensione sotterranea tra accoglienza come valore, sicurezza come necessità, identità culturale come radice. Quando uno di questi tre pilastri vacilla, gli altri due tremano. E oggi, dopo Modena, molti italiani sentono che la sicurezza è fragile e l’identità è sotto pressione. L’anagramma tra “Salim” e “Islam” è un simbolo chiaro ed inequivocabile di una realtà che ci sta sconfiggendo ora dopo ora, giorno dopo giorno in ogni realtà geografica della nostra penisola. Un simbolo di un Paese che non riesce a trovare un equilibrio tra apertura e protezione, tra generosità e prudenza, tra speranza e paura. Un Paese che continua a ripetere le stesse parole mentre la realtà gli scivola tra le dita…per entrare da altre parti! Il caso di Modena non è un punto di arrivo. È un punto di domanda. Un punto di domanda enorme, pesante, che solo Futuro Nazionale ha il coraggio di affrontare davvero. E finché non si affronterà seriamente la questione della “reimigrazione” per chi non sa stare alle regole civili in casa nostra, non lascia aperte altre soluzioni, considerato che l’integrazione alla luce dei fatti e del riflettore di Modena è solo una parola vuota senza alcun reale significato concreto per quanto riguarda i molti Salim a piede libero, pronti ad agire in qualsiasi momento quanto meno ce lo aspetteremo: su un autobus, in un supermercato, in una chiesa, in uno stadio, ad un concerto, o in un cinema. E’ solo questione di tempo….e nemmeno troppo. E per la sinistra sarà sempre e solo colpa di poveri disadattati, che non abbiamo saputo integrare e dare loro delle opportunità civili di sopravvivenza e adesione sociale.
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