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La Svizzera senza veli: quando la realtà smaschera la leggenda

di Seneca

La Svizzera ama mostrarsi come un altare di perfezione morale, un Paese che si autoproclama modello di civiltà, ordine e neutralità. Ma basta grattare la superficie per scoprire che quella patina è fragile, sottilissima, e che sotto si nasconde una realtà molto meno nobile. L’aggressione violenta e intrisa di razzismo subita dalla troupe Rai a Crans-Montana è solo l’ultimo episodio che incrina l’immagine immacolata che la Confederazione ama vendere al mondo. Non si è trattato di un incidente folkloristico, né di un gesto isolato: è stato il sintomo di un clima in cui alcuni individui si sentono autorizzati a colpire chi è “altro”, protetti da un contesto che troppo spesso tollera, minimizza o ignora certe derive. A rendere tutto ancora più grave è la totale assenza di controlli nel locale dove è avvenuta la tragedia che ha scosso l’opinione pubblica: un luogo che avrebbe dovuto garantire sicurezza e vigilanza, e che invece si è rivelato un ambiente fuori controllo, dove la responsabilità istituzionale è evaporata nel nulla. Un fallimento che non può essere liquidato come fatalità, perché si inserisce in una lunga tradizione di rimozioni, omissioni e autoassoluzioni. Per decenni, nei nostri libri di scuola, la Svizzera è stata presentata come un faro di neutralità durante la Seconda Guerra Mondiale. Una narrazione comoda, rassicurante, ripetuta senza mai interrogarsi su ciò che veniva taciuto. La verità è che la Svizzera non fu affatto neutrale: fu la cassaforte del Terzo Reich. Le banche elvetiche trasformavano l’oro sottratto agli ebrei in valuta pregiata, permettendo alla Germania hitleriana di acquistare materie prime e alimenti indispensabili per mantenere in vita la propria macchina bellica. Documenti tedeschi, datati Berlino 3 giugno 1943, quando le sorti della Guerra stavano volgendo al peggio, firmati da Karl Klodius, l’allora capo di gabinetto di von Ribbentrop, ministro degli esteri di Hitler attestano in questa documentazione formata da sei pagine, una bruciante e sconvolgente verità. La quarta pagina riporta che Klodius scrive al suo Ministro: “Ho domandato a Walter Funk, Ministro dell’ Economia a che punto sono le nostre relazioni con la Svizzera e Funk mi ha risposto: la Svizzera trasforma il “nostro oro” in divisa libera. Senza la Svizzera non potremo resistere più di due mesi!” Nell’ultima pagina, Klodius è ancora più esplicito: “l’armata in Italia, un milione di nostri soldati, non potrebbe sopravvivere senza le 270 mila tonnellate di rifornimenti che ogni mese transitano attraverso il Gottardo e il Sempione. Tali documenti lo confermano senza possibilità di equivoci: senza la Svizzera, la Germania non avrebbe resistito più di due mesi. E un milione di soldati tedeschi in Italia sopravvivevano grazie ai rifornimenti che transitavano attraverso il Gottardo e il Sempione. Non si tratta di interpretazioni, ma di fatti. E quei fatti raccontano una storia molto diversa da quella che per anni è stata insegnata sui nostri libri di testo nelle scuole italiane. Il governo svizzero dell’epoca ingannò i propri cittadini almeno due volte. Durante la guerra, raccontò che la Svizzera era pronta a resistere eroicamente a un’invasione tedesca, con un esercito determinato a combattere fino all’ultimo uomo. Una retorica patriottica che serviva a mascherare una verità molto più semplice: Hitler non avrebbe mai attaccato la banca che custodiva i suoi tesori. Dopo la guerra, la seconda menzogna: si giurò agli Alleati che non erano mai stati ricevuti lingotti rubati, che non esistevano conti appartenuti alle vittime dell’Olocausto, che la Svizzera non aveva mai aiutato sostanzialmente il regime nazista. Tutto smentito dai documenti tedeschi e dalle inchieste internazionali degli anni successivi. La neutralità svizzera non fu un atto morale: fu un affare. E quell’affare contribuì a prolungare il conflitto e la sofferenza di milioni di innocenti. Questa tendenza a costruire una narrazione autoassolutoria non appartiene solo al passato. La Svizzera contemporanea continua a mostrare crepe profonde che smentiscono la sua immagine patinata. Il crollo di Credit Suisse, una delle banche simbolo del Paese, è stato molto più di un disastro finanziario: è stato lo smascheramento di un sistema che per anni ha prosperato su opacità, conti occulti e clientele discutibili. Lo scandalo Crypto AG ha rivelato che per decenni un’azienda svizzera ha venduto apparecchiature di crittografia manipolate, controllate dai servizi segreti statunitensi e tedeschi, trasformando la presunta neutralità elvetica in una copertura per una delle più grandi operazioni di spionaggio del secolo. Le denunce delle ONG sul trattamento dei richiedenti asilo, documentano condizioni degradanti, minori trattenuti in strutture simili a carceri, episodi di violenza da parte del personale di sicurezza. Tutto ciò contraddice apertamente la retorica umanitaria che la Svizzera ama sbandierare. Gli informatori che hanno denunciato pratiche fiscali illegali o conti occulti sono stati spesso perseguiti penalmente o costretti a lasciare il Paese, a dimostrazione che la reputazione viene prima della verità. Il comportamento della Svizzera assomiglia a quello di quelle prostitute che frequentano i bordelli e poi al loro paese dimostrano di essere ancora vergini. (In questo caso il paese sarebbe il mondo intero). Le discriminazioni interne, le tensioni etniche e linguistiche, gli episodi di razzismo sistemico mostrano che il mosaico armonioso tanto celebrato è molto meno compatto di quanto si voglia far credere. E l’industria delle armi, che continua a esportare componenti militari in zone di conflitto come lo Yemen, dimostra che la neutralità svizzera si ferma dove iniziano gli affari. La Svizzera non è il santuario morale che pretende di essere. Non lo è stata durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la sua neutralità era un paravento per affari sporchi e compromessi devastanti. Non lo è oggi, quando episodi di violenza, razzismo, opacità finanziaria e scandali internazionali continuano a emergere. Non si tratta di accusare un intero popolo, ma di smascherare una narrazione costruita a tavolino, che per troppo tempo ha nascosto complicità, silenzi e responsabilità. La Svizzera non è un modello etico: è un Paese come gli altri, con ombre profonde che meritano di essere guardate in faccia. E più si tenta di coprirle, più diventano evidenti. E la tragedia di Crans-Montana e soprattutto il violento l’attacco mafioso/razzista alla troupe della R.A,I è l’ultima pellicola di uno sordido film sponsorizzato da un manipolo di squallidi personaggi.

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Categorie: - Riflessioni

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