Le Contellation: una procedura giudiziaria scandalosa!
L’incendio del locale Le Constellation di Crans Montana, costato la vita a numerose persone nella notte di Capodanno, ha aperto una frattura profonda non solo nella comunità locale, ma anche nella credibilità del sistema giudiziario svizzero. Al centro della vicenda ci sono i titolari del locale, Jacques Moretti e Jessica Anne Jeanne Maric (Jessica Moretti), ascoltati dagli inquirenti nelle ore successive alla tragedia. Fin qui nulla di sorprendente: è normale che i responsabili di un’attività coinvolta in un evento così drammatico vengano interrogati. Ciò che invece ha sollevato indignazione e perplessità è stata la scelta, da parte delle autorità elvetiche, di permettere alla moglie di assistere all’interrogatorio del marito, per poi essere ascoltata a sua volta. Una decisione che, agli occhi di molti, appare non solo discutibile, ma addirittura incomprensibile.
In Italia, una simile procedura sarebbe semplicemente impossibile. La separazione degli interrogatori tra persone coinvolte nello stesso fatto è un principio basilare, volto a evitare influenze reciproche, collusioni, allineamenti spontanei delle versioni. È una regola che non si discute, perché tutela la genuinità delle dichiarazioni e la qualità dell’indagine. In Svizzera, invece, la situazione è molto diversa. Il diritto elvetico non prevede un divieto assoluto: la separazione è considerata opportuna, ma non obbligatoria. La legge lascia ampio margine di discrezionalità alla polizia giudiziaria e al procuratore, che possono autorizzare la presenza di un co interrogato se ritengono che non vi sia un rischio immediato di collusione o se la persona non è ancora formalmente qualificata come imputata.
Ed è proprio su questo punto che le autorità svizzere hanno costruito la loro giustificazione: nelle prime ore, i coniugi Moretti non erano ancora considerati “indagati”, ma semplicemente “persone informate sui fatti”. Una distinzione che, nel sistema elvetico, consente una maggiore elasticità procedurale. Ma è proprio questa elasticità ad aver fatto scattare le critiche più dure. Perché, al di là della formalità giuridica, è evidente che due titolari di un locale appena distrutto da un incendio mortale non possono essere trattati come semplici testimoni occasionali. La prudenza avrebbe imposto di separarli immediatamente, senza eccezioni.
La presenza di Jessica Moretti durante l’interrogatorio di Jacques Moretti ha inevitabilmente compromesso la spontaneità delle dichiarazioni. Ha permesso un allineamento immediato delle versioni, ha reso più difficile valutare la credibilità individuale e ha introdotto un rischio di collusione che qualsiasi investigatore esperto avrebbe dovuto evitare. Non serve essere giuristi per capire che, in un caso con potenziali responsabilità penali gravissime, la massima cautela dovrebbe essere la regola. E invece, in questo caso, è stata l’eccezione.
Molti commentatori svizzeri hanno definito la gestione iniziale dell’indagine un errore metodologico grave. Non solo perché ha aperto la porta a possibili contestazioni future, ma anche perché ha dato l’impressione di un sistema troppo morbido, troppo fiducioso, troppo poco strutturato per affrontare una tragedia di questa portata. La Svizzera è spesso erroneamente percepita come un modello di precisione e rigore, ma anche questa vicenda mostra che, almeno sul piano procedurale, esistono zone grigie che in Italia sarebbero state eliminate da decenni.
Il confronto tra i due sistemi è impietoso. In Italia, la presenza di un co indagato durante l’interrogatorio dell’altro sarebbe vietata senza possibilità di interpretazione. La procedura è rigida perché deve esserlo: la tutela dell’indagine viene prima di tutto. In Svizzera, invece, la legge si affida alla discrezionalità degli inquirenti, un approccio che può funzionare in casi minori, ma che diventa pericoloso quando si tratta di eventi con decine di vittime e responsabilità potenzialmente devastanti.
La gestione degli interrogatori dei coniugi Moretti ha sollevato critiche non solo per il rischio di collusione, ma anche per la mancanza di rigore in un momento in cui ogni dettaglio avrebbe dovuto essere trattato con la massima attenzione. Quando la procedura appare lacunosa, anche le conclusioni rischiano di essere messe in discussione. E questo danneggia tutti: le vittime, che meritano giustizia; la comunità, che pretende trasparenza; e persino gli stessi indagati, che hanno diritto a un procedimento impeccabile, privo di errori evitabili.
La tragedia di Crans Montana richiedeva un’indagine condotta con rigore assoluto, non con elasticità interpretativa. La scelta di permettere un interrogatorio “in coppia” è stata percepita come una leggerezza ingiustificabile, un segnale di debolezza procedurale in un momento in cui la solidità del sistema avrebbe dovuto essere indiscutibile. La speranza è che, almeno nelle fasi successive, il rigore che è mancato all’inizio venga finalmente applicato, per rispetto delle vittime, della verità e della giustizia stessa.
Lettere che potrebbero interessarti
Categorie: - Riflessioni - unclassified
