L’Iran non può dimenticare la storia…e il sangue già versato!
La storia dell’Iran del Novecento è un lungo corridoio di ombre, e tra queste nessuna è più ingombrante di quella lasciata dal regime dello Scià Mohammad Reza Pahlavi. Per comprenderne il peso, bisogna tornare a un Paese che, dopo la Seconda guerra mondiale, aveva intravisto per un istante la possibilità di una vita politica autentica. L’elezione di Mohammad Mossadeq e il suo tentativo di nazionalizzare il petrolio furono un lampo di autodeterminazione presto soffocato dal colpo di Stato del 1953, orchestrato da Stati Uniti e Regno Unito, che riportò lo Scià al potere e segnò l’inizio di un’epoca in cui l’Occidente preferì la stabilità petrolifera alla libertà di un popolo.
Da quel momento, lo Scià consolidò un potere che non aveva nulla di democratico: un potere personale, centralizzato, impermeabile a ogni forma di dissenso reale. Il parlamento sopravviveva come un guscio vuoto, i partiti politici venivano neutralizzati o assorbiti, le elezioni erano una liturgia senza sostanza. La monarchia si presentava come modernizzatrice, ma la modernizzazione dall’alto non è mai stata sinonimo di libertà: era un autoritarismo elegante, vestito di retorica occidentale, che nascondeva un cuore profondamente repressivo.
Quel cuore aveva un nome: SAVAK. La polizia segreta, creata con l’aiuto della CIA e del Mossad, divenne il simbolo stesso del terrore di Stato. Sorveglianza capillare, arresti arbitrari, torture sistematiche, sparizioni: la paura non era un effetto collaterale, era uno strumento di governo. Le prigioni come Evin e Komiteh furono teatro di abusi documentati da dissidenti e osservatori internazionali, ma raramente denunciati dai governi occidentali, che consideravano lo Scià un baluardo contro l’influenza sovietica. Anche quando Amnesty International segnalò casi di torture estreme, molte cancellerie europee e statunitensi preferirono minimizzare, temendo di compromettere rapporti economici e strategici.
Negli anni Sessanta, lo Scià lanciò la cosiddetta “Rivoluzione Bianca”, un programma di riforme presentato come un salto verso la modernità. Ma dietro la facciata progressista si celava un progetto imposto, non condiviso. La riforma agraria sradicò comunità rurali senza offrire alternative, l’industrializzazione arricchì solo le élite vicine al trono, l’occidentalizzazione forzata ignorò la cultura e la sensibilità religiosa della popolazione. Intanto, l’Occidente celebrava lo Scià come un sovrano illuminato, applaudiva alle sue parate modernizzatrici e chiudeva gli occhi davanti alla crescente povertà urbana e alla repressione politica.
Il culmine di questa distanza tra immagine e realtà fu la celebrazione del 1971 a Persepoli, un evento sfarzoso costato somme enormi mentre gran parte della popolazione viveva in condizioni difficili. Leader e delegazioni occidentali parteciparono con entusiasmo, contribuendo a legittimare un regime che, nello stesso periodo, incarcerava studenti, intellettuali e attivisti. Nel 1975, con l’abolizione del pluralismo politico e l’imposizione del partito unico Rastakhiz, cadde anche l’ultima maschera: l’Iran non era una monarchia costituzionale, ma una monarchia assoluta travestita da modernità. Eppure, anche allora, le critiche occidentali furono timide, spesso limitate a dichiarazioni formali senza conseguenze concrete.
Oggi, quando si discute del possibile ritorno sulla scena pubblica dei discendenti dello Scià, la memoria storica pesa come una pietra. Non si tratta di giudizi ideologici, ma di fatti: repressione, disuguaglianze, assenza di libertà politiche, e un sostegno internazionale che contribuì a prolungare quella stagione di autoritarismo. Per questo molti analisti mettono in guardia da nostalgie pericolose. La storia dell’Iran insegna che sostituire un’autorità con un’altra non garantisce libertà, e che il rischio di cadere dalla padella alle braci è concreto quando non si affrontano le radici profonde dell’autoritarismo. Nessuna idealizzazione del passato può cancellare le ferite di un popolo che ha conosciuto due forme diverse di oppressione. La libertà non nasce dal ritorno a un trono, ma dalla costruzione di istituzioni realmente democratiche, pluraliste e rispettose dei diritti umani. E la memoria, per quanto dolorosa, resta l’unico antidoto contro il ripetersi degli stessi errori.
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