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Un giro d’affari di cui non si parla nei media

Di crisi economica si parla e si sproloquia in tutte le sedi, pubbliche e private, per i media è l’argomento principe, Ma c’è qualcosa di cui non si parla quasi mai, è un tabù. Dal lungo ed articolato XIII° rapporto IEM della Fondazione Rosselli, riporto qui alcuni dati sugli:

“investimenti pubblici nell’industria culturale e delle comunicazioni”.

In questa sede riporto soltanto due serie statistiche:
Investimenti globali dal 2005 al 2009 (in milioni di euro):
2005 105.000
2006 100.000
2007 95.000
2008 96.263
2009 98.712

Per quanto riguarda la pubblicità radiotelevisiva questi sono i dati:
Tabella 2 – Mercati della comunicazione a confronto (media pro capite):

FR GE IT SP GB RANK IT
Televisione (pubblicità) 56,44 44,52 65,99 55,88 49,90 1
Radio (pubblicità) 10,77 8,31 7,22 7,35 11,44 5
Home video 22,47 19,97 11,27 46,37 2,66 4
Musica registrata 10,83 13,44 3,74 18,18 3,75 5
Pubblicità mezzi classici 170,78 172,07 146,54 225,48 119,71 4
Tlc fisse (servizi) 318,50 418,31 255,00 159,57 138,43 3
Videogiochi 38,87 28,91 18,71 50,13 25,56 5

Come si vede, in Italia l’impatto della pubblicità televisiva è di gran lunga il più elevato in Europa, mentre è il più basso nei settori dei libri, informatica e videogiochi. Si consideri che secondo una stima statistica attendibile la pubblicità commerciale provoca un incremento delle vendite dei prodotti pubblicizzati soltanto dell’1-2%, quindi l’aumento dei consumi è impercettibile, mentre il 98-99% della ricaduta economica è sui committenti e sulle tv pubbliche e private. Per quanto riguarda la Rai, nel 2009 le entrate furono costituite dal canone per 1630 milioni di euro e dalla pubblicità per 3983 milioni di euro.
Se ogni telespettatore stesse davanti alla tv 24 ore su 24 sarebbe bersagliato da 3.000 a 35.000 spot (a seconda dei canali), senza alcun vantaggio economico; anzi, dal momento che ai sensi del TUIR i costi per la pubblicità sono interamente deducibili dal reddito dei committenti (persone giuridiche), in definitiva chi paga la pubblicità, gli sponsor ed i testimonial (a volte milioni di euro per uno spot) sono gli utenti che non possono dedurre nulla dalle loro dichiarazioni dei redditi per questo bombardamento mediatico. Il tutto senza alcun vantaggio economico o quasi per l’economia reale del paese.

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