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La sindrome di Wall-E

Lettere scritte dall'autore  Gian Marco De Maria

Caro Direttore, forse ricorderà la storia del film Wall-E, l’omonimo robot incaricato di ripulire un mondo mortalmente contaminato mentre il resto dell’umanità attende sulle astronavi, che navigano nello spazio, di poter fare ritorno sulla terra finalmente purificata. Quell’umanità col passare del tempo (circa 700 anni) è diventata, dopo tanta inattività e tanto ottundimento, obesa e incapace di ogni di azione, condannata a trascorrere il suo tempo di indefinita quarantena davanti ad uno schermo.
Dal mio piccolissimo osservatorio avverto il brivido di una sindrome da Wall-E e mi interrogo, fuor di metafora, su quale può essere la mia utilità di attuale e prossimo inutile, mantenuto da quelli che ora ripuliscono e ripuliranno la terra per farmi tornare, forse.
E se questa condizione, con una serie di declinazioni diversamente articolate nel corso del tempo diventasse inevitabile per la nostra sopravvivenza? Immaginiamo, ad esempio, che possano essere le donne under 60, ( o solo i giovani under 25) per ora misteriosamente più resistenti, a poter garantire l’ingrasso digitale di tutti gli altri?
Già durante l’ultima guerra per le donne fu così, ma in forma rovesciata : all’interno, nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, le donne; all’esterno gli uomini, al fronte. Erano dunque per lo più le donne ad assicurare armi, e rifornimenti, e cure, per la salvezza e per la fine del conflitto.
Quale sarà il posto allora delle categorie cosiddette “a rischio” nel prossimo futuro? Quale potrà essere l’utilità, come fin’ora possiamo averla considerata, del mio diventare inutile a 50 anni?
Sarò capace di ridisegnare il mio posto, il mio compito nel mondo prossimo?
Diventa sempre più chiaro, ammesso che non lo fosse già da tempo, che dovremo abituarci a vivere in una condizione di emergenza senza attribuirle date di inizio e fine possibile. E soprattutto dovremo essere in grado di rubricarla e digerirla come una normalità. Accanto allora al ridisegno di un impianto sociale planetario ci sarà urgente bisogno di un rimodellamento del nostro statuto cognitivo non solo per imparare a convivere, per tutto il tempo necessario, in un “deserto del reale”, ma per modellare nuovi strumenti di scambio affettivo, di apprendimento, di riflessione e del fare, che non impoveriscano il nostro essere sociali.
Quanto potrà funzionare uno stadio di puro ingrasso digitale, pur con alcuni innegabili vantaggi, senza condurci ad una obesità morale, etica, affettiva irreversibile? Cosa implicherà muoversi da uomini e donne “mascherati”, o non muoversi affatto? O sapere che saremo sempre estranei l’uno all’altra, portatori insani di qualche cosa di sconosciuto.
Se non vogliamo semplicemente accettare tutto come una palingenesi penso che dobbiamo, a partire dagli attuali “inutili” come me, cominciare a riflettere molto su quale potrà e vorrà essere il nostro modo di essere.
Dubito che ora queste proposte saranno anticipate dalla politica e dell’economia. E credo che pur nel loro straordinario lavoro e sacrificio sia pericoloso consegnare solo alla scienza le chiavi del nostro futuro.
Tutti auspicano la costituzione di una “intelligenza collettiva”. Non è certo un’idea nuova e nel tempo sembra sia stata svilita o depauperata, forse perché abbiamo trascurato di costruirla, persona dopo persona, con pazienza, a volte con dolore e qualche entusiasmo.
Si dice che manchino i maestri per agevolare questo processo. Io non credo, occorre saperli cercare (anche tra modelli di comportamento apparentemente non umani, le piante per esempio) e convincerli ad insegnare e educare. In caso contrario vogliamo davvero consolarci in un mondo di strepitosi tutorials e app. ?
Pensiamo che la capacità di adattamento ci venga sempre in soccorso portandoci a scambiare la qualità della vita con l’imperativo della sopravvivenza?
Nell’ordinamento romano l’istituto dell’esilio comportava il riconoscimento di una pena da scontare: si era riconosciuti come una minaccia e pertanto allontanati dalla vita pubblica. E se fosse la vita pubblica un giorno a diventare una minaccia? Quante isole dovremo abitare, o creare artificialmente, in esilio, per salvarci?
Grazie, un caro saluto e buon lavoro a tutti Voi

L'autore ha scritto 1 lettera, clicca per dettagli sulla pubblicazione.

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4 commenti

  1. 1
    Yog -

    Egregio Gian Marco, Le rispondo non da Direttore (non ne ho il titolo), ma da Professore della Lad H.C.C. Gmbh.
    Lei è giustamente terrorizzato dall’obesità: ha ragione.
    Con le palestre chiuse e i supermercati colmi di fusilli, tonno e pomodoro, diventati l’ultimo baluardo della socialità, è chiaro che il rischio c’è.
    Tenga altresì conto che le sartorie sono chiuse, quindi nisba spostare il bottone o allargare la cintura.
    I danni estetici all’italico popolo, già di per sé sboldro soprattutto al sud, saranno peggio del deserto economico che ci troveremo alla fine della pandemia. Dovremo forzatamente riconsiderare le femmine slave o di altre etnie che riescono a non sboldrire almeno fino ai 50, attribuendo loro un alto rango sociale. Ce la faremo.

  2. 2
    Rossella -

    Purtroppo viviamo in un mondo in cui la chiesa ha abbandonato il papa. Non sentono il dovere di liberare chi vive sotto il peso di una civiltà contraria ed è ridotto come una macchina. Quando Dio si rivela non lo fa per fare salotto, ma per ricordare che ha portato una spada. Quello che si è visto è una cosa indegna. Un ragazzo che paga con la vita l’appartenenza a Cristo. Non è un bisbetico. Non lo possono vedere. Perché si deve vergognare di quello che sente? E’ la verità. Allora neghiamo la comunione e cancelliamo la messa. Lo vedono come un bambino perché i nostri sogni di libertà e di bellezza si scontrano con il mistero del male. Anche il papa si presenta come un bambino. Nel fisico è provato. Ha bisogno di essere una scelta, non può essere un’alternativa perché dall’altra parte non si parla la lingua della tolleranza. La gelosia è normale, ma diventa un crimine quando si associa all’arrivismo e alla prepotenza. Ma vivetevi la vostra vita! Questo deve finire prima di Pasqua.

  3. 3
    Rossella -

    Non ha senso accusare qualcuno. Questa è una mentalità contagiosa. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma anche pensarla così è banale. Quindi cosa si dovrebbe fare? Fatemi capire? I matrimoni sacrileghi non consentono di poter prendere coscienza del problema perché a parlare è una trinità malefica che fa prevalere la legge del più forte. Appunto, vi sembrano forti? La chiesa non sostiene questa dittaura dal suo interno. Mai fatto. Per questo è una voce scomoda: la bambina, la malata, ecc. Nella chiesa i matrimoni sacrileghi alterano la percezione della realtà, cosa vogliamo fare? Il papa ha dovuto soffrire.

  4. 4
    Golem -

    Non posso non immaginare la reazione di DeMaria dopo la lettura del post di Rossye. Sono queste le cose che mi fanno amare LaD.

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