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Lettera alla triste realtà

di mariannissima

Ovviamente, non credo che questo possa cambiare qualcosa. Scrivo unicamente perche’ mi sembra doveroso dire tutto ad alta voce. I miei amici non hanno piu’ voglia di ascoltare lamentele, ed io non ho piu’ voglia di lamentarmi. Da ottobre frequento la facolta’ di lingue della Sapienza, e non augurerei un futuro simile al mio peggior nemico. Da ottobre abito a Roma, e…stessa cosa. Io credo ci siano dei tratti fondamentali che distinguono le societa’ civili e funzionanti da quelle che invece non lo sono. Inoltre, credo che la disillusione dovrebbe presentarsi piu’ in la’ nel tempo, non a vent’anni. Infine, ho provato a credere che il mio benessere interiore dipendesse esclusivamente da me stessa, ho provato a credere a Socrate, a Kundera, a Buddha, Osho e Lao Tzu. Ho provato a credere a chiunque dicesse o avesse detto qualcosa che suonasse vagamente attraente o d’ispirazione. Profondo, nei termini piu’ banali del termine. E poi mi sono svegliata una mattina e ho deciso che non e’ cosi’. Che potrebbe anche esserlo, per qualche eletto, ma nel mio caso non lo e’. Non perche’ io non lo desideri, ma perche’ vivo in un contesto da cui non posso ne’ voglio estraniarmi. Vivo in questa casa, in questa citta’, in questa Nazione. E per quanto mi piacerebbe far finta che vada tutto bene, oppure semplicemente non percepirlo come un problema, capita che io non ci riesca. Non so far finta che tutto vada bene per il semplice fatto che non ci va. Non sono in grado di dire “Ma in fondo non e’ cosi’ male” perche’ invece lo e’. Le persone mi hanno incoraggiato dicendo “potrebbe andare peggio”. Il punto che mi sfugge e’ come non dar importanza a cio’ che mi accade in prima persona, potrebbe essere semplice dire “sti c....” della fame nel mondo, ma come potrebbe essere dire altrettanto dei 40 minuti di attesa per il tuo autobus? Francamente, l’accettazione passiva che mi circonda ha su di me lo stesso effetto della ceretta inguinale: mi fa un male cane, mi domando perche’ non sto urlando e soprattutto mi domando perche’ lo sto facendo. I ventenni sostengono che me la prendo troppo. Sostengono che una volta che hai capito come funziona, ti adatti. Ti adatti al trasporto pubblico non funzionante, alle file infinite alle poste, alla burocrazia interminabile dell’universita’. Ti adatti perche’ in fin dei conti non e’ cosi’ male. Ma si, adattiamoci che almeno non moriamo di fame. Ti adatti a facolta’ a numero aperto con piu’ di 600 iscritti e strutture proggettate per contenerne 50, alle autocertificazioni ISEE che lasciano libero arbitrio all’omissione del reddito che non ci va di dichiarare, alle lezioni di lingua con 90 compagni in un’aula con 40 posti, alle risposte “non lo so, dovresti guardare sul sito” in segreteria didattica dopo due ore di fila… Ti adatti, che problema c’e’? Il problema siamo noi, ecco quale e’. De Maistre ha detto che ogni nazione ha il governo che si merita, e non serve certo che sia io a dire che aveva ragione. Ho ed avro’ sempre infinita stima e considerazione per tutti coloro, giovani e non, che ancora ritengono giusto lottare per cambiare questo paese. La mia idea e’ che c’e’ qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro sistema e nella nostra mente, e che non saro’ io a combattere per correggerlo. La disillusione non si confa’ ai ventenni, ed io mi vergogno profondamente di cio’ che ho scritto. Dopo la stagione delle manifestazioni studentesche, che arriva ogni ottobre-novembre, puntuale come i saldi dopo Natale, per l’ennesima volta io non ho visto nulla cambiare. Perche’ il cambiamento e’ lento e progressivo, certo. La novita’ per quanto mi riguarda e’ che ora di questo cambiamento non mi interessa piu’. Sono contenta per tutti quelli che riescono ad accettare quello che hanno. Sono ammirata nei confronti dei pochi che non lo accettano, e si ingenano ed applicano per modificarlo alla radice. Ed infine, sono convinta di meritare meglio di tutto questo. Pago per un servizio se il servizio funziona, ora sto pagando per un servizio non funzionante e mi sento in diritto di essere frustrata. Amici, parenti, conoscenti, sconosciuti, mi lamento perche’ mi sento in diritto di farlo. Potrei fare uno sforzo e chiudere un occhio sulle cose che non vanno, ma ci sono troppe cose che non vanno per chiudere un occhio solo, e non ho nessuna intenzione di camminare brancolare nel mio personale buio autoimposto solo per non vedere la merda che ho intorno. Ne sentirei comunque l’odore. La mia universita’, l’universita’ piu’ grande di Roma, l’universita’ piu’ grande della capitale del settimo paese piu’ ricco del mondo ha impiegato piu’ di un mese ad approvare tre pagine di piano di studi. La mia universita’ premia il merito, se si dimostra di avere una media superiore al 28 entro il giorno 28 febbraio non si paga la seconda rata, ma l’ultimo appello dell’esame da 12 crediti che ti serve e’ fissato per il giorno 28 febbraio. Vivere in questo paese per me e’ come essere costantemente presa in giro da qualcuno che reputo un’idiota. Frustrante, faticoso, inappagante. La mia compagna di corso E. e’ nella fascia piu’ bassa perche’ il padre la dichiarazione dei redditi “l’ha fatta un po’ cosi’, sai com’e’…”. Mia cugina riferisce :”io rivoglio l’odore dello smog de Roma, non quello di sto cibo arabo, cinese o quello che e’ a Piazza Vittorio”. Il signore in metropolitana apostrofa una ragazza moldava incinta: “perche’ voi proprio non ce l’avete la cultura del lavoro, siete abituati a rubare”. Credo mi sia sfuggita la ragione per cui da tutto questo emerge qualcosa di cui andare orgogliosi. Tutto cio’ di italiano di cui continuiamo a vantarci risale in media a circa 500 anni fa. Credo ognuno dovrebbe volere il meglio per se stesso. Non essendo nata in una famiglia che puo’, posso fare affidamento solo sui miei mezzi, che nella terra della meritocrazia italiana mi porteranno in un suolo luogo: lontano da qui.

Lettera pubblicata il 13 Gennaio 2012. L'autore, , ha condiviso solo questo testo sul nostro sito.
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Categorie: - Me stesso - Riflessioni

La lettera ha ricevuto finora 2 commenti

  1. 1
    colam's -

    Purtroppo e’ cosi, fermo restando che io sono fiero anche di italianita’ più recenti del Rinascimento.

    In bocca al lupo

  2. 2
    tomSign -

    Marianissima, questa tua lettera l’avrei potuta scrivere io 9 anni fa quando mi trasferii come te a Roma, la capitale! Mi iscrissi all’università (una delle più popolose d’Europa, solo dopo scoprii che non era un pregio) e cominciai la mia vita trasferendomi a vivere in un autobus.
    Ci misi un po’ per capire che qualcosa non andava, all’inizio vedevo che nessuno si lamentava e pensavo che fossi io troppo pretenzioso nei confronti di un servizio pagato, così cercai di adattarmi e farmi trasportare e insegnare a vivere da questo flusso di mediocrità. Chiaramente mi dovetti scontrare con stress, turbamenti della mia fermezza d’animo che portarono anche a me ad Osho, Kundera e compagnia bella, ma è evidente che coloro che scrissero non conoscevano l’attuale stato delle cose, la rilassatezza della mente fino all’ebetismo che è la Capitale. Questo cumulo di corpi che vanno avanti a colpi di “ma sti c....”, “ao ma che devo da fa?” etc etc.
    Oggi, dopo essermi trasferito in varie città sono approdato stabilmente in una città Toscana. Credimi se ti dico che Roma è l’eccezione.. Nelle altre città c’è comunque mediocrità e rilassatezza come siamo abituati a vedere in tutta Italia, ma manca l’alienazione urbana romana e questo aiuta molto perché ti da modo di creare una cerchia più confacente alle tue esigenze, esiste il contatto umano.
    Roma è sempre stata una “gran puttana” a quanto leggo in diversi scritti, non la si può cambiare, non puoi pensare di nuotare contro, non puoi pensare di non essere contagiata. Roma ti forma, dopo che hai vissuto a Roma qualsiasi altro posto ti sembra molto vivibile.
    Ora che non sto più a Roma tuttavia, mi manca (ma non a tornarci non ci penso nemmeno). Mi manca come quel campus allargato all’infinito che mi ha insegnato cosa non voglio da me e per me.
    Fai tesoro di ciò che ti insegna la Capitale elasciala appena avrai capito a fondo la lezione

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