Il suicidio
di
beppino
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Vento libero, conosco persone che sono state (alcune) e sono (altre) malate di depressione in mille varianti diverse. Io non somo mai stata depressa se non in una diagnosi sbagliata che mi è stata fatta anni fa e a cui, peraltro, non ho mai dato molto credito. Non ho affrontato né avrei potuto affrontare (in tutte le famiglie c’ è il condannato a mostrarsi sempre forte, cazzuto, inossidabile) tante fobie, manie, paure che, ad un certo punto, mi sono franate addosso senza portarmi al tentare suicidio (se non in una sola circostanza tanto impetuosa quanto, alla fin fine, grottesca al limite del ridicolo) ma autocondannandomi ad una non-vita per circa 15 anni. All’apparenza vivi, lavori, mangi. Ma dentro, semplicemente, non sei. Una volta tolta la maschera di cio’ che ti si chiede di essere non hai nulla, non sei nulla se non lo squallido risultato di troppe cose irrisolte e mai affrontate. Credo che questa non vita non sia altro che una malinconia che, a lungo andare, ti porta via.
Ciò che ti chiedo (se puoi, se vuoi, se ne hai il tempo e la forza) è di descrivere a chi scrive qui quali sono le caratteristiche della depressione nella prima fase (quella che precede ricoveri e trattamenti) dalla malinconia. Perché uscire da certi stati d’animo si può se non ci si siede sulla convinzione di essere malati di qualcosa che, forse, non si ha. Patti, credo che Marina intenda dire che, spesso, il pensare alle disgrazie del mondo ha un effetto peggiore che il concentrarsi su sé stessi ed il proprio disagio. Stare in mezzo al dolore altrui non sortisce il medesimo effetto su tutti. C’è chi stramazza e chi si rinfranca e si prodiga in mille aiuti. Per tutti: Marina è una donna che ha sofferto in modo mostruoso e certe sue reazioni hanno un perché che sta a lei dettagliare o meno. Io le voglio un gran bene e spero che resti qui.
Già nella vita quotidiana come sono ??? bè dopo che si è passato tutto quello che ho passato mi ritengo una fortunata essere uscita da una situazione che mi risucchiava sempre più.Ho passato tutte le cose elencate prima e sò benissimo cosa significa il vero depresso ,con ricoveri coatti ,legati ad un letto un entri e esci da cliniche psichiatriche .CSM sempre pronto,e capisco benissimo anche il male del mondo e chi stà peggio di me ! Ma sò anche benissimo come un ragazzo di 30 anni si può sentire avendogli diagnosticato un tumore ,diciamo anche un linfoma non Okins al mediastino credimi (mio figlio) e sò bene le chemio le radio che non funzionano ed essere costretti come alternativa l’autotrapianto di cellule staminali ,i 5 anni e gli anni che vengono dopo……. e tu che ti domandi cosa???Vedere un figlio in queste condizioni ,vederlo combattere il male .. bè come vedi ne sò qualcosa anche io ,ma sono crollata ,e non mai giudicato nessuno ,anzi ora sono vicina a persone che come me hanno passato quello che hanno passato .
Conosco alcuni soggetti che sembrano divertirsi a spostare il paletto delle proprie aspettative per potersi lagnare ad oltranza. “Si ok, oggi ho ottenuto X ma, a pensarci bene, avrei voluto Y. Povero me misero e tapino”. Per non parlare di quelli che hanno TUTTO, non riescono neppure più a spostare il paletto perchè non c’è una soglia ulteriore da raggiungere e si lamentano sulla fiducia arrovellandosi su un generico male di vivere: “ho una casa, un lavoro, una famiglia, una salute di ferro (mia e dei miei cari), tanti amici, un conto corrente considerevole però…si….ma….sento un certo languorino e non so come saziarlo”.
Questi….bè…..li prenderei a zappate in certi giorni.
Li ignorerei (se non li avessi perennemente tra le scatole ad invocare sostegno)in altri.
Il problema è che non si sa chi si ha di fronte finchè non ci si sta così a contatto da capire se sta male oppure è un attore e finge persino con sè stesso.
Depressi, malinconici, lagnosi -all’inizio- hanno atteggiamenti molto simili agli occhi dei profani.
Poi il depresso segue un percorso, il malinconico un altro mentre il lagnoso continua a godere di quella che LUNA, in un’altra lettera, ha definito “indennità paraculare” alla faccia del pollo che casca nella trama delle sue lamentele.
Il rischio è far su tutti nella medesima fascina a meno che non ci presenti con un ricco curriculum di disgrazie corredata da un’anamnesi familiare che consenta di dire: “tu si/tu no”.
Io, per il poco che ho capito della vita (peraltro in età adulta) posso solo dire che sedersi sui propri disagi, crogiolarsi nelle proprie disgrazie, auto-crocifiggersi sulla croce delle proprie paure non porta molto lontano.
Porta a cascare da un giorno all’altro senza un obbiettivo, senza uno scopo come se si fosse risucchiati da una tromba delle scale ed i giorni fossero piani su cui ci si spiaccica prima di rotolare al piano inferiore.
Che consigli si possono dare? Nessuno. Ognuno è un caso a sè e sa per se.
A meno che non ci si trovi di fronte ad una malattia mentale ognuno sa come potrebbe uscire dalla palude se solo volesse, se solo potesse, se solo riuscisse.
Il che non è detto che sia realizzabile visto che, spesso, i presupposti della serenità sono legati ad eventi, circostanze, sulla cui aspettativa di realizzazione non abbiamo nessun controllo.
Io posso semplicemente testimoniare (a gran voce) L’OVVIO ossia che fuori dalla melma si sta meglio che dentro, che non si perde nulla in termini di sensibilità, di profondità ecc ecc ecc. Semplicemente si sta meglio.
Posso “consigliare” (con le opportune virgolette) di fare in modo di evitare di cadere dentro lo stagno evitando di prendere sottogamba paure, fobie, certi tipi di reazione a certe situazioni.
Ci sono tantissimi sintomi che dovrebbero essere considerati (dall’interessato e da chi gli sta accanto) fin dalle primissime manifestazioni e che dovrebbero essere una sorta di bussola per prendere le distanze da certe situazioni ed avvicinarsi ad altre più affini.
Spesso sono sintomi ben chiari ma totalmente ignorati per i motivi più vari dal fatto che il cugino A ha tre lauree e tu non riesci a prendere manco un diploma, al fatto che il fratello B è già al terzo divorzio e tu non hai neanche uno straccio di uomo/donna, al fatto che tu ti lagni e lo zio C, 70 anni prima, alla tua stessa età aveva 14 figli, 5 nipoti a carico lavorava in miniera e nel tempo libero zappava nei campi a torso nudo in pieno inverno, al fatto che tutti fanno carriera e tu sei li, a passare le carte ai più vecchi che non mollano la sedia e ai più giovani che te l’hanno fregata e vai col liscio delle situazioni più disparate per cui, ad un certo punto, si striscia anziché camminare a testa alta.
Ma come uscire dalla melma una volta che ci si è cascati dentro ….non ve lo so dire e se asserissi di saperlo sarei io stessa ad essere una gran paracula 🙂 perché l’esperienza di uno non può valere per tutti.
A meno che non sia una dritta ma, in questo caso, andrebbe formulata in modo da non fare sentire larvoni egoisti tutti coloro che non trovano giovamento dal suggerimento e non per egocentrismo o menefreghismo. Bensì per carattere, temperamento, modo diverso di approcciarsi e reagire di fronte ad una situazione.
x Marina,non volevo giudicare.Forse bisogna intendersi sul significato delle parole, a volte il confine e’ molto sottile. Il limite del comunicare tramite computer e’ che non si ha di fronte l’altra persona, non lo stai guardando in faccia e non e’ un modo di comunicazione dinamico come parlare, io ti posso i9nterrompere per spiegare o chiarire. E cmq pur comunicando tramite pc, che cosa c’e’ di sbagliato nel sentirsi dire cose diverse che possono anche causare scrolloni momentanei? Per mia esperienza, diretta, so che avere un problema di malattia in famiglia e averne la responsabilita’, mi ha fatto e mi fa tutt’ora correre il rischio che questo problema lo senta diventare piu’ grande di me, con il rischio di perderne il controllo o la lucidita’ nel prendere decisioni, e che la paura prenda il sopravvento. E la paura e’ una cattiva consigliera, non mi serve. Ascoltare le impressioni e le esperienze degli altri mi serve per ‘ridimensionare’ primaditutto nella mia mente. C’e’ un motivo se si scrive in rete parlando di cose cosi’ private e personali, ma chi legge sono persone e il minimo che ci si puo’ aspettare sono impressioni motivate dalla propria esperienza e modo di essere.
pensavo che da tanto, da troppo tempo nn passavo a salutare i vecchi amici e ringraziarli per quello che hanno fatto per me…..
Un Saluto ed in bocca al lupo a tutti…..
Giuseppe
Vedi Eme, potrei scrivere tanto su quello che tu mi chiedi, quante parole potrei scrivere, tante, troppe, infinite davvero, ma a che e a chi servirebbe?
Le parole che potrei scrivere, sarebbero quelle ‘tecniche’, dei manuali, delle statistiche, dei convegni dove si approfondisce, parole fredde, inanimate, spente, vuote, come lo è ogni cosa che pretende di esprimere una verità assoluta, valida per tutti e sempre.
Che posso dirti, sulla depressione psicotica ad esempio? Nessun delirio urlante, nessuna manifestazione estrema, ma neanche nessuna espressione voluta di malessere. Il depresso di cui parlo è un uomo che si siede su una sedia e sta zitto, non si muove, non da fastidio, non parla e non comunica. Questa non è malinconia, non è una vago mal d’essere e di vivere. E’ un disturbo patologico che riguarda l’affettività, che porta a non percepire correttamente i sentimenti, quelli degli e per gli altri, come quelli per sè, a colpevolizzarsi di tutto, con tutti e sempre, ma nel silenzio e in un disperato senso di abbandono e inadeguatezza.
Questo depresso pensa alla morte, fantastica sulla morte nel suo delirio tacito e inespresso, e quindi questo desiderio non traspare per suo volere, lo percepisci tu se sei attento o, più semplicemente, se sei solo un essere umano e non una bestia. Corteggia la morte e se incontra un impedimento esterno, di qualsiasi genere, questo desiderio, questo corteggiamento, questa voglia di morte e di morire diventa ancora più forte, aumenta a dismisura, si fa davvero incontenibile.
Vedi, qui sopra come dappertutto, scriviamo, parliamo, urliamo, ci incazziamo e quindi, di fatto cerchiamo aiuto, cerchiamo un volto, una voce, una mano che ci afferri e ci impedisca di sprofondare del tutto, e con questo comportamento che esprime un desiderio spesso inconscio, di fatto i tanti che dicono di voler morire, non vogliono morire affatto, sperano anzi con tutta la forza della loro disperazione di essere salvati, e che per loro si apra un nuovo tempo, da vivere con pienezza, e questo comporta le ricadute che richiederanno un nuovo cuore che si apra a noi, che ci salvi ancora…questa, questa è la malinconia.
Ma il depresso di cui ho parlato all’inizio, beh quello è altra cosa, non c’è nè attesa nè speranza in lui, solo angoscia e disperazione.
Io questo posso dirti, con tutto il calore umano di cui sono capace, ed è quello che ho visto nella mia vita, vissuta e sofferta in un contatto continuo con persone perse in vortici tremendi di disperazione assoluta e silenziosa, nell’essere stato davanti ad un ragazzo poco più giovane di me, in silenzio per oltre 4 ore, convinto, io, che quel baratro si sarebbe colmato in qualche modo, che una prima parola, certo non mia, potesse farmi capire quali potevano essere le mie parole, da dire per cercare di comprenderlo e salvarlo…quel ragazzo s’è ammazzato, e io non ne conosco il tono della voce.
E’ di questo che parlo, che ho sempre parlato, è questo che ho vissuto e che posso raccontare.
Detto questo però, che è la mia esperienza personale, vorrei suggerire a te, come a tutti coloro che possono esserne interessati, la lettura di un libro di un grande psichiatra umanista, lontano anni luce dalla concezione meramente organicistica del disagio psichico, e quindi cauto, molto cauto sugli psicofarmaci e terapie violente quali la contenzione, Eugenio Borgna, vivente ma in pensione.
Nel 1992 scrisse un libro molto bello, che parla proprio della distinzione tra depressione patologica e malinconia che certo può volgere, anzi degenerare, in una forma cronica di vissuto di colpevolezza e inadeguatezza fino a sconfinare nella depressione invalidante vera e propria.
Le sue parole dicono molto più che non le mie naturalmente, ma come le mie, sono parole non accademiche, non di teoria, frutto dello studio, della ‘sapienza’, della conoscenza, ma nate dalla vita vissuta, vissuta e sofferta, come ho detto, a contatto con la più atroce sofferenza psichica.
Se sei interessata a questi temi, leggilo davvero, ne vale la pena, e poi, guarda un pò come si intitola: MALINCONIA. Solo così, senza nessun sottotitolo.
C’è un’edizione economica della Feltrinelli, sono 200 pagine, davvero alla portata di tutti, e penso interessante per tutti coloro che scrivono qui, visto il tema trattato.
Non è un libro per psichiatri, è un libro per chi soffre e vuol capire, comprendere…
Basta, adesso non interverrò più su questa lettera, almeno non nell’immediato, quello che avevo da dire l’ho detto, mi scuso per le incomprensioni che forse alcune mie parole non precise hanno generato, e ringrazio chi ha avuto parole di vicinanza e solidarietà per la mia situazione.
Alessandro
Grazie per l’indicazione Alessandro. In bocca al lupo per la tua situazione personale.